Perché i poliziotti americani uccidono i neri?

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Saremo anche tutti americani, ma ci sono cose che ci separano profondamente perché in realtà l’America non è l’Europa, men che meno l’Italia. La situazione economica, sociale, interculturale… tutto è differente. I modelli di apparente libertà sessuale negli States, per esempio; l’amore fanatico per le armi stabilito addirittura in Costituzione (II emendamento); il pervasivo settarismo cristiano; e questa faccenda delle sparatorie in cui poliziotti uccidono afro-americani spesso disarmati. Quest’ultima vicenda pone molti interrogativi perché non stiamo parlando di una qualche Repubblica delle Banane ma della patria (secondo alcuni) della democrazia; perché all’America, volenti o nolenti, guardiamo comunque con sentimenti forti, ne seguiamo la campagna presidenziale, ne vediamo i film, ne consumiamo i prodotti, insomma: riesce difficile comprendere come mai nell’evoluta America le uccisioni di neri finiscano per non sembrare più semplici e tragici incidenti, ma quasi una persecuzione più o meno consapevole. Se le regole d’ingaggio dei poliziotti USA fossero pure “prima spara e poi chiedi”, la straordinaria sovrarappresentazione delle vittime di colore non può che far pensare.

2015policekillingsunarmed-jpegSecondo il sito Mapping Police Violence nel solo 2015 la polizia ha ucciso almeno 102 neri disarmati (quindi non durante scontri a fuoco), vale a dire cinque volte di più di bianchi disarmati uccisi nello stesso periodo, pur essendo, la popolazione nera, solo il 13% del totale. In soli 10 casi (sempre del 2015) i poliziotti sono stati sottoposti a indagine e solo 2 sono stati incriminati (uno solo condannato a un anno di prigione).

Come succede spesso i dati sono da scegliere con cura e da interpretare. Questi appena visti riguardano persone disarmate (il che, indubbiamente, peggiora la nostra opinione), ma se leggiamo i dati complessivi degli uccisi nel 2015 vediamo come i bianchi sono stati il 50% e i neri il 26. Il dato è sostanziosamente migliore del precedente ma sovrastima comunque i neri uccisi rispetto alla popolazione totale (fonte).

A questo punto dobbiamo cercare una qualche spiegazione, perché non possiamo credere a un grande complotto per decimare i neri, o per provocare scontri razziali. L’articolo di Heather Mac Donald sul Marshall Project analizza in profondità i dati e rivela, per esempio, che dietro l’etichetta “disarmato” ci sono molteplici realtà che, almeno in parte, giustificano la polizia:

The “unarmed” label is literally accurate, but it frequently fails to convey highly-charged policing situations. In a number of cases, if the victim ended up being unarmed, it was certainly not for lack of trying. At least five black victims had reportedly tried to grab the officer’s gun, or had been beating the cop with his own equipment. Some were shot from an accidental discharge triggered by their own assault on the officer. And two individuals included in the Post’s “unarmed black victims” category were struck by stray bullets aimed at someone else in justified cop shootings. If the victims were not the intended targets, then racism could have played no role in their deaths (si legga anche il seguito per esempi specifici).

Ma, a mio avviso assai più importante, le statistiche sulla criminalità negli USA rivelano delle problematiche a monte che possono rivelare abbastanza sulle disuguaglianze interetniche che possono portare, come conseguenza, alla disparità fra gli uccisi dalla polizia. Nel 2014, per esempio, ci sono stati oltre 6.000 assassinati neri, più della somma di bianchi e ispanici; nel 90% dei casi l’assassino è stato un altro nero (stessa fonte).

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Sempre la Mac Donald, sul Wall Street Journal, mostra i dati 2009 dove i neri sono stati accusati del 62% dei furti, del 57% degli omicidi e del 45% delle rapine nelle 75 contee più grandi del Paese, che include solo il 15% di popolazione nera; nella sola New York i neri sono autori del 75% delle sparatorie, 70 per cento dei furti e 66% di tutti i crimini violenti pur essendo il 23% della popolazione.

Such a concentration of criminal violence in minority communities means that officers will be disproportionately confronting armed and often resisting suspects in those communities, raising officers’ own risk of using lethal force […] Officer use of force will occur where the police interact most often with violent criminals, armed suspects, and those resisting arrest, and that is in black neighborhoods.

Ci sono altri dati interessanti. Nel complesso degli omicidi, i bianchi uccisi da poliziotti sono tre volte i neri; i poliziotti neri sparano 3,3 volte più frequentemente degli altri; il 40% degli omicidi commessi da poliziotti è causato da neri; eccetera.

Senza scomodare teorie psico-antropologiche (come questa oppure questa) che, a mio avviso, hanno un’importanza secondaria, due elementi sono da considerare centrali: l’informazione che abbiamo su questi omicidi e l’evidente ineguaglianza razziale che produce diversità di stili di vita, inclusa la propensione al crimine, fra le minoranze. Sul fronte dei dati una questione è certa: sappiamo poco e con dati discutibili (inclusi quelli visti sopra):

As incomplete as national data is for people killed by police officers — their number and the circumstances of their deaths — the data on people who interact with police officers and aren’t killed is even more limited. The FBI plans to start collecting data on use of force from police departments in January, according to spokesman Stephen Fischer. For now, though, it’s hard to answer basic questions about risk. How many people who are armed are encountered by police and perceived to be dangerous, what percentage of them are killed by police officers, and how does that differ by race of the people who are armed? That’s all impossible to answer (fonte).

Con tali incertezze l’opinione pubblica si comporta in conseguenza all’emotività seguita a casi tragici rimbalzati, in tempo quasi reale, sui network nazionali; e una volta che si concepisce l’idea di una sorta di persecuzione, l’idea si propaga indipendentemente dalla sua realtà (una similitudine la troviamo sui presunti picchi di suicidi italiani per ragioni economiche, idea che si è rivelata sostanzialmente falsa, come scrivemmo QUI).

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Il tema dell’ineguaglianza è invece più evidente: come scrive Carl Bialik su FiveThirtyEight

a greater proportion of black Americans than white Americans live in poverty. Poverty is positively correlated with certain kinds of crime. This might lead officers who weren’t biased before joining a police force to become biased because of whom they encounter and arrest.

Quindi: i neri sono più poveri, vanno meno a scuola, godono di minori opportunità → questo ne spinge una parte a delinquere → i poliziotti si abituano all’idea del nero criminale → tendono a sparare preventivamente con più facilità.

Naturalmente questa banale teoria sociologica ha la sua parte ma non può essere considerata conclusiva. Occorrerebbe considerare la professionalità dei poliziotti americani, che dovrebbe pur contare qualcosa nella decisione di sparare; d’altro canto una cultura delle armi può indurre a leggerezze non immaginabili in Europa. Comunque sia, anche cavillando sui numeri e soffermandosi su ciascun caso per capirne le dinamiche, come hanno fatto alcuni dei commentatori citati sopra, la realtà è che si fa strada una percezione di massa (non solo fra i neri) sulla violenza e sul razzismo dei poliziotti, una percezione che ha già scatenato agguati mortali a poliziotti e gravi disordini. Qualunque sia la verità, le autorità americane devono trovare maniere convincenti per raffreddare gli animi.

2 commenti

  • Francesco Vitellini

    Non credo si tratti di una sorta di complotto per decimare i neri (anche perché sarebbe la persecuzione coi peggiori risultati della storia, se lo fosse).

    Secondo me è importante considerare il fatto che nella maggior parte degli Stati USA per entrare in polizia si fa un corso troppo breve (nel 2006 la durata media a livello nazionale era di 19 settimane secondo questo articolo http://work.chron.com/long-train-cop-21366.html) integrato da periodi di prova che variano da Stato a Stato.

    Penso che uno dei problemi stia proprio lì.

    Un altro aspetto è, senza dubbio alcuno, quella forma embrionale di razzismo che alberga in tutti: l’intolleranza per persone o situazioni che si collocano in una posizione di “alterità” rispetto a un individuo.

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