Riformabilità della Carta, bicameralismo e legge elettorale

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Il 4 dicembre sarà una data importante per la Repubblica Italiana: non sarà il giorno del Giudizio Universale, né la presa della Bastiglia (o l’indipendence day dallo strapotere renziano), ma è il giorno in cui un popolo sarà di fronte alla scelta se cambiare o no quel patto sociale fondativo che ci lega tutti, che disegna i poteri dello Stato e delle proprie articolazioni e permette a noi cittadini, portatori di diritti e doveri, di farci rappresentare.

Ne è passato di tempo da quel 1° gennaio 1948 in cui la nostra Carta è entrata in vigore: quasi settant’anni in cui abbiamo vissuto il periodo post bellico, la ricostruzione, il boom economico, la guerra fredda, il terrorismo nostrano, lo stragismo, il crollo del Muro di Berlino, la gioia della caduta del comunismo e la paura del nuovo disordine mondiale, l’esplodere dei conflitti locali, (anche molto vicini ai nostri confini), il fondamentalismo islamico con l’appendice tremenda di terroristi e tagliagole, il dramma delle migrazioni di massa, il sorgere di nuovi squilibri planetari e il perdurare della crisi economica e della stagnazione.

In questi decenni si è andata a edificare anche un’istituzione europea a cui gli Stati Membri hanno iniziato a cedere sovranità: a partire da quella monetaria, con la costituzione della Banca Centrale e dell’Eurozona. Abbiamo rinunciato ad avere una moneta nazionale in virtù di un disegno più grande che, ahimè, è ancora monco, non potendo creare ancora una vera federazione politica.

Sempre più l’orientamento dei veri europeisti va verso la condivisione delle politiche di sicurezza e l’adozione di una politica fiscale comune. Alla Banca Centrale deve corrispondere un organismo politico che sovrintenda il Tesoro e il debito sovrano a livello europeo, raggiungendo quella massa critica che può permettere di fronteggiare i colossi americani e asiatici. I recenti fatti che incendiano alcuni Stati Membri inducono i volenterosi a ripensare le strategie sullo scambio di informazioni e sulla sicurezza interna. Non siamo ancora maturi per un Ministro degli Interni europeo, ma poco ci manca. E la pressione dei processi di spostamento delle popolazioni da zone del mondo disgraziate, incendiate dalle guerre, dalle carestie, dall’odio religioso e dai dittatori insaguinari, reca con sé la drammatica necessità di cedere ulteriore sovranità all’ente sovranazionale che garantisca a tutti noi europei un’unica politica estera.

Oggi ciascun Stato nazionale è chiamato sempre più a confrontarsi con dimensioni e problematiche planetarie e deve essere pronto a irrobustire le proprie istituzioni puntando alla semplificazione e velocizzazione dei processi decisionali; Max Weber ci insegna che il futuro della democrazia dipende dalla capacità di collegare i propri tempi a quelli del mercato e della società. In settant’anni i tempi di questi ultimi sono stati accelerati verso nuovi paradigmi mentre la democrazia è scivolata pericolosamente verso crinali di impotenza e stallo.

La nostra Carta è splendida: frutto del confronto tra le varie anime politiche che ci hanno condotto fuori dalla follia del fascismo, è stata strutturata in modo tale da fissare i principi assoluti su cui si fonda la Res Publica, affermare i diritti e i doveri dei cittadini, disegnando quindi l’ordinamento delle istituzioni attraverso le quali si devono realizzare e affermare i principi fondamentali.

Il Costituente, avendo ben presente che le situazioni evolvono e con esse devono cambiare anche i patti sociali e le istituzioni, ha inserito nella Carta il meccanismo di cambiamento

della stessa.

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La ministra Boschi

Prima di affrontare l’oggetto del referendum, mi preme ricordare che la nostra Costituzione è già stata modificata, attraverso 15 leggi di revisione costituzionale. Già nel 1963, quando si stabilì il numero fisso di deputati e senatori e si ridusse la durata del senato da sei a cinque anni. Nel 1999, introducendo l’elezione diretta del presidente della Regione e i principi del giusto processo (parità tra accusa e difesa). Nel 2001 con il cambiamento del Titolo V e l’infausta scelta di un decentramento, magari pensato per una Repubblica federale ma che, in realtà, ha accentuato maggiormente le diseguaglianze territoriali e aumentato i ricorsi tra Stato e regioni nella gestione delle competenze.

Nel 2012 si è imposto il principio del pareggio di bilancio, proprio sulla base del fatto che ormai l’Italia è a doppio mandato legata alla Unione Europea, organismo sovranazionale (non ancora troppo unita per la verità essendo una confederazione di fatto).

Oltre a queste revisioni importanti, la Costituzione è stata oggetto di innumerevoli tentativi di cambiamenti (almeno negli ultimi 35 anni), attraverso commissioni bicamerali, di saggi, di espertoni salvo poi incepparsi sulla necessità palingenetica di cambiare tutto.

Personalmente mi iscrivo alla scuola di coloro che affermano l’intangibilità della prima parte della Costituzione. È stata scritta con il sangue di coloro che hanno dato la vita per la nostra libertà e quei principi sono la stessa essenza del patto fondativo che lega la mia esistenza a quella di altri sessanta milioni di persone entro i confini nazionale (nella speranza che i confini possano allargarsi a tutta l’Europa, attraverso una vera e propria Costituzione del Vecchio Continente).

Allo stesso tempo, ritengo imprescindibile che la forma delle istituzioni sia sottoposta ad una rivisitazione, a settant’anni dalla sua ideazione e stante l’attuale situazione geopolitica in cui si trova ad operare la nostra Nazione: senza eccedere in un disegno così stravolgente come quello scritto dal Legislatore del 2006, un premierato forte in una Repubblica federale, con forte insofferenza verso gli altri poteri costituzionali. Il popolo, allora, si espresse in maniera inequivocabile, dando un segnale preciso di non volere mutare così tanto l’equilibrio tra poteri (affluenza 53,7%, anche se non era necessario raggiungere il quorum, votarono NO il 61,7%).

Il legislatore del 2016 non è avventurista e ha deciso quindi di mantenere intatta la parte dei principi e dei diritti e doveri, confrontandosi con la necessità di cambiare l’ordinamento della Repubblica, con l’adozione di due linee finora solo enunciate molte volte in sontuosi convegni:

  • il superamento del bicameralismo perfetto;
  • un nuovo equilibrio tra Stato e territorio.

La legge costituzionale che è uscita ed è sottoposta al referendum di dicembre affronta in modo sinergico le due questioni: per questo motivo è illusorio pensare di potere scindere in due il quesito referendario (da una parte il superamento del bicameralismo perfetto, dall’altro le nuove competenze tra Stato e Regioni).

Il superamento del bicameralismo perfetto (lasciando ad una Camera la fiducia all’esecutivo e il grosso dell’attività legislativa) passa attraverso un Senato che diventa espressione dei territori e il riequilibrio delle competenze tra Stato e regioni, che diventano esclusive dell’Uno o delle altre.

Non avrebbe avuto senso che possa vincere una modifica senza l’altra, producendo al massimo un topolino (un bicameralismo perfetto con una redistribuzione di competenze o un abbandono del bicameralismo con la situazione incasinata attuale delle competenze tra Stato e Regioni).

il-nuovo-senato-e-la-fine-del-bicameralismo-paritario-62-638L’altro aspetto che si evince dal nuovo ordinamento – se passa il favore del popolo sovrano – è che, rispetto al disegno della destra del 2005, non si toccano i poteri della magistratura, le prerogative del Presidente della Repubblica, il ruolo della Corte Costituzionale e in generale, non si creano squilibri nel sistema di bilanciamento dei poteri.

Il bicameralismo perfetto aveva un senso nell’immediato periodo post-bellico, usciti dal periodo dell’uomo della Provvidenza, dello Stato-Partito e di quei campioni di illiberalità che produssero tra le varie aberrazioni normative le leggi razziali. Un processo di pesi e contrappesi nel legiferare e nel dare la fiducia al governo (o toglierla) serviva per allontanare dalla gracile democrazia il rischio di ricadere in uno Stato autoritario: diluendo il potere legislativo tra due Camere si poteva evitare il ritorno ad un recente tragico passato. Ma nella logica del Costituente, il bicameralismo perfetto doveva accompagnarsi a leggi elettorali diverse tra le due Camere per poter rappresentare istanze diverse, da un lato la cittadinanza tutta, dall’altra le istanze territoriali, affiancandosi ad una ingegneria elettorale in grado di realizzare questi obiettivi. Occorre dire con chiarezza che la logica del Costituente, post-bellico non è mai stata realizzata in pieno: la cosiddetta “costituzione materiale” ci ha consegnato un bicameralismo “simmetricamente imperfetto” lungi dal realizzare pesi e contrappesi o dal garantire la rappresentanza delle minoranze, ma un intreccio di relazioni prestato alla logica dei veti incrociati. Oggi si tratta di dare certezza ai processi esecutivi del governo, sapendo che questo debba comunque rendere conto agli elettori.

E’ bene ricordare che l’Italia del 5 dicembre, con la vittoria del SI, rimane comunque saldamente un regime parlamentare, in cui però solo UNA Camera darà e toglierà la fiducia. Nonostante il lascito berlusconiano dell’illusione di votare per il Premier (cosa che non esiste nel nostro ordinamento) sarà sempre il Presidente della Repubblica a nominare il Presidente del Consiglio e, su proposta di questi, i Ministri, sciogliere la Camera e indire nuove elezioni.

Occorre poi fare chiarezza: al referendum va la proposta di modifica alla Costituzione che, di per sé, è congegnata per coesistere con tutte le possibili leggi elettorali che mente umana possa produrre. Già la nostra Carta vigente è sopravvissuta alla legge pura proporzionale, al “Mattarellum”, al “Porcellum”, passando da correzioni di proporzionale, premi di maggioranza, leggi truffa, maggioritario e soglie di sbarramento più o meno ampie.

berlinguer-monocameralismoSe da un lato il disegno delle istituzioni ha sedimentato nel tempo la divisione dei poteri, le leggi elettorali sono state sempre il barometro dell’oscillazione tra la necessità di rappresentare i vari orientamenti politici e sociali e quella di garantire una certa governabilità.

Su questo secondo fronte, nonostante gli squilli di tromba per la nascita di fantomatiche seconde e terze repubbliche, la tecnicalità elettoralistica ha prodotto sempre più incertezza a livello nazionale. A livello delle regioni e dei sindaci, i sistemi di votazione hanno consentito di allungare tempi della consigliatura e rafforzare il patto tra elettori e eletti, garantendo certezza di governo e possibilità di alternanza.

Diverso è, invece, il quadro dal punto di vista nazionale. Siamo ancora lontani dall’avere la cultura del “governo che dura una legislatura”, ma è indubbia la linea di tendenza secondo cui l’adozione di una nuova legge elettorale debba garantire la certezza di sapere il giorno dello spoglio dei voti chi abbia vinto e con quale maggioranza. Così almeno funziona nelle altre Cancellerie e così deve succedere anche nella nostra penisola: poter garantire un periodo congruo per mettere in atto politiche di “sistema” e strategie a medio lungo periodo.

Se è vero che “con le riforme costituzionali non si mangia” è altrettanto vero che il procratinarsi degli iter di formazione delle leggi e i bizantinismi del bicameralismo può far rimanere per molto tempo digiuni del riconoscimento di diritti o, peggio, può portare un’intera società sull’orlo dell’immobilismo e dell’indecisionismo assunto a regola del vivere, alimentando quel sentimento antipolitico che erode le fondamenta repubblicane.

Contributo scritto per Hic Rhodus da Federico Conti (Effe)
Ligure. Con il pesto nel sangue. Carattere alla Pertini. 
Geometra dei servizi per il lavoro e muratore delle 
politiche attive del lavoro.

2 commenti

  • Piero Indrizzi

    Sinceramente trovo questo articolo l’unico equilibrato letto sia pro che contro ,la modifica della costituzione. Purtroppo resta il fatto inequivocabile che anche questa modifica non servirà assolutamente a niente per quanto concerne il problema Italia. Infatti la stessa non è governabile, gestibile, razionalizzabile o quello che volete per portarla a livello di nazioni ritenute più civili. In Italia non ci sono incrostazioni da eliminare, l’Italia è una incrostazione totale dove lastragrande maggioranza ha un sia pur piccolo privilegio da difendere a spada tratta. Da qui il fallimento di tutte le spending review possibili.

  • Ho trovato questo in giro, in breve l’art 117 della Costituzione viene modificato sostituendo “‘ordinamento dell’Unione europea” a “ordinamento comunitario”
    A me non sembra una modifica di poco conto.

    [lo stralcio del testo viene omesso redazionalmente non perdendosi il senso del commento]

    Che cosa cambia tra le due formulazioni?

    Rileggete le due parti in neretto: i “vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario” scritto in minuscolo, sostituito da “vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea”

    In altre parole viene esplicitamente confermato che le leggi dello Stato Italiano devono rispettare i “vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea” e non un generico ordinamento comunitario. E questo vincolo è messo nella Costituzione, non in una legge ordinaria. Se le parole hanno ancora un significato, vuol dire che una legge che tutelasse gli interessi italiani (in materia di occupazione, ad esempio dare la precedenza a cittadini italiani a parità di competenze lavorative) potrebbe essere anticostituzionale laddove l’ordinamento dell’Unione europea preveda la libera circolazione dei lavoratori.
    Ancora, nel punto e) dove si parla di tutela del risparmio e altre materie di interesse strategico (o almeno dovrebbero essere di interesse strategico) le normative di tutela del risparmio dovrebbero essere subordinate ai “vincoli derivanti dall’ordinamento dell’Unione europea”.

    Per esempio se l’Unione europea impone di non dare “aiuti di stato” ad una banca in difficoltà significa che quella banca fallirà, con conseguente effetto domino sulle imprese e famiglie che di quella banca sono clienti.
    Come dite? Potrebbe arrivare la solita banca estera a salvare capra e cavoli? Certo, molto probabilmente quella banca estera potrebbe intervenire, ma credo sia appena il caso di ricordare che, sempre probabilmente, i suoi interessi potrebbero non coincidere con gli interessi nazionali, che nel caso in questione sarebbero la tutela del risparmio, dei livelli occupazionali e della stabilitÃ* del sistema.

    link

    Titolo V – Le Regioni,le Province e i Comuni | http://www.governo.it

    Gazzetta Ufficiale

    Referendum Costituzionale: voto 4 dicembre. Cosa andiamo a votare

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