I robot ci manderanno tutti in pensione?

L’abbiamo già segnalato in diversi post precedenti: stiamo probabilmente vivendo nel “preludio all’era dei robot”, un momento insomma in cui la tecnologia è matura per far compiere all’automazione “intelligente” un salto decisivo verso l’autonomia, ossia la capacità di svolgere compiti che implicano decisioni non banali o azioni complesse e non interamente “meccaniche”.

Persino nel movimentato panorama della politica internazionale degli ultimi mesi, l’argomento robot sta lentamente trovando uno spazio. Un rilievo particolare spetta alle manovre preparatorie che in Francia si stanno svolgendo in vista delle delicatissime elezioni presidenziali che si terranno il prossimo 23 aprile. Sebbene la scadenza elettorale sia ormai prossima, la situazione è infatti quanto meno nebulosa.

Mentre il Front National di Marine Le Pen gongola pensando di poter sfruttare il vento che soffia dall’altra parte della Manica (e dell’Atlantico), e i Repubblicani di centrodestra sono impantanati negli scandali che stanno minando la candidatura di François Fillon, a sinistra le primarie sono state sorprendentemente vinte da Benoît Hamon, un candidato “radicale” al quale gli osservatori non attribuiscono molte possibilità di vittoria. Forse anche per questo, non mi sembra abbia trovato molta attenzione uno dei punti programmatici di Hamon, che interseca un argomento di cui ci siamo occupati spesso qui su Hic Rhodus: la tassazione dei robot, secondo un modello di cui riporto qui la descrizione presa dal programma di Hamon: «Propongo di tassare questa ricchezza [prodotta dai robot] – applicando i contributi sociali sul totale del valore aggiunto e non solo sul costo del lavoro – usandola per finanziare prioritariamente misure come il reddito universale di cittadinanza anziché i dividendi azionari». Si tratta di una proposta molto simile allo scenario che avevamo discusso in un recente post, ma è chiaro che una cosa è delineare un’ipotesi e un’altra è includere una proposta operativa in un programma di governo.

Infatti, non è difficile fare un elenco delle ragioni per cui una simile proposta è almeno a prima vista una pessima idea:

  1. Una misura simile disincentiverebbe l’innovazione tecnologica in un’area (quella europea) già in crisi di competitività e investimenti;
  2. Non esiste una chiara definizione di robot, e in assenza di essa si finirebbe per tassare qualsiasi incremento di produttività, indipendentemente dalla sua origine;
  3. Se la Francia, o anche l’UE nel suo complesso, imponesse un contributo sul valore aggiunto, le imprese sarebbero incentivate a delocalizzare ulteriormente la produzione, e il risultato netto sarebbe una perdita sia di posti di lavoro che di gettito fiscale e contributivo;
  4. Infine, la storia del capitalismo e quella dell’automazione del lavoro vanno di pari passo da un paio di secoli almeno, ossia dalla diffusione industriale del telaio meccanico, eppure i posti di lavoro non sono diminuiti, al contrario delle fosche previsioni di chi contrastava l’innovazione. Se ragioniamo per analogia, non ci dovrebbero essere motivi reali di allarme sociale.

Quindi si tratta di una sciocchezza, e non vale la pena di parlarne? Dipende.

Credo effettivamente che sia irrealistico pensare che una misura del genere possa essere parte di un programma operativo di governo: le obiezioni da 1 a 3 sono a mio avviso fondate, e nella pratica non vedo il modo in cui un Hamon diventato Presidente possa superarle.

Eppure, se ci spostiamo da Parigi a Bruxelles, c’è un altro voto, di cui si sa molto meno, che può essere interessante ai fini di questo argomento. Si tratta dell’approvazione da parte del Comitato per gli Affari Legali del Parlamento Europeo, che il 17 gennaio scorso ha approvato una mozione a proposito degli impatti che la diffusione di smart autonomous robot potrà avere in diversi ambiti (produzione, trasporti, etica, sanità, welfare…). La complessa mozione osserva, tra le altre cose, che è necessario avviare un dibattito «sui nuovi modelli di occupazione e sulla sostenibilità dei nostri sistemi fiscali e di welfare sulla base dell’esistenza di un reddito sufficiente, inclusa la possibile introduzione di un reddito base generalizzato». Nelle raccomandazioni dettagliate, il Comitato propone di introdurre l’obbligo di registrare presso un’agenzia dell’UE tutti i “robot avanzati”, e presenta una serie di considerazioni tra le quali cui cito solo:

Una proposta di definizione di Smart Robot: da questo punto di vista, le caratteristiche rilevanti per raggiungere una definizione operativa sarebbero:

  • La capacità di scambiare dati con il suo ambiente, eventualmente tramite sensori, e di analizzare i dati così raccolti;
  • La capacità di apprendere, tramite l’esperienza e l’interazione;
  • La capacità di adattare all’ambiente il proprio comportamento e le proprie azioni;
  • Un supporto fisico.

La preoccupazione per le ricadute occupazionali e sociali: la mozione constata che «lo sviluppo della robotica e dell’AI [Intelligenza Artificiale] potrebbe avere come effetto che un’ampia parte del lavoro oggi svolto dagli esseri umani sia sostituita dai robot senza che i posti di lavoro persi siano completamente recuperati, sollevando preoccupazioni sul futuro dell’occupazione».

L’ipotesi di sottoporre l’uso dei robot a una specifica tassazione: negli allegati alla mozione, il Comitato per l’Occupazione e gli Affari Sociali raccomanda al Comitato per gli Affari Legali di «esplorare la possibilità di introdurre un sistema di registrazione preventiva dell’installazione di robot e del loro contributo ai profitti delle aziende a fini di tassazione e contribuzione sociale». In effetti, come abbiamo visto, la registrazione dei robot per uso aziendale è stata recepita nel testo principale della mozione, e così pure la considerazione che «per preservare la coesione sociale e la prosperità, si dovrebbe considerare l’eventualità di imporre una tassa sul lavoro svolto da un robot».

Questa mozione, di cui gli elementi che ho citato sono solo una piccola parte, essendo stata approvata dal Comitato sarà sottoposta al voto in aula. È quindi possibile che già entro febbraio il Parlamento Europeo finisca per approvare una linea guida che al suo interno contiene proposte molto vicine all’ “impresentabile” idea di Hamon. Eppure il Parlamento Europeo non è certo abitato da radicali di sinistra; come si spiega questa singolare coincidenza?

Forse si spiega con la differenza tra tattica e strategia. Tatticamente, come dicevo, inserire in un programma elettorale oggi una proposta di legge del tipo indicato da Hamon non ha senso pratico (se non come slogan, magari); strategicamente, sarebbe a mio avviso ingiustificabile ignorare il fenomeno della prossima diffusione degli smart robot e i suoi rischi, e il Parlamento Europeo sta ragionando in termini strategici.

Ma se l’Europa adottasse una legislazione che, ad esempio, ricalcolasse i contributi sociali sulla base del valore aggiunto e non del costo del lavoro (partendo ovviamente a parità di gettito al tempo zero), non si metterebbe fuori mercato e non provocherebbe la fuga di capitali e imprese? Anche questa ragionevole obiezione nasconde una dualità di prospettive: se stessimo parlando solo di attività di produzione industriale, allora è molto probabilmente vero che questo tipo di misure rappresenterebbero un (ulteriore) incentivo alla delocalizzazione (e, dall’altra parte, al mantenimento di un segmento di produzione di qualità artigianale con una forte presenza di forza lavoro umana). Ma non stiamo parlando (solo) di questo: l’automazione colpirà tutti i settori, inclusi ad esempio i servizi che non possono essere delocalizzati perché sono erogati (e pagati) sul posto.
D’altra parte, i contributi sociali in Europa sono già oggi i più alti del mondo e un incentivo alla delocalizzazione, e in prospettiva è chiaro che ceteris paribus la manifattura di tutto ciò che non implica una progettazione creativa o di altissima specializzazione lascerà l’Europa, robot o non robot.

Rimane però un punto preliminare da esaminare, quello indicato dall’obiezione 4 dell’elenco che ho fatto sopra: cosa ci dice che quello dei robot sia un vero problema, e non l’ennesima occasione in cui una novità tecnologica radicale è stata salutata da un coro di cassandre, salvo poi scoprire che l’effetto netto a medio termine, anche sull’occupazione, era positivo? Non è che le commissioni del Parlamento Europeo si baloccano con problemi del tutto accademici e fittizi? La storia anche recente sembra giustificare una posizione ottimista, come si può vedere in un rapporto di Deloitte centrato sulla situazione in UK, dal quale emerge ad esempio che nel periodo 2001-2015 in UK i posti di lavoro sono complessivamente cresciuti, e si sono spostati verso impieghi “a bassa probabilità di automazione”, che poi sono anche mediamente meglio pagati (se volete sapere che probabilità avete di essere sostituiti da un robot, potete consultare le tabelle alla fine di questo articolo su cui Deloitte si è basata per le sue proiezioni).

occupazione-in-uk

Anche un’altra grande società di consulenza, la McKinsey, ha appena pubblicato una ricerca che prevede che, soltanto con l’applicazione di tecnologie già oggi note, entro il 2055 l’automazione sostituirà, in tutto il mondo, il 49% delle attività lavorative svolte dagli esseri umani. L’impatto dell’automazione sarà differenziato nei vari paesi, ma non si distanzierà in genere molto da questo valore complessivo; la McKinsey colloca in particolare l’Italia nella fascia di sostituibilità tra il 49% e il 51%, come si vede nella mappa qui sotto. Lo stesso report osserva che un calo di queste dimensioni si è già verificato nel settore agricolo e in quello manifatturiero (negli USA), e che in entrambi i casi esso è stato compensato dalla creazione di nuovi posti di lavoro in altri settori, non prevedibili all’epoca in cui la trasformazione ebbe inizio. Quindi, ragionando per analogia, anche McKinsey presuppone che i lavoratori troveranno altre opportunità d’impiego, in lavori oggi sconosciuti.

mappa-mckinsey

Fonte: A Future That Works, McKinsey 2017

Quindi tutto bene (a patto di avere un mondo del lavoro dinamico come quello UK)? Possiamo dimenticare il problema occupazionale come un falso problema, e considerare la diffusione dei robot solo come una grande occasione per liberarci dai lavori poco gratificanti? Io ci andrei piano a proiettare il passato sul futuro. Il più grande innovatore “visionario” del mondo, Elon Musk (proprietario di Paypal, fondatore della casa automobilistica Tesla e di SpaceX, l’impresa che sta seriamente lavorando per portare l’umanità su Marte), dice (considerandolo un bene) che i robot sostituiranno il lavoro umano su larga scala, e che l’unica soluzione possibile alla fine sarà una qualche forma di reddito universale. E diversi esperti fanno previsioni simili, basandosi su una discontinuità tra le tecnologie del passato e quelle che l’intelligenza artificiale renderà disponibili a brevissimo termine. D’altronde, tra i lavori che il rapporto di Deloitte considera a bassissimo rischio di sostituzione da parte dei robot ci sono quelli infermieristici e in generale di assistenza alle persone; eppure (come testimonia l’immagine di apertura di questo post) paesi come il Giappone di fronte al crescere degli anziani stanno investendo in robot-infermieri e robot-badanti, e alcuni osservatori considerano questo settore addirittura uno dei più promettenti per la robotica. Non esistono oasi protette.

Secondo me, insomma, quello degli smart robot non è un falso problema; o, comunque, certamente molti addetti ai lavori pensano che non lo sia. Il ragionamento per analogia ha molti pregi ma un grave limite: quando succede qualcosa di veramente nuovo, ci porta drammaticamente fuori strada; paragonare l’attuale situazione a uno dei grandi “passaggi” tecnologici della storia può risultare azzeccato o rovinosamente miope, e, proprio perché stiamo considerando la possibilità di una disruption profonda, rifarsi ad analogie storiche può risultare privo di senso. Val la pena di osservare che, a differenza delle classiche proteste “di retroguardia” contro la tecnologia (dal telaio meccanico all’automobile, dai personal computer all’e-commerce), questa volta a dare l’allarme sono  esperti del settore e “futurologi”, e, anche non volendo arrivare al rischio esistenziale di cui abbiamo parlato in un precedente post, a mio avviso è solo questione di tempo prima che i robot intelligenti (includendo tra essi anche i puri software privi di un “corpo” fisico) facciano sparire una quota imponente dei posti di lavoro attuali, senza per questo crearne altrettanti in nuove professioni.

In conclusione, i robot e i cambiamenti sociali che porteranno stanno entrando nell’agenda politica, e potremmo scoprire alla fine che, in tempi e modi diversi da quelli suggeriti dal politico francese, l’ “assurda” proposta di Hamon coincida con l’unica soluzione in grado, a lungo termine, di preservare l’ordine sociale, a patto di essere disposti a discuterne laicamente e tempestivamente. Altrimenti, il rischio è quello di fare la fine di Plinio il Vecchio di fronte all’insolita eruzione del Vesuvio: nel momento in cui gli effetti del rivolgimento in corso diventeranno evidenti, potrà essere troppo tardi.

2 commenti

  • Per discutere su un argomento del genere occorrerebbe avere due cose che latitano: una definizione di robot e una definizione di “intelligenza artificiale”. E non latitano perché non esistano, anche troppo numerose, definizioni da vocabolario, ma in quanto sono assenti le definizioni operative applicabili, che sono il presupposto per una valutazione normativa. Che futurologi e consultant firms nel frattempo ne facciano un gran parlare è cosa che non può stupire.

    • Le definizioni operative si fanno in funzione dell’ambito al quale devono essere applicate. ‘Robot’ potrà avere una definizione per gli autori di fantascienza, una per i docenti di ingegneria e una, forse, per i responsabili delle politiche sociali. Il riconoscimento dell’esigenza di una definizione del fenomeno precede sempre la definizione stessa, salvo che nell’accademia. Se il problema esiste, non può essere l’imprecisione di una definizione a negarlo.

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