Tanti nemici, tanto onore. Bellicismo americano e lampi di guerra

They will be met with fire and fury like the world has never seen (Donald Trump)

Se sei il gendarme del mondo, l’esportatore di democrazia, il difensore del tuo stile di vita e ritieni che “America first!”, è chiaro che non puoi essere simpatico a tutti. Se diventa difficile trovare più di 21 anni di pace in 241 anni di vita come nazione (fonte) o, detta meglio: 224 anni impegnati in qualche diavolo di guerra su 241 che ne hai, che qualcuno ti consideri un bullo manesco lo devi mettere in conto. Gli Stati Uniti sono la più grande potenza militare del mondo (e non solo quello, ovviamente) e, grazie a ciò, dobbiamo ringraziarli per il contributo fondamentale dato alla liberazione europea dal nazi-fascismo e condannarli per l’irreversibile disastro fatto in Medio Oriente. Entrambe le cose, ovviamente, perché il bene e il male – come tante volte scritto su HR – convivono ambiguamente nelle nazioni, oltre che negli uomini. Gli Stati Uniti hanno garantito che l’Unione Sovietica non si impadronisse dell’Europa, ma hanno anche spinto Putin a un bellicoso isolamento dall’Europa stessa con evidenti conseguenze ai confini Est, in Turchia, Siria e a breve, semmai indirettamente, in Egitto e Libia (aree per noi strategiche). Il disastro coreano e poi quello vietnamita sono pieni di errori e responsabilità dirette e indirette degli americani, ma Formosa e il Giappone devono molto della loro indipendenza e prosperità agli alleati. In Centro e Sud America, poi, gli Stati Uniti hanno sempre avuto molteplici e gravi responsabilità nell’instaurazione di regimi “amici” e sanguinari ma, d’altro lato, la sopravvivenza d’Israele è garantita da sempre dagli USA (a meno che non vi sembri anche questo un crimine, ovviamente!). Insomma: una nazione bellicosa, decisa a difendere i propri interessi (non quelli occidentali, ma i propri: gli interessi europei, per esempio, sono salvaguardati solo in quanto funzionali ai primi), capace di menare le mani senza troppi indugi, che molto ha fatto di male e certamente qualcosa ha fatto di bene, ingarbugliando in maniera irreversibile molteplici situazioni (specie in Medio Oriente) che hanno avuto effetti domino espandendosi e, ovviamente, imponendo contromosse altrettanto bellicose alla controparte sovietica, poi putiniana, e ad altri avversari minori ma, non per questo, meno insidiosi.

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Uno di questi avversari minori è certamente la Corea del Nord, di cui abbiamo parlato già altre volte qui su HR; avversario a tratti silente, a tratti arrogante, che ha trovato in Trump il compagno ideale per giocare alla guerra, in una escalation di cui stiamo per vedere l’esito in questo giorni. Un esito, sperabilmente, propagandistico e mediatico (finito in una bolla di sapone) o un esito immediatamente drammatico dalle conseguenze inimmaginabili nell’area. Ma l’elenco è lunghissimo. Il governo americano ha reso noti a Febbraio i risultati di una ricerca basata sulla percezione che i cittadini americano hanno degli altri paesi: se amici, nemici o cosa. Vi mostro i risultati dei “soli” primi venti:

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La versione infografica la potete trovare QUI.

Poi ci sono naturalmente i Grandi Alleati, quelli che, qualunque cosa accada, sono al fianco degli yankee. E’ ovvio che i migliori alleati hanno gli stessi nemici; per esempio Giappone, Filippine e Sud Corea (nel quadrante Pacifico) sono nemici giurati di Cina e Nord Corea; come Israele è nemico di Iran e Russia. La rete delle alleanze, quindi, procede per faglie logiche che irrobustiscono le inimicizie, anziché calmierarle. Le nazioni alleate sono tali, generalmente, per interessi commerciali e per trattati militari. In una ipotetica guerra USA-Cina sappiamo già benissimo da chi saranno formati gli schieramenti. Poi c’è la Russia, ovviamente. La grande avversaria di sempre, l’oggetto di lotte (e guerre) disputate altrove (in M.O.), di sfide energetiche, di cyber-spionaggi, di ambigue attività pro-Trump (o contro Trump?)… Secondo diversi commentatori americani, che probabilmente vedono le cose più da vicino, la Russia è sì una grande avversaria, ma non propriamente un nemica. Avversaria con la quale potrebbe essere facile trovare delle intese, degli interessi comuni sufficienti per non trasformare la competizione in conflitto. Per esempio la lotta al jihadismo, che è una priorità americana e anche un problema per Putin. Su questa base, estremamente seria, una nuova Yalta in cui rinegoziare le sfere di influenza, e ovviamente il conseguente ritiro delle sanzioni, potrebbe essere una prospettiva interessante di cessione della guerra fredda in atto e di normalizzazione delle relazioni, una situazione di cui l’Europa beneficerebbe non poco e che non potrebbe che includere una almeno parziale soluzione del conflitto siriano. Questa ipotesi non deve sembrare fantasiosa se è scritta niente di meno che su military.com:

Jihadism represents a serious threat to Russia. Notwithstanding those risks and its own self-interest, however, expanded cooperation with the West and an increase in Russia’s role in combating jihadism would come at a steep price. At the very least, it would require the revocation of the economic sanctions placed on Russia following its intervention in Ukraine and its seizure of Crimea. More likely, it would precipitate a Yalta-like agreement under which the US and its NATO allies would recognize a Russian sphere of influence in the former Soviet Republics and some portions of Eastern Europe — what Moscow typically refers to as the “near abroad.”

L’importanza di una simile svolta lascerebbe agli Stati Uniti la possibilità di concentrarsi sul vero nemico, o avversario, o competitor, a volere essere cauti: la Cina. Nessun dubbio che la situazione del Pacifico non resterà stabile a lungo; la Cina sta investendo moltissimo per potenziare le sue Forze Armate e specialmente la Marina; mostra da tempo mire espansioniste di tipo commerciale sorrette e protette dalla sua forza bellica; ha un conto mai chiuso coi giapponesi (e i cinesi non dimenticano…); un possibile conflitto imminente con l’India; e – notate – un’alleanza militare con la Russia proprio in questo quadrante, oltre a importantissimi accordi energetici. Per non parlare del debito pubblico americano in buona parte detenuto da Pechino, temibile arma di ricatto commerciale. Se non fosse per Trump, variabile impazzita, lo scenario più logico sarebbe stato forse questo. Ma con Trump “furioso” (sue parole) con Pyongyang, e il folle coreano (ma sarà davvero folle?) che alza continuamente il tiro, potrebbe invece accadere l’irreparabile, perché un conflitto ora in Corea muoverebbe sicuramente la Cina, ma potrebbe far muovere anche Putin. Ma un “non conflitto” è sempre più difficile, visto che Trump si è messo all’angolo da solo.

Corollary

2 commenti

  • Grazie del quadro. Io sono sempre più convinto che vi sia una lucida logica di sopravvivenza dietro il comportamento del regime Nord Coreano. Sono sempre meno convinto che vi sia una logica nel comportamento di Trump, pur “calmierato” da un entourage che, per quanto dia talora segnali dì dilettantismo, appare, almeno in alcuni, più pragmatico di lui.
    In sintesi mi parrebbe che POTUS si senta tirato per la giacchetta da un mucchio di parti e cerchi di dare una soddisfazione qua e là, e che molto difficilmente si andrà oltre a mostrare i muscoli. Peró che sensazione di pochezza strategica, culturale e umana mi da quell’amministrazione…
    Aggiungo una mia percezione magari erronea: quando cadde l’URSS ebbi la sensazione che fosse venuto a mancare, per gli USA, un cattivo su cui misurare la propria presunzione di superiorità e che, per un certo periodo, tale ruolo venisse come cercato, finendo per essere ricoperto dai narcos (poi dall’11 settembre non ci furono più problemi di ricerca…). L’impressione però é che la Russia, in qualche modo, pur potendo diventare persino un alleato per certe questioni, e lo speriamo, resti un antagonista per così dire naturale del sentimento profondo degli States
    Ma potrei essere rimasto indietro, che ne pensi?

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