Il pericolo dell’impero putiniano

Il rimescolamento geopolitico del Terzo millennio è estremamente più veloce di quelli, pur traumatici, vissuti nei tre secoli precedenti. Fino agli inizi del ‘900 le interdipendenze fra nazioni erano limitate, soggette più a capricci strategici dei diversi sovrani che a vincoli ineludibili ma non sempre chiari, come avviene oggi. Dalla caduta del Muro in poi (data reale e data simbolica) le cose sono cambiate: i vecchi “imperi” della Guerra Fredda si sono indeboliti o disgregati, un nuovo potente soggetto, la Cina, è venuto rapidamente alla ribalta e le conseguenze sono state un rimescolamento di carte nei luoghi in cui questi, e i precedenti imperi (Gran Bretagna e in più piccola parte Francia), avevano dettato le regole. Questi luoghi sono essenzialmente due: l’estremo oriente, con la nuova egemonia cinese, e il Medio Oriente con la crisi siriana come punta di una crisi di tutta l’area. In quest’ultimo quadrante la Turchia cerca un nuovo ruolo neo-ottomano con il suo nuovissimo alleato russo (fino a poco tempo fa acerrimo nemico storico), in un quadro di totale confusione americana che dopo avere pasticciato qui per il susseguirsi di diverse amministrazioni, pare che ora voglia anche pasticciare in estremo oriente dove la crisi coreana è risolvibile da pochi, ma certamente non dagli americani.

Il declino dell’impero americano si vede specialmente nel settore Pacifico, dove più o meno consapevolmente la Casa Bianca ha da anni lasciato il monopolio alla Cina dovendosi impegnare (e si è visto con quali risultati!) in Afghanistan, Siria, Iraq. L’Europa, che non è mai stato il terzo giocatore in campo, ha mostrato scarsissima capacità di leggere e reagire alla crisi del Nord Africa e a quella siriana mentre la Cina, qui da noi vista  solo come importante partner commerciale, sta silenziosamente costruendo una rete di interessi e di presenze che la renderà leader in tutto il Mar della Cina e Africa, con forti presenze anche in quel Centro e Sud America che gli States hanno sempre considerato il cortile di casa.

In ogni caso l’economia americana tira, i principali indicatori economici, inclusa l’occupazione, sono buoni (fonte) e Trump sembra destinato a durare.

-1x-1Molto diverso il caso della Russia. Dopo il disastro economico sovietico non sono bastate le riforme di Gorbaciov e successori a cambiare verso a un declino (fonte) che ha avuto diverse forme e conseguenze. Senza fare una storia della recente economia russa diciamo che, in questi mesi e ultimissimi anni, potremmo descrivere la situazione come discreta ma non brillante, e sostenuta sostanzialmente dall’afflusso di capitali di Cina e India (fonte). Andando però oltre questi macro indicatori si può notare una crisi latente: grande svalutazione del rublo, calo dei consumi, fragile sistema bancario non lasciano prefigurare un futuro positivo.

Schermata 2018-03-18 alle 18.05.02L’affanno macroeconomico ed economico-sociale russo sono alla base del consenso verso Putin e della sua crescente aggressività internazionale. Occorre tenere presente che il popolo russo è per lo più ignaro delle vere cause delle sanzioni occidentali, che anzi sono utilizzate dal regime putiniano per mascherare i propri insuccessi (fonte); d’altra parte gli stessi dati statistici ufficiali russi sono chiaramente alterati e inaffidabili (fonte), e questo la dice lunga sullo stile amministrativo e governativo in quel Paese. In ogni caso i russi sono con Putin e – scrivo a deggi ancora aperti – nessuno dubita che sarà riconfermato con ampio consenso:

According to a December survey by independent polling firm Levada Center, 81 percent of adults approve of Putin as president — including 86 percent of Russians 18 to 24 years old. Among the age group, 67 percent told Levada they believed the country was going in the right direction, compared to 56 percent of the general public (fonte).

Anche i giovani quindi, più informati, più connessi, sono ampiamente putiniani per un insieme di motivi che sfuggono spesso alla mentalità occidentale, motivazioni che includono, anche, quella forma molto specifica di patriottismo che si chiama panslavismo, un sentimento molto forte che – come spiegammo a suo tempo – è parte in causa delle frizioni fra Russia e Nato. In questo contesto i dissidenti sono relativamente pochi e facilmente perseguibili, anche in modo drastico, senza creare eccessivi problemi interni di consenso.

Tutto questo per spiegare una cosa molto semplice: una grande ex-potenza, con un forte senso patriottico, con uno spregiudicato comandante in campo e chiari problemi 35-armi-global-firepowereconomici, di vicinato, di frizioni militari, di interessi vitali a rischio in Medio oriente, punito da sanzioni ritenute ingiuste (come si ripete la Storia!) cosa fa? Cerca alleati alternativi (la Cina, la Turchia, la Siria), coglie occasioni per far crescere le frizioni all’esterno e  compattare il consenso all’interno (Ucraina, Crimea). Un paese di questo genere è estremamente pericoloso. Spinge le provocazioni oltre i limiti, bullizza i vicini, forza le differenze. La Russia resta una delle principali potenze mondiali, con grandi influenze diplomatiche, un ragguardevole arsenale atomico e un potente esercito. La Russia investe addirittura il 5,4% del suo PIL in spese militari (USA 3,3%; Cina 1,9; Germania 1,2; fonte) ed è considerata n°2 dopo gli USA. Che però, dal punto di vista europeo, stanno al di là dell’atlantico, mentre la Russia è ai nostri confini.

Non è interesse europeo allontanare la Russia, gettarla commercialmente e militarmente nelle braccia della Cina, farla alleare al despota Putin allontanando le soluzioni per la Siria. Questo può essere un interesse americano, nel complicato scacchiere delle alleanze e dominio commerciale petrolifero, ma non uno europeo. L’Europa dovrebbe dialogare con la Russia con indipendenza e senso della misura. Anche con fermezza, naturalmente, ma in un quadro di distensione che dovrebbe anche passare per un allentamento delle sanzioni.

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