La terza guerra mondiale inizierà in Ucraina fra tre, due, uno…

The Parties agree that an armed attack against one or more of them in Europe or North America shall be considered an attack against them all and consequently they agree that, if such an armed attack occurs, each of them, in exercise of the right of individual or collective self-defence recognised by Article 51 of the Charter of the United Nations, will assist the Party or Parties so attacked by taking forthwith, individually and in concert with the other Parties, such action as it deems necessary, including the use of armed force, to restore and maintain the security of the North Atlantic area (art. 5 del Patto Atlantico).

Rispetto alla moltitudine di fronti caldi sparsi in tutto il mondo, fra i quali anche il molto spettacolare jihadismo tagliatore di teste, quello di cui preoccuparsi veramente nell’immediato è in Ucraina perché pone una sfida inedita all’Occidente: salvaguardare la nostra tranquillità e lasciare l’Ucraina a Putin, sperando ovviamente che si accontenti, o difendere la libertà e i legittimi diritti degli Ucraini fino alle soglie del confronto armato, e mettendo in conto che tale soglia si potrebbe superare all’improvviso? È un dilemma antico che ha visto molte risposte, fra le quali l’isolazionismo americano fra gli anni ’20 e ’40; altra epoca, altre condizioni. Possiamo pensare, oggi, a un isolazionismo europeo? Possiamo disinteressarci dell’Ucraina, terra distante e storicamente “satellite” della Russia? E invece interessarcene, e cercare di prendere la sua parte, cosa può significare in concreto, visto che Putin non deflette dalla sua aggressività?

Per ragionare sulla crisi ucraina in maniera proficua e non viziata da scorciatoie ideologiche occorre evitare semplificazioni unilaterali; in questo momento la narrazione della crisi è: la Russia cattiva ha invaso l’inerme Ucraina, e noi popoli liberi dobbiamo correre in soccorso del debole. Che la Russia abbia le colpe principali in questo scorcio attuale di crisi che si incarna nello scontro armato nell’Ucraina dell’Est è indubbio; ma che ci siano grandi responsabilità ucraine, e diverse importanti di noi occidentali, NATO in primis, deve essere altrettanto chiaro, perché l’intreccio di responsabilità fornisce a entrambe le parti una cornice giustificativa alle proprie azioni. Insomma: sia gli ucraini, che i russi, che tutti noi occidentali abbiamo “delle ragioni” nell’additare i torti altrui, tutti proponendosi comunque come artefici di tali torti. Se non si comprende appieno questa complessità ognuna delle parti in causa continuerà a pretendere l’intera ragione e non si arriverà mai veramente a una soluzione politica permanente.

Partiamo dall’Ucraina e dalla sua storia: una storia che la vede sin dal ‘600 soggetta in varie forme alla Russia: vassalla prima, annessa poi, inglobata quindi nell’Unione Sovietica e sottoposta a una “russificazione” forzata, specie nell’Est. Il tallone sovietico causò milioni di morti e non deve stupire se all’arrivo delle forze dell’Asse 30.000 ucraini si arruolarono nelle Waffen-SS. Poi il crollo dell’URSS e la proclamazione nel 1990 dell’indipendenza Ucraina approvata con referendum (1° dicembre 1991) dal 90% degli ucraini.  Quali furono le conseguenze dell’indipendenza? Innanzitutto tensioni con Mosca per gli armamenti nucleari presenti sul proprio territorio; la questione della flotta ex sovietica di stanza a Sebastopoli (Crimea); la questione energetica, sempre drammatica per un’Ucraina dipendente dal gas russo; lo sguardo ucraino a Occidente e alla NATO (ci tornerò a breve); la continua instabilità politica che culminò nel 2004 con la cosiddetta “rivoluzione arancione” e un ulteriore avvicinamento dell’Ucraina all’Europa occidentale. La storia degli ultimissimi anni si gioca sul filo di questo confronto fra ucraini filo-russi e ucraini filo-occidentali: i primi – per semplificare – guidati da Janukovyč (ex primo ministro deposto da moti di piazza nel gennaio 2014) e i secondi dalla discussa Julija Tymošenko (ex leader degli arancioni, ex primo ministro, incarcerata per malversazioni e liberata in seguito ai moti).

Cosa ci dice questa breve carrellata storica? Che l’Ucraina, per sua somma sfortuna, è sempre stata soggetta al dominio russo, e che una buona parte degli ucraini guarda alla Russia come centro di riferimento culturale e politico naturale; ma che nello stesso tempo la storia dell’Ucraina è sempre stata segnata dal tentativo di liberarsi dal giogo russo e che un’altra buona parte di ucraini guarda ad Ovest e all’Europa come naturale approdo del proprio destino. In mezzo, nella storia contemporanea recentissima, politici discutibili, incapaci di leggere la complessità delle varie componenti nazionali e di mediare, contestati, processati, continuamente rovesciati anche da mobilitazioni popolari, in un crescendo confuso dove non si confrontano modelli democratici alternativi (per dire: liberalismo e socialdemocrazia) ma proposte autoritarie che oscillano dall’estrema destra (sostenitrice del rovesciamento di Janukovyč) al centrismo filo-russo.

Perché Putin sta aumentando la sua pretesa aggressiva contro l’Ucraina? I motivi sono sempre molteplici e intrecciati; molti sono razionali e riguardano interessi importanti, altri sono culturali e possono apparire più irrazionali ma servono come cornice ideologico-giustificativa all’aggressione. Non in ordine di priorità:

  • l’Europa, l’Occidente in genere e la NATO in particolare si stanno avvicinando eccessivamente ai confini russi, in barba a trattati sottoscritti quali il NATO-Russia Founding Act, che dava garanzie alla Russia in merito al non allargamento a Est del Patto Nord-Atlantico. È naturale che il passaggio di Paesi ex sovietici (o nell’orbita sovietica) dall’influenza russa a quella NATO è stata vista con crescente fastidio da Mosca, ma vedere la NATO addirittura ai confini (come diverrebbe probabile lasciando l’Ucraina al suo destino indipendente) è percepita come minaccia militare intollerabile;

NATO_expansion

  • Crimea: il porto di Sebastopoli è un nodo strategico e irrinunciabile della flotta russa; Donetsk e di Lugansk: l’attuale area del conflitto si trova ad Est e apre una via di terra fra Russia e Crimea completando l’operazione avviata con la penisola. Indubbiamente dal punto di vista strategico queste aree sono di interesse russo, ma è difficile leggere questa come motivazione principale dell’aggressione; la Russia avrebbe goduto del porto di Sebastopoli per decenni anche pacificamente, se avesse voluto;
  • la popolazione di queste zone (specie Crimea) è sostanzialmente russa: la storia della Crimea è prevalentemente russa e la sua “donazione” dall’ucraino Krusciov all’Ucraina fu sempre giudicata una follia; il panslavismo è un sentimento molto forte non solo in Russia, e causa o concausa di diversi conflitti (fra cui quello in Bosnia), e il richiamo alla “difesa delle popolazioni russe” dell’area non è, per i russi, un appello privo di senso. E su questo richiamo alla difesa di popolazioni russe minacciate (ancorché sobillate da Mosca) si apre il grave capitolo delle responsabilità ucraine.

russofoni

Quali responsabilità dell’Ucraina? Anche se il paese è vittima dell’aggressione russa occorre sottolinearne diverse gravi responsabilità: innanzitutto la negazione del problema della minoranza russa da parte del nazionalismo reazionario di Porošenko che ha pensato di liquidare un problema di rappresentanza con le armi. Un problema di rappresentanza, di identità ma anche di diritti reali che nelle zone di confine dell’ex Unione Sovietica, dove vari processi storici hanno mescolato russi e popolazioni preesistenti, si pone a volte in maniera grave (come nel doloroso e ai più ignoto caso degli “alieni” in Estonia e Lettonia). In sostanza la maggioranza non russofona e occidentale dell’Ucraina ha realmente minacciato la minoranza russofona orientale. Che poi tali minacce siano state ingigantite, che Mosca abbia accesa la miccia con sostanziosi aiuti ai “ribelli” è vero, ma si tratta di un ennesimo caso di attribuzione di responsabilità che può regredire all’infinito, ciascuna parte giustificando il proprio comportamento con quello dell’antagonista. Occorrerà poi segnalare che, una volta imboccata da Kiev la strada militare, è stata gestita malissimo con un’evidente incapacità operativa se nei fatti un esercito è stato sconfitto da dei ribelli (per quanto attrezzati, supportati, riforniti etc.).

Come risponde l’Occidente? A questo punto dobbiamo ovviamente prendere una decisione, o quanto meno esprimere una volontà, una propensione, come popoli europei. Una delle opzioni in campo è “Ma chi se ne frega dell’Ucraina? Che se la prendano!”. Se anche voi siete di questo parere provo a mostrarvi perché secondo me quest’opzione non sia onorevole, né intelligente:

  • non è onorevole perché infischiarcene dell’Ucraina, anche considerate le sue colpe, e scendere in piazza per il Tibet mi parrebbe un controsenso. Sfogliare orgogliosamente sessant’anni di manifestazioni contro l’imperialismo yankee e lasciar correre quello russo mi pare un’ipocrisia;
  • non è intelligente perché i bulli si rafforzano sulle debolezze e sulle paure delle loro vittime; mangiarsi con facilità l’Ucraina oggi potrebbe dire desiderare i Paesi Baltici domani e poi, e poi… il ghiotto boccone della Polonia che ne dite? Se l’Occidente resta inattivo di fronte alla frantumazione dell’Ucraina come potrà invocare misure di un qualunque genere a favore dell’Estonia, o di altri Paesi? E che credibilità avremo? Come agiremo la complessità geopolitica se al tavolo mondiale la Russia siederà dal lato dei bulli pericolosi e noi da quello dei pavidi silenti, e complici? L’evoluzione delle relazioni fra paesi negli ultimi decenni pareva avere consolidata l’idea che i confini fossero sacri, le annessioni militari intollerabili e le dispute di confine da risolvere diplomaticamente. Putin ci mette di fronte all’illusorietà di tale idea e risveglia fantasmi che credevamo sopiti.

Cosa succederà quindi? Da un lato le sanzioni, inevitabilmente destinate a inasprirsi se la tregua firmata il 5 settembre si dimostrasse un bluff, segnano già ora un duro colpo per l’economia russa che non gode di buona salute e che si è assunta costi enormi per il sostegno e lo sviluppo della Crimea; certo non sarà priva di conseguenze neppure per l’Europa, e quindi per l’Italia, soprattutto per il fatto che la Russia è un importantissimo partner commerciale europeo che viene così sospinto a guardare altrove, in particolare verso la Cina (comunque partner strategico non trascurabile, visto per esempio il recente accordo da 400 miliardi di dollari per la fornitura di gas). Quindi: sì, le sanzioni alla Russia costano anche a noi, nessuno ha detto che la cosa sia facile.

ucraina-separat_elabor-BS

D’altro lato è arrivata anche una risposta militare, fortemente voluta specialmente da Obama, che dislocherà una forza di intervento rapida nell’Europa dell’Est. Anche se prevedibile, e osteggiata (giustamente) dagli europei, questa mossa da un lato è militarmente insufficiente e per lo più simbolica, e dall’altra destinata a inasprire l’escalation dei reciproci rancori e sospetti. Se il secondo punto è piuttosto ovvio potrebbe non esserlo del tutto il primo. Rispetto a una guerra convenzionale poche migliaia di uomini, per quanto selezionati, sono sostanzialmente inutili contro l’armata russa, come vedete da questa infografica:

europa

(fonte: la Repubblica)

D’altro lato è difficile ormai prevedere una guerra convenzionale; come è chiarissimo ai generali russi (e probabilmente anche a quelli della NATO), oggi si può conquistare un Paese con pochi uomini, molta destabilizzazione, attacchi hacker e molte altre forme non convenzionali di cui abbiamo avuto anticipazioni proprio in Ucraina.

Quale evoluzione nel breve periodo? Io onestamente non credo in un imminente conflitto armato destinato a vedere tank russi dilagare dall’Ucraina all’Europa intera. Ma è evidente che siamo a un giro di boa nelle relazioni fra Russia e Occidente; le sanzioni, deve essere chiaro, sono una forma di guerra, anche se senza pallottole; le sanzioni aumentano la povertà dei popoli, isolano i governi, alimentano rancori. Aumentare le sanzioni, e mantenerle per un periodo sufficiente, creerà una frattura difficile da colmare; e l’esibizione militare al confine orientale del’Europa renderà ancora più chiaro il fatto che noi siamo di qua, e loro di là. Una nuova epoca di guerra fredda che occorre non stressare in maniera impudente (come la NATO ha continuato a fare nell’ultimo quindicennio). Putin non vuole e non può affrontare una guerra armata con l’Occidente, ma non provochiamolo eccessivamente, anche perché probabilmente vincerebbe lui. Quindi: il destino della Crimea e delle sedicenti “Repubbliche di Donetsk e di Lugansk” è segnato; persa la Crimea, solo un negoziato attento e onesto potrà lasciare l’Est in Ucraina a fronte di un’ampia autonomia, mentre un confronto improvvido farà semplicemente aderire anche queste zone alla Russia. Il Patto Atlantico rafforzerà la sua presenza nei Paesi Baltici e Polonia, e questo sarà inevitabile anche se irriterà Putin; il dilemma vero riguarda l’Ucraina e una sua eventualmente frettolosa cooptazione nella NATO, veramente inaccettabile per Mosca. In questo momento il sentimento anti-russo dei popoli di confine, già vittime del potere sovietico, è al culmine, ma occorre raffreddare gli animi ed evitare dichiarazioni improvvide come quelle del polacco Tusk, che non è più semplicemente un polacco ma il presidente in pectore del Consiglio europeo. Occorre aiutare l’Ucraina a imboccare una strada democratica di modello europeo, evitando la lotta fra oligarchi rappresentanti di interessi (anche etnici) diversi. Insomma: il quadro rimarrà incerto a lungo, e se alla diplomazia e al dialogo l’Europa preferirà la guida NATO e la prova di forza (e le sanzioni sono parte di questa seconda opzione) lo scontro con la Russia sarà semplicemente rimandato.

Risorse:

3 commenti

  • Segnalo l’articolo “Why the Uckraine Crisis is the West’s Fault” di John J. Mearsheimer (Foreign Affairs) che mi pare molto fattuale, anche se la preoccupazione conclusiva è pienamente condivisibile e richiama ai dissennati disastri che la politica estera statunitense combina e rischi che l’Europa fa propri condividendola sempre e comunque, magari passivamente.

  • Equlibrato e sensato. Storicamente, non è vero che l’ucraina sia stata soggetta alla Russia fin dal ‘600, anzi. Fino a fine ‘700 la parte occidentale, come per un lungo periodo della sua storia precedente, era polacca, e la parte orientale animata la larghi moti indipendentisti, pur essendo stata “presa sotto la protezione” Russia. La russificazione forzata parte dall’800. Occorre guardare alle popolazioni, oltre che al possesso territoriale, altrimenti, si potrebbe dire che sia del tutto “naturale” che la Grecia sia una regione della Turchia… (ricordo che la Grecia si è resa indipendente circa nel 1830, dopo secoli di dominazione turca).

  • “…o difendere la libertà e i legittimi diritti degli Ucraini fino alle soglie del confronto armato…”

    Tra questi diritti, il diritto di negare agli altri la possibilità di parlare la propria lingua natale. In Italia siamo costretti a tutelare gli altoatesini – ci mancherebbe – che parlano tedesco. In Ucraina i russi di lingua russa che tali si dichiarano sarebbero il 40% circa dei residenti, ma pare che il loro governo abbia il sacrosanto diritto di chiuder loro la bocca. Sbagliano a Kiev o sbagliamo a Roma?

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