Lessico della Tetra Repubblica: Furbetti del cartellino

I “furbetti del cartellino” del comune di Ficarra sono gli ultimi in ordine di tempo che hanno goduto dei wharoliani cinque minuti di gloria, ma le cronache sono infinite e spesso condite da assurdità sgangherate e da commedia dell’arte molto italiana. Ovviamente è difficile avere dati esattissimi, anche se invece è abbastanza facile fare stime abbastanza precise.

Il Rapporto [sui] Comuni 2017 del centro studi Ermes è probabilmente la fonte più precisa di cui disporre. Secondo il Rapporto la media di assenze dei dipendenti pubblici italiani nel 2015 è stata di 50,2 giorni lavorativi, con un ventaglio che va dalle 99,4 giornate a Locri alle 14,0 di Biassono (la ricerca riguarda un campione di comuni molto alto, ma non la totalità dei comuni). La prima cosa che balza agli occhi è la discretamente buona distribuzione territoriale; non “terroni fannulloni”, per esempio, ma proprio italiani, tutti; fra i primi dieci comuni assenteisti ne troviamo due lombardi, uno marchigiano e uno laziale, mentre fra i dieci più virtuosi (di questo studio) otto sono meridionali. Quindi, 50 giornate – in media – di assenza annua su un totale di 250 giornate lavorative (2017) alle quali sottrarre le ferie: 30 giornate circa (“circa” significa che ci sono piccole e trascurabili modifiche in determinate condizioni); dopodiché i lavoratori hanno diritto a svariati benefici occasionali: matrimoni, lutti, permessi di maternità/paternità, legge 104 (accudimento familiari malati), diritto allo studio. E non dimentichiamo i diritti sindacali, le assemblee e via discorrendo. Vuoi che in un anno non escano altri 3-4 giorni di assenza? Ma questi non li contiamo, ci facciamo bastare i 50 giorni di assenza sui 220 in totale (250 meno i 30 di ferie): un quarto scarso di assenze che in nessunissimo caso possono essere imputati a malattia, salvo considerare come altamente virale il lavoro nel pubblico impiego, visto che nel privato le assenze dal lavoro sono molto inferiori (dati  2015 CGIA di Mestre). Sono anche stati calcolati i costi di questo assenteismo spesso “strategico” (in concomitanza di ponti e di fine settimana): 7 miliardi di Euro (fonte) che significa, pari pari, mezzo punto scarso di PIL, che non son proprio noccioline!

E’ interessante osservare che – contrariamente a certi luoghi comuni – in Italia ci sono meno dipendenti pubblici rispetto agli altri paesi europei (in rapporto alla  popolazione) con differenze anche rimarchevoli (Italia 5,18%; Francia 8,5; Regno Unito 7,9; fonte) ma con grandi sbilanciamenti fra regioni e regioni, dove ovviamente primeggiano quelle a statuto speciale in termini assoluti e alcune regioni del sud se si calcola il tasso sugli occupati anziché sull’intera popolazione (Regione Calabria 22%). A questo punto la domanda non può che riguardare l’efficacia di questa pubblica amministrazione, scarsa e assenteista. Si può comprendere facilmente come qualunque indicatore non possa che risultare parziale, e le classifiche internazionali lasciano Schermata 2018-04-10 alle 09.15.34sempre dubbi di natura metodologica. Ciò premesso l’International Civil Service

Index, che utilizza un insieme di 12 macro-indicatori, colloca l’Italia agli ultimissimi posti, a una distanza siderale non già dalle eccellenze (Canada, Regno Unito, Svezia…) ma anche semplicemente dal valore medio (fonte). Naturalmente ci sono moltissime cause che concorrono all’inefficienza della PA e non si intende qui proporre un’equivalenza fra cattiva amministrazione e assenteismo; giustizia lenta, ritardo nell’informatizzazione delle procedure, eccesso di leggi e procedure e concorrenza fra stato e regioni; obsolescenza culturale e tecnologica del personale e molto altro concorre a rendere la PA italiana molto inefficace e inefficiente rispetto agli standard europei. Ciò significa, poi, meno investimenti dall’estero, minore equità dei cittadini italiani rispetto a quelli europei, scarse sinergie con l’industria e molto altro facilmente traducibili in euro sprecati, in modernità mancata, in diritti negati e in diversi punti di PIL bruciati.

Ma torniamo all’assenteismo. Ci siamo allargati solo per mostrare come piova sul bagnato. Una PA complessivamente inefficace e in ritardo con, in più, la piaga dell’assenteismo. Che va capito sotto il profilo sociologico. I colpevoli di Ficarra hanno candidamente dichiarato che “si è sempre fatto così”, “così fanno tutti”, ed è questa la chiave per comprendere il fenomeno e cercarne delle soluzioni. Il pubblico impiego è stato percepito, si potrebbe dire da sempre, come il ventre di vacca dove accomodarsi comodamente, realizzare un minimo plausibile di attività, e per il resto passare il tempo. Chi scrive conosce abbastanza bene la situazione dentro gli enti pubblici e sa benissimo che ci sono isole, luoghi, funzioni di altissima produttività, occupati da dipendenti con altissimo senso di responsabilità (pensiamo ai settori sanitario, emergenziale, pronto soccorso; ai servizi a sportello…); ma questi rappresentano una piccola percentuale del totale. Più spesso le pratiche d’obbligo si possono svolgere, in realtà, in un tempo ridotto rispetto all’orario d’ufficio; ci sono giornate intere in cui legioni d’impiegati semplicemente non sanno che fare e quindi diventa naturale il passeggio nei corridoi, le chiacchiere coi colleghi, l’uscita per prendere il caffè, sotto l’occhio benevole e complice del capo ufficio. Il dipendente pubblico, sovente, impara dai più anziani a dilatare i tempi, a fare con comodo, ad accomodarsi con loro nelle pause caffè e non rompere troppo le scatole con pretese di efficientismo, visto con sospetto. Ho personalmente conosciuto dipendenti pubblici che hanno passato un’intera vita a fare esattamente nulla, dormendo (e russando rumorosamente) in orario d’ufficio, fra la pausa cappuccino e il giretto per fare la spesa; sopravvissuti a qualunque buona intenzione sanzionatoria di capi ufficio appena appena solerti, protetti dai sindacati, inamovibili, illicenziabili nei fatti, e capaci di protestare rumorosamente se il responsabile dava loro un basso punteggio annuale ai fini degli incentivi.

Non bastano leggi rigorose sulla carta (come la riforma Madia del 2017) se non cambia l’approccio culturale. In Italia abbiamo “im-piegati” (come notava il mio primissimo direttore) laddove nei paesi anglosassoni ci sono civil servant, servitori civili, servitori della loro comunità. L’assenteismo è il figlio naturale del clientelismo, del nepotismo, della cultura che vede nella PA un nemico dei cittadini operosi, e quindi nell’impiego pubblico una garanzia di sfruttamento a vita dello Stato. I costi – come già accennato – sono disastrosi; quando per esempio si parla di fondi europei sprecati, una ragione è certamente nelle scelte a monte, poco oculate e poco coraggiose, ma molto dipende dall’incredibile e continua “frizione” dei meccanismo pubblici, dai ritardi clamorosi e ingiustificati per far camminare qualunque pratica, dall’ostilità con la quale ciascun impiegato difende il suo territorio dai colleghi, creando una reciproca cecità sul flusso organizzativo. Ho conosciuto quantità di imprenditori che pur di non finire nella rete vischiosa della burocrazia pubblica preferiscono disinteressarsi dei fondi europei. In questo quadro l’assenteismo è il peccato originale degli italiani. La cosa pubblica è di qualcun altro; la pubblica amministrazione è un’astrazione che fornisce un piccolo stipendio, richiede piccole prestazioni, non premia il merito, è sostanzialmente avvilente e monotona, che si fotta!