La ripetitività del pensiero mang-unghiano e le cimici che per fortuna resistono

 

Riassunto

Qui si leggerà di “tatuaggi dei mafiosi russi come narrazione galeotta, delle api stanno morendo ma per fortuna le cimici resistono; della politica sociale del presidente Uzbeko” ma prima di arrivarci parleremo di monomaniaci, nerd e altri sfigati, toccheremo il tema del clan, torneremo indietro diecimila anni di qua e di là da un fiume per poi ritrovarci tutti, ma proprio tutti-tutti, ungo-manghiani fino al midollo. E ripetitivi. Proprio come chi scrive.

Scheda

  • Parole chiave: ripetitività, clan, gruppo, schieramenti, opposizioni, attivisti, svizzeri, odio, schifo.
  • Target: gli amici di HR
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Premesse

Nel ricevere il post precedente a questo, la redazione di HR mi scrive:
[…] «prima o poi dovrai cercare di cambiare un pochino temi e argomenti… Che ne so? I tatuaggi dei mafiosi russi come narrazione galeotta; Le api stanno morendo ma per fortuna le cimici resistono; La politica sociale del presidente Uzbeko…»
Il sub-messaggio che mi arriva dice: basta scrivere di libri, librai, librerie, lettori e letture. Sei noiosa, soprattutto ripetitiva. Io annuisco e torno al lavoro accantonando il pensiero nello scaffale CPPT (1) del mio archivio neurale.
Sub-premettendo che non ci sono, al momento, evidenze/prove/dati significativi su come sia davvero organizzato un archivio mnemonico, ci tengo a precisare che io mi sforzo di far funzionare il mio con il metodo FIFO (First In First Out: ovvero il primo pensiero che entra è il primo che esce per essere rielaborato e archiviato) ma la verità è che va avanti a LIFO (2).
In pratica sto lavorando all’editing di un testo sul sovraindebitamento scritto da un avvocato mentre una notifica mi avvisa della mail di HR.

Secondo il metodo FIFO dovrei andare avanti a verificare i dati sul numero delle esecuzioni forzate degli ultimi 3 anni, giusto? Peccato che i miei neuroni entrino in modalità LIFO, accendano gli allarmi silenziosi e poi inizino a fare su e giù borbottando tra loro. Poiché borbottano e per di più lo fanno con un linguaggio che (forse) piacerebbe a Bob e Alice (i due bot di Facebook che nel 2017 hanno iniziato a parlare da soli senza che nessun altro potesse capirli e quindi scatenando un putiferio di reazioni contro lo strapotere dell’intelligenza artificiale e le sue minacce che – bla bla bla – ecco perché distruggeranno il mondo e bla bla bla) io non è capisca proprio tutto-tutto, ma qualcosa colgo, tra cui, un paio di aggettivi come “noiosa” e “ripetitiva” che – pensa un po! – si ripetono.
Lo spirito del tizio in bandana alle mie spalle esce subito dal muro e va a parlare con i miei neuroni.

https://photos.app.goo.gl/A1aDkN3qxENEahV4A

Come ci riesca non lo so, ma magari ce la fa perché è morto, fatto sta che, eccitati dal tizio, i neuroni corrono verso gli scaffali classificati alla lettera “I” di Imola dell’archivio mnemonico e da quello mi schiaffeggiano con un cassetta della frutta piena zeppa di riflessioni altrui con le quali comporre il mio prossimo pezzo che no, non parlerà affatto di libri, librai e letture ma – copio e incollo – di «Che ne so? I tatuaggi dei mafiosi russi come narrazione galeotta; Le api stanno morendo ma per fortuna le cimici resistono; La politica sociale del presidente Uzbeko…»
La polizia fantasma entra in azione e blocca la fuga con un alert:
“Tornare al lavoro. Subito. Consegnare editing prima di pensare al pezzo per HR.”
Passano sette giorni e io sono in standby, ovvero ho una mattina libera per scrivere il pezzo senza che la Polizia Fantasma mi faccia sentire in colpa.


Alla fine della premessa, passiamo al post e rispondiamo all together alla domanda: “Sei ripetitiva?”
Risposta: eccome. Vediamo perché.


 

Il sostantivo italiano per gli individui che come me fanno un lavoro del quale si nutrono e con il quale frantumano gli zebedei alla galassia intera è monomaniaco. Sempre in italiano, l’aggettivo con cui accompagnare il sostantivo è sfigato (di suo, senza virgolette, nove volte su dieci). In alternativa alla combo ‘monomaniaco sfigato’ possiamo usare “nerd”.

È un nerd, o monomaniaco sfigato – da ora innanzi per brevità MS – il commercialista che ammorba il suo universo con gli indici di bilancio; il cheffo (“ch” morbido perché crasi tra chef e ceffo) che parla solo di cucina molecolare, sacchetti di plastica, burro di malga e slow cooking theory. Sono MS gli infermieri, i chirurghi, i massaggiatori. I politicanti in parlamento, quelli in piazza, al bar e in tabaccheria. Gli sportivi da divano e quelli con il contapassi infilato su per il colon; i runner, i tennisti, quelli che fanno kite, i campeggiatori con le canadesi sul tetto della Mini e quelli con il Tuareg da desert storm. Sono MS gli intellettuali-tutto-spirito tanto quanto i palestrati-solo-carne-tatuaggi-tribali-e-anabolizzanti. I credenti, i fanatici, i feticisti. Sono MS i nutrizionisti, i salutisti, i malati, i moribondi, i sopravvissuti (a una malattia, un fallimento, un incidente in auto/moto/aeroplanino). Lo sono i ricchi (di conti correnti quanto di pensiero) e lo sono i poveri (di spirito e di tasca). Lo sono i musicisti. Sempre. I pittori, i galleristi, i collezionisti, i flipper. Sono monomaniaci i chimici per i quali il mondo è solo chimica, così come per i biologi, i matematici, i fisici, gli astronomi, i maghi, gli illusionisti, i mentalisti, i pubblicitari estinti. I filologi, che sono anziani ma resistono. I dantisti. I critici. I comitati di qualsivoglia natura e specie, come singoli quasi più che come corpus. Sono nerd, monomaniaci sfigati, tanto i materialoni quanto gli intellettuali, solo che i secondi lo sanno. E poi escono un po’ meno.

Era un MS David Foster Wallace, lo scrittore preferito di una generazione di wannabe che include chi scrive (in generale e in particolare). La sua monomania era il linguaggio. Intorno a quello ha costruito e impiccato la sua vita ma, a prescindere dal fatto che lo usasse come pochi altri al mondo, lo riconosceva come parte fondante di una mania che lui stesso dichiarava sia sfigata, sia elitaria.

«I submit that we SNOOTs are just about the last remaining kind of truly elitist nerd.»

«Faccio presente che noi Snob siamo pressoché l’ultimo tipo rimasto di sfigato monomaniaco veramente elitario.»

Sostantivo e aggettivo insieme compongono il quadretto in cui mi specchio come singolo e come atomo parte del tutto.
La mia monomania prevalente è la lingua: quella che vendo, sento, leggo, uso e pure quella che schiocco sul labbro inferiore quando faccio la-fenomena. Che io scriva fa un po’ più figo se e solo se l’osservatore ritiene elitaria la scrittura; per tutti gli altri resta una forma di sfiga specifica, sì, ma sempre sfiga.
Questione di punti di vista, as always, di associazioni di idee, concetti, paradigmi e archetipi.

Vediamo un fenomeno qualsiasi e a quello associamo un insieme di significati, immagini e situazioni: “il dottore è un tizio importante, perché ha fatto le scuole alte, salva le persone, guadagna tanto, fa la bella vita”.

Stare davanti al dottore per chi non fa il dottore porta ad abbassare la testa.
Rispetto, timore reverenziale, paura: il dottore è quel tizio che può dirci come salvare la pelle quando noi nemmeno sapevamo che fosse in pericolo.

Fare il dottore diventa essere il dottore: cioè parlare da e con i dottori, con la lingua dei dottori, con il modo di vivere dei dottori.
Da persone qualsiasi, da singoli in preda al panico in mezzo ai misteri e alla solitudine di 200mila anni da scimmie evolute, *essere un dottore* (così come un commercialista, un runner, un tabaccaio, un artigiano) ci porta a sentirci parte di un gruppo. Meno soli, meno sfigati, meno disperati, spaventati.
Non importa che il gruppo sia un’élite nel senso elegante del termine, né che la sua causa sia attiva (legata al fare) piuttosto che passiva (connessa al contestare): perché il gruppo funzioni basta che esista e che ci ammetta.

Indietro veloce a 10mila anni fa, circa. Continente asiatico.

Guardando oggi, sappiamo che è più o meno lì che l’umanità ha iniziato a mettere radici, coltivare la terra, domesticare le bestie, blablablà (3), ma se invece del senno di poi usiamo la miseria dell’oggi di allora e il relativo punto di vista, possiamo immaginarci la scenetta che segue.

Di qua dal fiume, marrone, pericoloso e infestato di predatori, c’è il clan di Ung, occhi a mandorla, mascella squadrata, capannine di rovi, fango et similia, cespugli di piantine in crescita in mezzo al letame, un proto-cane destinato a diventare – 9mila anni e rotti più tardi – un pastore tedesco e quattro capre.
Di là dal fiume, passa Mang con la sua tribù di lance lunghe. Anche Mang ha un proto-cane, anzi, Mang ne ha sei ai quali ha già insegnato a trascinare una specie di slitta e a seguire le tracce dei grandi roditori che, insieme alle bacche, sono alla base dell’alimentazione dell’intero gruppo. Mang e i suoi figli si spostano in cerca di cibo, cacciano e raccolgono quello che trovano.
Reiterano comportamenti che hanno imparato dai loro vecchi – si fa per dire – e se sapessero cos’è una definizione, si definirebbero tradizionalisti e conservatori.
Arrivato davanti all’accampamento stanziale di Ung, a Mang casca l’occhio sulle caprette e sui cespugli. Senza ancora sapere cosa siano manna, grazia, provvidenza e compagnia cantanti, Mang ringrazia gli spiriti del cielo e della terra, inizia a studiare l’opportunità Unghiana e nelle notti successive organizza un meeting per capire il da farsi.
All’ordine mette le seguenti considerazioni e premesse:

Noi siamo i Manghi. Per sopravvivere ci spostiamo di continuo, cacciamo, raccogliamo quello che troviamo e lo mangiamo. Siamo cacciatori-raccoglitori. Portiamo avanti le tradizioni. Siamo forti. Siamo svegli. Siamo così forti e così svegli da avere addirittura due grandi vecchi nel gruppo. Ancora vivi a quasi trent’anni. Poffarbacco! Di là dal fiume c’è un supermercato a cielo aperto, senza metal detector, senza password, senza vigilanza. Gli ALTRI stanno di là dal fiume, non cacciano, non si preoccupano di proteggersi, sono inferiori in numero, quote di mercato e visione. Non cacciano e non raccolgono. Non rispettano le tradizioni e se li lasciamo lì, rischiamo che ci sterminino.

Mentre Mang si ingegna per guadare il fiume e dare l’assalto al supermarket, anche gli Unghi sono riuniti e stanno pensando le même chose di Mang.

Noi siamo gli Unghi: abbiamo smesso di correre come cretini dietro ai mufloni e ci siamo evoluti domesticando flora e fauna. Siamo intelligenti, adattabili, civili, innovatori modernissimi. Noi siamo il futuro, gli ALTRI sono il passato di cui vergognarci. Sono rozzi, primitivi, pericolosi. E poi vengono da fuori e puzzano (che schifo). Se passano il fiume, dobbiamo allontanarli. Se non tornano indietro, dobbiamo combatterli.

Il pensiero Unghiano e quello Manghiano si somigliano, così come i loro bisogni, primo dei quali l’appartenere a un gruppo perché il clan è protezione, fonte di cibo e rassicurazioni; quello degli ALTRI è il nemico.

Giugno 2018, emisfero occidentale, penisola italica, dodici anni dall’esplosione dei subprime e dalla successiva deflagrazione causa del salto carpiato dei mercati finanziari del globo. Il 30% delle famiglie nostrane fa fatica ad arrivare alla fine del mese. La Lega è al Governo. Tre persone su quattro hanno almeno uno smartphone.
Alberto Manzi è morto da 21 anni e mentre i maestri e i professori continuano a morire di fame o giù di lì, noi speriamo che il nuovo Ministro dell’Istruzione porti un po’ di movimento all’interno del suo ministero e lo rimetta in forma.

Ung e Mang, morti da diecimila anni, sono ancora qui, dentro di noi, inanellati nel nostro DNA dalle punte dei capelli a quelle dei piedi.

Di qua dal fiume i dottori, di là i pazienti. Da una parte i credenti, dall’altra i figli dell’UAAR. Terrasferisti con le lacrime agli occhi contro FES, nomen omen alla base dell’acronimo della Flat Earth Society. Neoluddisti con lo scotch americano sulle telecamere versus futurologhi entusiasti. Neofascisti contro neopartigiani.
Cortei, tera di dati online, polemiche, bufale. Associazioni di categoria, albi, album, scudetti e sigilli. Fantastilioni di punti di vista, così tanti che se potessimo contarli (ma ci servirebbe un calcolatore più grande dell’intero universo) avremmo un numero di Graham e tutti, nessuno escluso, accomunati dallo stesso ungo-manghiano principio: il clan.

In assoluto, dal principio del clan e dalla sua attrattiva non possiamo sfuggire nemmeno se lo rifiutiamo.

Ci schieriamo se riconosciamo di farne parte, così come se decidiamo di rifiutarlo e ci siamo in mezzo anche quando ne stiamo fuori facendo gli Svizzeri. Dentro al clan come entusiasti, fuori dal clan come oppositori, nemici, a favore, contro, neutrali, agnostici, indifferenti, non-so-non-mi-esprimo, non conta: qualunque sia la monomania prevalente cui riteniamo di appartenere, della quale parliamo o contro la quale CI BATTIAMO, ognuno di noi, con modi e tempi specifici, è un ungo-manghiano, un nerd, un MS.

Non inventiamo una beata fava, mai, al massimo rielaboriamo, cambiamo i dettagli, limiamo gli spigoli o spigoliamo le curve, ma continuiamo a parlare delle stesse quattro cose con le quali siamo a nostro agio.

Perché?
Bah, magari forse solo perché è comodo, o perché ci piace la reazione dei nostri interlocutori. Per semplicità, vanità, per abitudine, indole, caso o scelta precisa, per confermare, stupire, gongolare e/o provocare.

Eppure ci riteniamo unici.

Ci sentiamo diversi dagli altri: molto diversi da quelli fuori dal clan, un po’ meno (ma un po’ sì lo stesso) da chi ci sta dentro con noi.
E questo nostro universale sentirci diversi nasce dalla ricerca spasmodica delle differenze con gli ALTRI e dalle somiglianze con il clan.

Io sono tutto tatuato perché ho visto Educazione Siberiana.
Io invece perché in galera ci sono stato davvero e Opera è la nuova Vladimir.
Io ho un solo tatuaggio con il nome di mia figlia (si sa mai me lo dimentichi).
Io ne ho undici perché ognuno di loro ha un perché, mica perché è di moda.
Io invece ne ho dodici perché si usano dispari e a me non piace “quello che si usa”.
Io non ne ho proprio, perché ce li hanno tutti quindi che schifo.

Io prima delle dieci di mattina non parlo con nessuno.

A me fa schifo lo sport.
Io corro tutte le mattine.
– Come la gazzella che se no si sveglia già morta.

Io odio la differenziata che sporca il nostro centro storico.
– Io la tua differenziata ad cazzum invece la raccolgo e ogni volta che fermo l’Ape sotto il tuo portone ti mando due madonne.

Io odio le banche perché mi hanno portato via la casa.
Io ho chiamato i media perché non me la portassero via e adesso scriverò una legge per proteggere quelli come me.
Io odio #laggente perché il mondo fa schifo.
Io odio #laggente che sta distruggendo il nostro pianeta e le api stanno morendo.
– Ok, però almeno le cimici resistono.

Io, invece, amo tutti perché siamo tutti uguali e adesso zitto che c’è una scia chimica.
Io amo gli animali perché non sopporto gli uomini.
Io non mangio gli animali perché le verdure mi stanno sul cazzo.
Io odio chi parla male di chi parla male di chi mangia la carne.
Io odio Wikipedia perché è il #Male.
Io su Wikipedia ci scrivo la mia pagina personale perché fa figo.
Io sono uscito da Facebook perché Facebook non è vita vera.
Io non ho Facebook perché ho una vita.

Io odio la politica perché sono tutti ladri.
Io sì che sono di sinistra, ma di quella di una volta, che voi ve la sognate.
– Non me ne parli, guardi, come i parcheggi in centro che non ci sono più e poi i centri si svuotano, eh, signora mia, dove andremo a finire…

Io odio il presidente Uzbeko e se non sai chi è e cosa fa odio anche te perché mi fai schifo.

E io amo le parole perché riescono a farmi ridere da sola, soprattutto di me stessa e di quelle quattro bagatelle che scrivo e credo di pensare ma invece no, invece ciccia. Perché ogni mese, più o meno, studio qualcosa che mi illudo sia #nuovo, tonnellate e tonnellate di pagine che mi permettono di parlare di un argomento specifico con una cognizione di causa a brevissimo termine (30 giorni di lavorazione media su ogni testo, più 15 di vacatio prima che la memoria faccia spazio). Economia, psicologia, filosofia, fitoterapia, magia, medicina galenica e d’avanguardia, nanotecnologie, leggi, decreti attuativi, critica, informatica, organizzazione aziendale, marketing, sport, fitness, alimentazione, salute, fisica del futuro, matematica, sudoku, ordine, metodi e miti, moda e marketing, strategia e politica, guerre e pacifisti, etichette, definizioni, cluster, startup e incubatori, banchieri e emigranti, muratori e piloti. Ma – a prescindere dall’Io di chi scrive (4) e pure da quello di chi legge – se c’è una cosa sulla quale continuo a lambiccarmi il cervello in questo buchetto sperduto dell’Universo è perché le api stiano morendo e le cimici, maledette e puzzolentissime cimici, invece no.

 

Note

(1) – *ci penserò più tardi*
(2) LIFO: Last In, First Out
(3) *a proposito di monomanie, di Jared Diamond e il suo Armi Acciaio e Malattie ne abbiamo parlato qui*
(4) di nuovo, giusto per ripetermi e confermare il post: l’Io di chi scrive va inteso in senso specifico (riferito alla qui presente scribacchina) tanto quanto generale come parte del tutto, elemento di un clan, bla bla blàblà.
Nota non numerata: la I dello scaffale in cui (non) riposa David Foster Wallace pur essendo la stessa che precede mola, appartiene al titolo di uno dei pochissimi libri di Vittoria Guerrini, meglio (anche se poco) conosciuta come Cristina Campo.