Scegliere il sovranismo per perdere sovranità

Confesso di non seguire con particolare attenzione gli scambi di battute polemiche tra questo o quel commissario UE e questo o quello (più questo che quello) dei nostri Governanti del Cambiamento. Posso assicurare tutti che questi scambi sono totalmente irrilevanti, o forse blandamente controproducenti, ai fini della ricerca di un compromesso sulla prossima Legge di Stabilità, ammesso che un compromesso sia quello che interessa agli uni o agli altri.

Ciò stabilito, c’è inevitabilmente chi invece crede che queste ostentazioni di pugnacia verbale siano al tempo stesso sintomo e catalizzatore di quell’autonomia decisionale e di quella capacità di governare gli eventi che sarebbe il connotato chiave del sovranismo, questa “posizione politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovrannazionali di concertazione”, come riporta diligentemente il vocabolario Treccani. Propugna, dice.

Già, perché poi ottenere di esercitare una reale sovranità è tutt’altra storia, e lì non bastano chiacchiere e rodomontate. Essere sovranisti non significa essere sovrani; anzi, la realtà, per un paese come l’Italia che non dispone di una potenza di livello planetario, è esattamente opposta: i nostri sovranisti, anche per i loro modi da melodramma, ottengono il risultato opposto, ossia farci perdere sovranità.

Come, infatti, si “misura” la sovranità? Quale paese potremmo giudicare più sovrano di altri, ad esempio in Europa? Una risposta viene naturale: la Germania, e direi che anche i sovranisti tricolori la pensano così. E come fa la Germania a essere più sovrana degli altri? Picchia i pugni sui tavoli di Bruxelles? Si isola in un’autarchia politico-economica? Denuncia i trattati internazionali?

Al contrario. La Germania si è resa conto benissimo da anni che, per poter evitare che altri decidano della propria sorte, occorre essere, e contare, nei tavoli sovranazionali, a partire dall’UE. Senza far polemiche, bizze, ricatti, piazzate, ma lavorando nelle istituzioni, posizionando rappresentanti competenti e seri nei ruoli chiave, stringendo alleanze con altri paesi, il tutto in modo coerente e credibile. Certo, il vero potere esercitato dalla Germania è quello economico; ma anche lì, non è che i tedeschi abbiano segretamente scoperto l’oro del Reno: le loro ricette sono conosciute, e se sono per noi difficili da imitare è per ragioni che riguardano noi e non loro, e che qui su Hic Rhodus segnaliamo da anni (ricordo solo  questo post di SignorSpok). Noi, rispetto alla Germania, abbiamo delle debolezze strutturali accumulate nei decenni, e la cui responsabilità non è dell’Europa o dell’Euro, ma semplicemente nostra: una bassa produttività, un basso livello di innovazione tecnologica, un elevatissimo debito pubblico, una scarsa capitalizzazione delle imprese, spesso troppo piccole. Questi fattori, e non la mancanza di combattività dei nostri passati governanti, sono il motivo per cui dipendiamo da altri più di quanto sarebbe comunque inevitabile in un mondo interconnesso; se vogliamo più sovranità, dovremmo ridurre il debito pubblico, spostare la spesa pubblica in direzione di investimenti in infrastrutture e servizi digitali, favorire la ricapitalizzazione del sistema bancario e delle imprese. E invece…

Invece, il nostro attuale governo sta facendo esattamente l’opposto. Le moltissime parole e i pochi atti del governo vanno tutti coerentemente nella direzione di un aumento del debito pubblico, di uno spostamento della spesa pubblica verso assistenza e agevolazioni fiscali, provocando un deprezzamento dei titoli di Stato e del mercato azionario che comporta ingenti perdite di capitale sia per le banche che per le imprese. L’unica certezza che posso offrirvi sulle conseguenze a medio termine di questa politica è che ne risulterà un’ulteriore perdita di sovranità reale per l’Italia (e dico ulteriore perché per le ragioni a cui accennavo non è che l’Italia parta da una situazione di autosufficienza). Facciamo un esempio? Facciamolo.

Credo che siamo tutti d’accordo sul fatto che un elemento determinante (in positivo o in negativo) per l’economia di un paese sia il suo sistema bancario. La fragilità di alcune nostre banche, la sottocapitalizzazione di quasi tutte, la loro esposizione a rischi di credito sono stati tutti fattori importanti della recessione in cui l’Italia si è dibattuta più a lungo di tutti gli altri paesi europei. La solidità e l’autonomia dei nostri maggiori gruppi bancari sono essenziali per quella sovranità di fatto di cui parlavamo, specie considerando la tendenza non certo esaurita all’accorpamento degli istituti finanziari europei in grandi banche transnazionali. In questo gioco, l’Italia ha due gruppi bancari che compaiono ai primi posti in Europa per capitalizzazione azionaria: Intesa San Paolo e Unicredit.

Ebbene, vediamo i grafici del valore dei titoli azionari di queste due banche nell’ultimo anno:

Intesa
Andamento azioni Intesa San Paolo – ultimi dodici mesi
Andamento azioni Unicredit - ultimi dodici mesi
Andamento azioni Unicredit – ultimi dodici mesi

Sembra quasi lo stesso grafico, perché il drammatico calo del valore delle azioni di queste due banche a partire in particolare da maggio scorso non dipende da cause interne ai due gruppi; è semplicemente il prezzo che il nostro sistema bancario sta pagando a causa del Governo del Cambiamento. E il problema non è “solo” il valore di borsa dei due gruppi:

BTP
Andamento BTP decennale (ago 2027) – ultimi dodici mesi

In realtà, il valore di borsa delle nostre banche cala in sincronia con quello dei nostri titoli di Stato, ed è logico, perché il patrimonio delle banche italiane è largamente costituito da titoli di Stato italiani. Questo patrimonio è stato pesantemente abbattuto negli ultimi sei mesi, e non per volere di qualche perfido nemico d’Oltralpe, ma semplicemente a causa di quello che i nostri nuovi governanti hanno detto e fatto (e di quello che avevano detto e fatto prima di diventare i nostri governanti). Risultato? Le nostre maggiori banche sono più deboli, più scalabili, meno in grado di erogare credito alle nostre imprese. Ed è solo l’inizio: se, a causa dell’improvvido contenuto del DEF redatto dai nostri sullodati governanti, le agenzie di rating internazionali declasseranno ulteriormente l’Italia (perché, come ricordavo, negli scorsi decenni non è che l’Italia abbia avuto un comportamento virtuoso. In questo M5S e Lega si limitano ad aver superato la soglia dell’irragionevolezza), il capitale delle nostre banche precipiterà ulteriormente, e quello che certamente non potranno fare sarà comprare altri titoli di Stato italiani, perché questi ultimi saranno classificati come troppo rischiosi per gli investitori non speculativi.

Basta così? No. Perché, come dicevo, la tendenza del sistema bancario è verso la formazione di enormi gruppi transnazionali e data l’inveterata inclinazione degli italiani a risparmiare quando possibile, il nostro è un mercato interessante. Già da tempo, sia Intesa che Unicredit sono al centro di ipotesi di fusione con gruppi stranieri, in particolare francesi, a loro volta di notevole peso: rispettivamente Crédit Agricole e Société Générale. Indebolire le nostre banche, svalutarne il capitale e limitarne la capacità di  erogare crediti è il modo migliore per renderle aggredibili dall’estero, con operazioni di fusione in cui i nostri istituti sarebbero la controparte debole. E se si considera che queste due grandi banche italiane detengono partecipazioni azionarie in moltissime imprese chiave del nostro paese, è facile capire che lo scenario che sto delineando è, questo sì, quello di una pesante perdita di sovranità reale dell’Italia.

Questo esempio (e non è l’unico che si potrebbe fare) dovrebbe essere sufficiente a dimostrare che sovranismo e sovranità non fanno rima, e che inseguire il primo, per l’Italia, è un ottimo modo per rinunciare alla seconda. Urlando smargiassate contro i burocrati di Bruxelles, magari.

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