Università e merito

Il piccolo incidente sul numero chiuso a medicina (poi smentito), si presta ad alcune riflessioni a carattere generale sulla necessità del merito. I sostenitori del numero chiuso indicano l’inutilità di un esubero di medici che non troverebbero poi un’occupazione adeguata al titolo di studio (come vedremo), mentre non necessita di troppe spiegazioni la spinta di studenti e famiglie che, prive della razionalità smithiana, vedono nella carriera del “dottore” un’occasione di affermazione sociale.

Diciamo subito che hanno ragione i primi. Una società occidentale moderna deve sapere assicurare la salute alla sua popolazione attraverso politiche sanitarie moderne ed efficaci, e di tali politiche fa parte la programmazione delle necessità di risorse umane, medici, infermieri e via dicendo.

Una brevissima analisi della situazione italiana porta a vedere con assoluta chiarezza che:

  1. il sistema sanitario nazionale è da molto tempo uno dei migliori al mondo; a secondo della fonte e degli indicatori utilizzati potreste osservare che siamo considerati i secondi al mondo, i quarti o giù di lì; è facile capire come un sistema complesso come la “Sanità” implicherebbe una quantità mostruosa di indicatori per poter essere con più precisione messa in una graduatoria attendibile, e quindi ci può bastare sapere che, comunque, siamo fra le migliori al mondo; direte: e la malasanità? La malasanità è uno stiramento (nel senso di elastico tirato, allungato) giornalistico, in un Paese famoso per essere il peggior detrattore di se stesso, che insiste su una realtà episodica e, purtroppo, concentrata in certe aree (il che ci farebbe pensare che se le eccellenze fossero diffuse in tutto il paese, saremmo i primi in qualunque classifica);
  2. come abbiamo detto, di questa eccellenza fanno parte anche i medici che, in Italia, sono molti. Dati aggiornati ci pongono, ancora, nelle prime posizioni al mondo come numero di medici attivi. Nel 2016 eravamo quinti (non ho dati più recenti) mentre, com’è noto, mancano infermieri. Ma qui ci interessano i medici, e quindi diciamo pure che il fabbisogno è assolutamente assicurato, almeno attualmente.Schermata 2018-10-16 alle 17.49.21
  3. Ma – e arriviamo al punto – anche col numero chiuso in Italia abbiamo ogni anno circa 1.000 medici che restano esclusi dalla sanità pubblica. Leggete l’articolo di Massimiliano Di Pace per comprendere la frustrazione di questi giovani che, bene o male, hanno compiuto un lungo e faticoso percorso per diventare “dottori” e per trovarsi, bene che vada, a fare gli informatori farmaceutici.

La conclusione è che non abbiamo bisogno di ulteriori esuberi di medici. E poiché le domande sono di gran lunga superiori ai fabbisogni, logico che occorra una selezione. Qui si apre un altro discorso: la selezione deve essere intelligente, pertinente, valida, ovvero deve selezionare i migliori per la carriera sanitaria, con piccolissimi margini di errore; il test attualmente utilizzato non sembra lo strumento adatto e sarebbe giusto discutere su questo. È proprio nelle corde italiche lamentarsi perché non si garantisce un futuro da dottore sotto-occupato a tutti, anziché discutere sui metodi e sugli strumenti per garantire che effettivamente i migliori accedano (“migliori” per un profilo sanitario; gli esclusi, semmai, saranno bravissimi a fare gli ingegneri, i romanzieri o gli avventurieri…).

Come andiamo dicendo da tempo, il merito è una necessità. Perché lo studio (per esempio quello universitario) prima di essere un diritto è un dovere. Produrre buoni medici significa migliorare il benessere di tutti. Io voglio un buon medico per me e per la mia famiglia, non uno che è arrivato alla professione a forza di calci nel culo. E poi vorrei ottimi ingegneri per non crollare nello strapiombo assieme al prossimo ponte. E vorrei ottimi amministratori preparati in scuole di pubblica amministrazione come usano in Francia, per capirsi, e non arrivati al loro posto perché nipoti dello zio arciprete, fedeli portaborse di un politico, o amanti della dirigente…

Ciò significa avanzare anche socialmente perché bravi e non perché protetti; e anche scontando che nessun sistema può essere perfetto, e ci sarà sempre una persona sbagliata da qualche parte, io continuo a volere un mondo governato da chi lo merita. Potreste dire: e tutti gli altri? Mannaggia! Tutti, ma proprio tutti tutti trovano un posto nella società, se lo vogliono. Perché oltre al bravo medico e al bravo ingegnere io vorrei anche un bravo idraulico, un competente cuoco di ristorante, un capace imbianchino… Anch’essi col senso del dovere, di dover essere bravi, affidabili e onesti, preparati nel loro lavoro. Se non la smettiamo di mettere i diritti avanti a tutti, non potremo che declinare. Il diritto al lavoro chi l’avrebbe inventato? In una società aperta e globale come quella attuale, il paradiso del cerbero liberismo, oltre alle piaghe della disuguaglianza e dell’ingiustizia sociale ci sono numerose storie di successo da parte di chi non è stato ad aspettare il posto fisso a 200 metri da casa.

In questo senso il reddito di cittadinanza va in senso opposto; nel senso dell’assistenzialismo parassitario.

Insomma: responsabilità (come moto interiore individuale) e merito (come regola sociale) renderebbero più efficace il macro-sistema sociale, e funzionando più efficacemente il macro-sistema, i benefici si riverberebbero su tutti i cittadini. Anche nel lavoro.