Il multitasking professor Cavicchi e le fallacie logiche

Ivan Cavicchi… (Carneade, chi era costui?) spara forte sull’obbligo vaccinale ed è un campione di polemiche in ambito sanitario, dove scrive libri e articoli (sul Fatto quotidiano e non solo). Volendo fare una critica al suo ultimo pezzo contro l’appello di Burioni, quello firmato con scalpore da Grillo, ho cercato di informarmi sul personaggio (qui a HR facciamo le cose per bene…) e con qualche difficoltà – la sua biografia ufficiale è irraggiungibile al momento di scrivere questa nota (sia la sua personale che quella nel sito di Tor Vergata; complotto?) – ho potuto ricostruire questo profilo, che ritengo utile conoscere prima di andare avanti.

Cavicchi è nato (pare) come tecnico di laboratorio radiologico (TSRM), professione cui si accede tramite corso di laurea triennale; Cavicchi ha un’età che mi sembra collocabile a una data antecedente la riforma universitaria – ma potrei sbagliare – e quindi non so se abbia conseguito questo specifico titolo. In un CV che sono riuscito a trovare (QUI), piuttosto lacunoso, non parla di questo suo passato da tecnico ma dichiara una laurea in sociologia e una laurea in medicina e chirurgia. In questo CV non precisa che questa seconda è honoris causa per i suoi meriti acquisiti come direttore generale di Farmindustria (fonte), un prestigioso incarico apice del suo impegno sindacale (ohi ohi!) che non risulta dal citato CV, né nella mini-bio sul Fatto Quotidiano né altrove, se non in note rarefatte di persone critiche sul suo impegno (all’epoca sindacale) a riforme giudicate pessime (QUI). Confesso inoltre di avere cercato qualche informazione ulteriore sulla professione del Nostro. Lui dichiara di essere professore ma non sono riuscito a capire se è di ruolo (ordinario, associato…) o a contratto, un dettaglio che cambia di molto, ovviamente, il prestigio della persona; ma oltre che un generico “professore” non ho trovato nulla, e mi scuso innanzitutto coll’interessato di questa mia sgradevole sospettosità. Dimenticavo: oltre a tutte queste cose il Cavicchi si definisce anche “filosofo”, così lo spettro delle sue competenze si amplia in maniera davvero mirabile.

Confesso inoltre di non avere letto alcun libro del prof. Cavicchi (che anche in dibattiti televisivi dichiara la sua laurea in medicina senza spiegare come l’abbia conseguita – QUI) ma solo suoi articoli e brevi video. Dichiaro anche che non avrei letto neppure questi articoli, né visionato i film, se non fosse per la crescente curiosità che il personaggio mi ha destato.

Io ero semplicemente partito da un articolo confuso e contraddittorio, e come altre volte qui su HR lo volevo “smontare”, non per dileggio verso Cavicchi, che fino a mezz’ora fa non sapevo esistesse, ma per mostrare quel modo di ragionare logico, razionalista, argomentativo che tanto ci piace, e che cerchiamo di applicare alla politica, alla programmazione delle politiche economiche etc. E invece mi sono invischiato nel personaggio, e “invischiato” è la parola giusta perché man mano che scavo su Internet, alla ricerca di informazioni, mi resta addosso un qualcosa di appiccicoso e sgradevole.

Poiché in questa mia ricerchina ho accumulato una montagna di questioncelle, e rischio di fare confusione, cerco di procedere con un certo ordine.

Ivan Cavicchi, vicino ai 5 Stelle (fonte) deve essere rimasto malissimo nel vedere Grillo (il Beppe) firmare l’appello di Burioni, e scrive un post sul Fatto con non poche stupidaggini. Poiché desidero fare ulteriori approfondimenti più avanti, mi concentrerò su poche e rilevanti questioni, tralasciando numerose altre inesattezze che ci farebbero solo distrarre.

Attraverso il patto “contro la pseudomedicina”, sottoscritto anche da Matteo Renzi e Beppe Grillo, si chiede alla politica l’impegno ad imporre al mondo intero una vecchia e superata idea di scienza solo perché chi la propone è del tutto incapace a cimentarsi nella sua ridefinizione.

L’idea che ha Roberto Burioni non corrisponde in nulla a quello che oggi la filosofia della scienza definisce tale ma è una vecchia forma di scientismo positivistico di stampo ottocentesco. 

Qui c’è tutta la critica di Cavicchi, da lui espressa mille volte in libri e articoli (l’uomo è più prolifico di Duman padre) ma parte subito male:

  1. il ‘patto’ chiede alla politica una politica (sanitaria) basata sulle evidenze; non certo di imporre un’idea di scienza; la politica deve programmare, pianificare, allocare risorse e compiere scelte per la salute, la scuola, il territorio e il resto; è chiaro che alla politica si chiede di fare politiche;
  2. i criteri di scelta delle politiche (tutte, incluse quelle urbanistiche e il ponte Morandi di Genova, comprese quelle sulla viabilità e la TAV, perfino quelle di contrasto alla povertà e il reddito di cittadinanza) non possono che essere razionalistici, sulla base del meglio che scienza e tecnica sono in grado di proporre; insomma: per il ponte Morandi si chiede a ingegneri e architetti, semmai laureati non honoris causa; per la TAV si sono fatte montagne di studi tecnici; per il reddito di cittadinanza si è invece andati a naso…
  3. quello che che “il sociologo” (ahimé 😩) chiama scientismo positivistico non c’azzecca nulla, ma proprio nulla; qui chiedo ai pazienti lettori di fidarsi sulla parola perché questo punto – comunque non centrale – è di una notevole complessità; se non potete fare a meno di approfondire rinvio a questo ottimo volume.

Cavicchi prosegue argomentando le sue affermazioni così:

Quindi una sorta di rottame d’altri tempi che nonostante ciò ha la pretesa di proporsi come:

– metafisica, cioè valore assoluto, incontestabile, autoritaria e impositiva;

– conoscenza oggettiva dell’uomo, quindi del tutto impersonale;

– riduzione della persona ad organo;

– malattia ma non malato ma non contesto;

– proceduralismo.

Mentre il “rottame d’altri tempi” è ovviamente un dileggio gratuito, senza consecutio logica da ciò che precede (e questi trucchetti retorici a me infastidiscono), l’elenco che segue è una summa di fallacie logiche:

  • perché non sono conseguenze necessarie di quanto premesso;
  • perché sono contraddittorie al loro interno (‘metafisica’ con ‘conoscenza oggettiva’ e con ‘proceduralismo’);
  • perché implicano errori categoriali, come l’attribuire ‘impersonalità’ a discipline vocate alla generalizzazione, che ovviamente non possono che essere impersonali;
  • perché confondono ‘dato’ con ‘procedura’ e questa con ‘proceduralizzazione’, dove si confonde la costruzione del dato con un presunto automatismo di cura.

Spero non siate stanchi perché ce n’è ancora: Cavicchi affonda la lama:

Una scienza dispotica, incapace di avere relazioni con gli altri, che pretende – esattamente come un secolo fa – una sottomissione totale alle sue evidenze e ai suoi standard. Questo nonostante le sue evidenze siano – dal punto di vista epistemologico – verità provvisorie e falsificabili e nonostante tutti gli standard siano regolarmente smentiti dai casi singoli, dalle specificità e dalle individualità.

Sempre senza consecutio questa scienza (che ancora non s’è capito bene cos’abbia fatto di male, perché nel testo ancora non è entrato in tema) è diventata dispotica e pretende sottomissione. Attenzione al salto logico: la “scienza” (quella di Burioni) chiede alla politica di programmare la sanità (i vaccini e il resto) sulla base di evidenze, e per ciò sarebbe (lei, la scienza, non già la politica che dovrebbe provvedere praticamente) dispotica chiedendo (in grassetto nel testo) una “sottomissione totale” che neanche Orwell si sognava. L’appiccicare a questa frase grossolana il “punto di vista epistemologico” che segue è frutto di letture mal digerite dal Cavicchi; ovvio che la scienza moderna sia falsificazionista e che ogni “verità” vale fino a smentita ma, appunto, fino a smentita vale. Se abbiamo montagne di dati a testimonianza dei vaccini, quei dati valgono fino a prova (scientifica) contraria. Valgono, caro Cavicchi, con la sottomissione logica e razionale di scienziati che sono autorizzati (senza sottomissioni) a provare il contrario. A dimostrare il contrario.

Il Cavicchi poi propone un suo “patto” che mi pare sorvolabile, ma poiché l’ho già fatta lunghissima devo smettere. 

Capiamo di più del professore leggendo altre fonti, naturalmente. La sua stravagante idea del valore dei dati la cogliamo per esempio da QUESTO articolo dove scrive:

In clinica per curare le malattie usiamo le evidenze scientifiche ma spesso nella pratica esse sono falsificabili cioè sono contraddette da gradi elevati di complessità (il malato complesso) o da gradi elevati di singolarità o dall’esistenza di fallacie insite nelle stesse evidenze. Si rammenti che le evidenze scientifiche sono astrazioni cioè dati estratti con certi criteri da altri dati. In questi casi le evidenze scientifiche vanno corrette, sospese, reinterpretate, integrate e questo è possibile solo interpretando le opinioni del malato come se fossero delle verità personali. Questo è un esempio di rapporto tra scienza e democrazia cioè tra verità scientifiche e opinioni del malato. Le rammento che per una certa idea di scienza positivista, cioè per quegli scienziati ai quali lei alludeva, le opinioni non hanno alcun valore perché sono verità non verificabili. Tuttavia senza le opinioni del malato, quindi senza una vera relazione terapeutica con il malato, la clinica sarebbe meno scientifica e sicuramente meno efficace. Ma soprattutto sarebbe del tutto spersonalizzata.

Qui ci sarebbe da ribattere – piangendo – con un trattato ma cercherò di essere più breve possibile:

  1. si usano le evidenze scientifiche ma queste sarebbero contraddette bla bla… A chi non pare fuori da ogni logica questo brano non conosce l’uso delle parole e il significato di “evidenze scientifiche”; che se si rivelano fallaci sono ovviamente aggiornate, lo sono costantemente e, sempre, si usano le ‘evidenze’ più aggiornate dove è stranoto che non trovano posto le “singolarità”, ovvero quell’1 su un milione che non segue il percorso usuale, o medio; e su quelle singolarità si continua a studiare;
  2. le evidenze scientifiche sarebbero “astrazioni”? Ma di cosa parla?
  3. e arriviamo alle opinioni del malato, che non sono tenute in giusto conto dalla medicina – dice il sociologo – mostrando la separazione fra scienza e democrazia. Alé. Uno vale uno, cazzo, e se non sentiamo anche l’autodiagnosi del malato il nostro mucchio di dati non vale nulla ed è antidemocratico. Ricordo che questo insegna in una facoltà medica…

E quindi sui vaccini:

Tutta la vicenda della legge sui vaccini è avvenuta all’insegna dello scientismo, di una politica debole usata strumentalmente dai così detti tecnici o esperti per i loro scopi più vari, con una forte commistione tra scienza e interessi industriali e poi all’insegna di una insensibilità sociale proprio della politica da far accapponare la pelle.

Amen.

Suggerisco per i masochisti di proseguire da soli leggendo gli innumerevoli testi sparsi sul Web o, meglio, visionare i divertenti interventi di Cavicchi in TV.

Facciamo il punto: un tecnico di laboratorio (se abbiamo capito bene), sindacalista evidentemente di punta tanto da fare una brillante carriera, si becca una laurea honoris causa, scrive un fottìo di libri e diventa professore. Ma avendo una fragile base epistemologica e (pare) un’assente base metodologica per fare il sociologo, e ovviamente una specie di laurea medica inutilizzabile, diventa necessariamente un polemista, un contestatore, uno che fa dell’arte della critica la sua professione: il Fusaro della Sanità, di cui si sentiva un gran bisogno. Basta mettere paroloni come ‘positivismo’, ‘metafisica’, ‘relazione terapeutica’, in attesa del ‘turbocapitalismo farmaceutico’, per spacciare discorsi di poco senso, umorali, zeppi di fallacie logiche non colte dal grande pubblico, esattamente come a suo tempo notammo per Fusaro. Non basta – ahinoi – essere volitivi e ambiziosi, avere accattato una laurea ed essersi specializzati nella celeberrima università della vita. Bisogna essere competenti, e per esserlo devi avere una testa, delle opportunità e un lungo percorso di studi teorici e di esperienze pratiche qualificanti, tutte cose che da Cavicchi sembrano essere state strappate coi denti ed enfatizzate per costruirsi quell’aura di “competenza” che va bene per il Fatto Quotidiano e che fa più danni della grandine.