Abbasso i politici, viva le nazionalizzazioni!

Manca poco più di un mese al Referendum sul taglio dei parlamentari, e l’esito, già prevedibilissimo al momento stesso del concepimento, in queste ultime ore è diventato se possibile ancor più scontato, visto l’ultimo scandalo che ha indignato l’opinione pubblica (mi riferisco alla vicenda dei deputati che hanno chiesto e ottenuto dall’INPS il bonus da 600€ per gli autonomi).

Ora, non voglio tediare i lettori entrando nel merito del quesito referendario, e sul perché, di per sé, tagliare a casaccio il numero dei parlamentari non risolverà nessun problema reale di questo Paese: c’è già un esaustivo articolo di Bezzi al riguardo.

L’aspetto su cui invece vorrei far riflettere è un altro, e cioè l’incongruenza, da parte di vasta parte dell’opinione pubblica italiana, nel disprezzare i politici e i dipendenti pubblici da un lato, e al tempo stesso non avere nulla da ridire (o addirittura plaudere convintamente) sulla massiccia ondata di ri-nazionalizzazioni che l’attuale esecutivo si appresta a mettere in atto (autostrade, Ilva, Alitalia, forse altro ancora).

Nazionalizzare significa, di fatto, far dirigere le imprese ai politici e farle gestire dai dipendenti pubblici.

Quanto pesi lo Stato nell’economia italiana è un argomento da tempo oggetto di studio da parte – tra gli altri- degli economisti del canale Liberi Oltre (si vedano, a tal proposito, questo video o quest’altro): si parla di oltre il 50% del PIL generato dal sistema pubblico e para-pubblico.

Ora, è chiaro che non tutte le aziende di Stato sono messe nelle condizioni di Alitalia (per fortuna!); ma ciò che preme sottolineare, in questo ragionamento, è il fatto che la possibilità di nomine nelle partecipate statali rappresenta un fattore fondamentale del potere detenuto dai politici. Piazzare “i propri uomini” in Rai significa poter indirizzare l’opinione pubblica attraverso i telegiornali e non solo; avere le persone giuste in CDP vuol dire poter decidere di finanziare questo o quell’altro intervento, settore, zona geografica. E sappiammo quanto incide, a livello locale, la possibilità dei Presidenti di Regione di nominare primari degli ospedali.

Questa massiccia presenza statale nell’economia è uno dei fattori che più contribuiscono a generare episodi corruttivi e scalate al potere (e questa è una tendenza riscontrabile pressoché ovunque nel mondo: nella classifica della corruzione percepita, i Paesi più statalisti sono anche quelli che primeggiano per corruzione).

Se dunque ci sarebbero, teoricamente, validi motivi per un atteggiamento “anti-politico”, anziché chiedere di ridurre il potere della politica si chiede (e ottiene) di ridurre il numero dei politici.

Come si può spiegare questa contraddizione?

L’ipotesi più plausibile che mi viene in mente è che il sentimento che il cittadino medio prova verso le “caste” non sia realmente indignazione accompagnata da volontà di cambiamento, quanto piuttosto il desiderio di entrare a farne parte. Così il dipendente pubblico è ben disposto a tollerare lentezza, burocrazia asfissiante e disagi vari, pur di rimanere personalmente nel novero di coloro che hanno pur sempre un posto fisso e al riparo dalla concorrenza; e il dipendente privato o autonomo, o anche l’imprenditore, il più delle volte chiede alla politica non tanto di far funzionare meglio la società, ma di ricevere (quasi a titolo risarcitorio) elargizioni e bonus vari. Cioè di ricevere privilegi di casta.

Insomma: chi è casta cerca di rimanerlo, chi non lo è cerca di diventarlo.