La politica italiana non è neppure odiosa; è semplicemente inutile

Proclamo ufficialmente che smetterò di parlare di politica qui su Hic Rhodus. Ci sto pensando da un po’ di giorni, da quando ho compreso che da un po’ di tempo scrivo sempre le stesse cose, mi lamento sempre nello stesso modo, come un vecchio monotono in vista della demenza. A cosa serve? Un piccolo sfogatoio personale, che accoglie semmai il gradimento di altri frustrati come me, che non riescono a capire il senso della globale dissennatezza italica, che non vogliono rassegnarsi. E invece forse bisogna. 

Per quello che mi riguarda, l’ingloriosa fine populista del PD (partito che a volte ho votato, con le famose dita a stringere il naso, che adesso ho inscritto nella lista dei nemici della nazione), la totale, indiscutibile, inappellabile incapacità di questo governo a fare alcunché,  la monodimensionalità di Conte, l’insipienza verso l’Europa (Recovery Fund destinato al fallimento, MES contestato da esponenti di governo), i governatorati autarchici posseduti (non governati, non amministrati, “posseduti”) da satrapi folkloristici che meriterebbero di andare a zappare l’orto, un Sud allo sbando, nessuna riforma in vista, totale (TO-TA-LE) mancanza di visione politica, partiti riformisti che faticano a trovare il quarto per una partita di briscola… Vi basta? Poi leggo, fra i tanti, Marcello Sorgi e mi prende la depressione. Perché non mancano le voci critiche; oddio, mica tante, eh? Ma gente che documenta, che denuncia, che addita, ce n’è, e nel nostro piccolo permettetemi di mettere in lista anche questa nostra piccola rivista.

Ma non serve, perché (se mi permettete di calare Wittgy su questo tavolo), il gioco della “politica” parla un linguaggio differente da quello degli intellettuali critici. La sintassi è la medesima, ma la semantica e la pragmatica sono distanti anni luce. Il caso del MES è esemplare; giudizi pregiudiziali, posizioni meramente tattiche, schieramenti dispiegati come in un gioco di ruolo in cui non ha importanza la ragione del fare ma solo le sue conseguenze immediate: un ricatto per ottenere qualcosa quando va bene (in corsivo, sì, perché un ricatto politico presume almeno un pensiero, per quanto malvagio); un titolo sui quotidiani quando stiamo nella norma (o un thread su Twitter, un sentiment su Facebook…); ma il più delle volte le posizioni, le dichiarazioni, le mosse “politiche” che riempiono le pagine dei giornali non sono neppure questo, sono solo il riflesso bovino dell’insipienza più totale. Si fanno cose, si vede gente, nella traslazione nannimorettistica della “politica”, per dare un senso all’oggi. Ci sono perché appaio, ci sono perché dichiaro, ci sono perché ci si aspetta che io ci sia, e quindi muovo un braccio e lo agito per aria, così tutti vedono che sono vivo.

Il mio disgusto per tutto questo poteva resistere al pensiero di una possibilità, minima, remota, di azione politica, di senso politico, semmai a livello microscopico, a livello di quello che può fare un intellettuale di provincia su un blog minore (ma neppure tanto). Ma deve arrendersi – la mia ormai ex resistenza – di fronte alla constatazione dei linguaggio impermeabili. Inutile parlare con Di Maio, o con Conte, o con Zingaretti, così com’era inutile parlare con Salvini o con Ferrero. Inutile parlare con un sostenitore di costoro. Inutile parlare con un negazionista, un antivaccinista. Inutile parlare con un insegnante, con un artigiano, con una partita Iva, con l’operatore ecologico che mi viene a svuotare i cassonetti. L’inconciliabilità dei linguaggio diventa drammatica da quando le province di significato (questo è Schütz, un vecchio sociologo) sono implose e frammentate; scomparsi i partiti, le lobby, le associazioni, i campanili, non so se resiste la massoneria ma certamente anche al Rotary se la passano male. Oggi ciascuno di noi si fa provincia del proprio significato, e vaffanculo a tutto il resto, a tutti voi idioti, ai vostri bisogni, ai vostri diritti, alla vostra storia, io c’ho i diritti acquisiti, io c’ho ragione, io sono e voglio. Oggi. Che domani si vedrà.

Quindi, torno a chiedermi, per chi dovrei scrivere? A chi dovrei cercare di fornire argomenti, ricevendone altri in cambio? La politica italiana è un caotico agitarsi inutile dove l’affermazione più idiota è accolta e commentata assieme al parere più complesso e pertinente; dove una generazione di falliti, incapace di fare qualcosa di utile nella vita, ha colto al volo un’opportunità straordinaria: essere pagati e adulati e ascoltati per fare casino, assumere posizioni a vanvera e andare pure a spiegarle nei salotti televisivi.

No, meglio fare altro. Smetto di parlare di politica, cercherò di tornare alle origini, alle riflessioni proposte sette ani fa, sei anni fa, quando scrivevo di linguaggio e poesia, di aspetti culturali e antropologici di altri popoli, di politiche pubbliche e di storia, di scienza, di diritti civili. Scriverò un po’ di meno, ma forse scriverò meglio.

Quindi sì: proclamo ufficialmente che smetterò di parlare di politica qui su Hic Rhodus. Almeno fino a domani.