E se le diseguaglianze non fossero un problema?

Il recente articolo di Ottonieri sul problema dei lavoratori poveri (in inglese working poor) ha suscitato un interessante dibattito tra i commentatori e lo stesso autore. Vorrei quindi tornare sul tema per offrire un punto di vista diverso, che – immagino – molti si sentiranno di etichettare come “(neo)liberista”.

La povertà nel mondo: dove e perché resiste

Su scala globale, di per sé non è la diseguaglianza, bensì la povertà il problema n°1 da affrontare (non tanto e non solo secondo chi scrive, ma secondo le Nazioni Unite, che non a caso hanno inserito la riduzione della povertà al primo punto degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile), cercando di sradicarla da quei pochi posti al mondo in cui sopravvive. E su come far ciò non esistono dubbi: mercato e globalizzazione. Basta una rapida occhiata alla storia mondiale dalla Rivoluzione Industriale ad oggi per constatare che la percentule di popolazione che viveva in povertà assoluta (>2$/giorno) sia passata dal’85% a inizio XIX secolo a meno del 10% di oggi.

Come si è giunti a questo risultato?

Senza farla troppo lunga: nel mondo occidentale sappiamo che quel progresso inizia con la Rivoluzione industriale (o, per essere più precisi, con la precedente rivoluzione agricola, che permise quell’accumulo di capitali poi reinvestiti nelle fabbriche). Il XIX e la prima metà del XX secolo sono poi stati i secoli del nazionalismo, del socialismo, del colonialismo violento; tutti fenomeni culminati nei due grandi conflitti mondiali e nella successiva Guerra fredda.
Ma il periodo su cui vale la pena concentrarsi è quello che va dal secondo dopoguerra ad oggi, ovvero quello in cui si è avuta la globalizzazione come la si intende normalmente.

E qui propongo un’interpretazione della storia che potrà sembrare a qualcuno semplicistica, ma che di certo non manca di basi numeriche e statistiche. Pressoché tutti i Paesi del terzo mondo si sono liberati dal colonialismo, ma mentre alcuni hanno visto crescere il proprio PIL (sia nazionale sia pro-capite) a ritmi più che accettabili, altri – seppur molto simili per ubicazione geografica, storia e altri fattori – permangono ancora oggi in condizioni di povertà grave. E questo ci dice intanto una cosa: la liberazione dal giogo coloniale è un requisito necessario, ma non sufficiente ad uscire dalla povertà.

Ciò che ha fatto la differenza, invece, è stato l’atteggiamento verso l’economia di mercato e la globalizzazione, oltre naturalmente al tipo di Costituzione e di regime politico scelto dai vari Paesi.

Il caso dell’Africa è emblematico. Come spiega Alessandro Ruocco dell’Istituto liberale in questo articolo, molti dei leader africani protagonisti della lotta anti-colonialista non vollero liberarsi soltanto di edifici e monumenti dei colonizzatori: democrazia e libero mercato erano portati ideologici degli antichi padroni, e dunque furono sottoposti a damnatio memoriae senza troppi complimenti. In molte costituzioni africane si teorizzava il massiccio controllo dell’economia da parte dello Stato (in quella della Tanzania si affermava che lo Stato ha il compito d’impedire l’accumulo della ricchezza, incompatibile con una società senza classi).

I risultati sono sotto gli occhi di tutti: l’Africa è il continente in cui si concentra ancor oggi una parte cospicua della povertà estrema. Eppure non tutti i Paesi africani sono uguali: si veda il grafico qui sottto, che mostra il diverso andamento del PIL pro-capite del Botswana rispetto allo Zimbabwe (due Paesi confinanti).

Tuttavia è anche vero che, negli ultimi anni, si sono visti incoraggianti inversioni di tendenza. Nel 2018 è stato firmato da 29 Paesi africani l’African Continental Free Trade Area, un grande trattato di libero scambio che ha indotto molti a formulare rosee previsioni per il futuro: si parlava – almeno quando è stato scritto l’articolo linkato, cioè prima della pandemia – di un possibile incremento del 50% del commercio tra i Paesi africani, con benefici economici che potrebbero far superare la fatidica soglia di povertà a milioni di persone.

Potrebbe cioè succedere in Africa ciò che è successo in Cina, esempio forse ancor più emblematico di quanto la liberalizzazione dell’economia giovi alla crescita del reddito pro-capite.

I ricchi sono tali a scapito dei poveri?

Posto dunque che oggi viviamo in un mondo che non ha mai avuto così pochi poveri (in percentuale rispetto al totale della popolazione globale), è altrettanto vero che non è mai stata così grande anche la diseguaglianza fra i ricchi ed i poveri; emblematico il famoso dato per cui 26 persone possiedono la stessa ricchezza di 3,8 miliardi di individui. Anche in questo caso vale la pena, prima ancora di chiedersi se ciò sia eticamente accettabile, domandarsi come sia stato possibile arrivare a questo punto. In particolare: come hanno fatto i ricchi a diventare così ricchi?Hanno rubato/defraudato in qualche modo i poveri a giro per il mondo? Esiste una nutrita fetta dell’opinione pubblica che è convinta di ciò, e argomenta citando principalmente il problema dell’elusione fiscale.

Tuttavia, ad onor del vero, questo scenario andrebbe rivisto alla luce di qualche dato. Con riferimento agli Stati Uniti, si può constatare che il famigerato 1% più ricco della popolazione contribuisce, da solo, al 40% delle tasse federali; se poi si allarga lo sguardo, si vede che il 50% più ricco della popolazione paga il 97% del totale (fonte).

Ma soprattutto, bisognerebbe valutare l’impatto economico complessivo di certi colossi, che non può limitarsi al solo pagamento delle tasse (pur doveroso, sia chiaro). In parole povere: Google e Amazon hanno solo sterminato le piccole e medie imprese, come vorrebbe la narrazione mainstream? O forse hanno contribuito al loro sviluppo e crescita? Quante PMI utilizzano Google o i Social Network per ottimizzare la spesa pubblicitaria, raggiungendo platee molto più selezionate di clienti a costi che risultano irrisori, se paragonati ai vecchi mezzi pubblicitari (inserzioni su pagine di giornale, cartelloni pubblicitari in autostrade)? E quante PMI vendono prodotti su Amazon (che, è bene ricordarlo, è tutto sommato “solo” un trasportatore di merci)? E tutto ciò per non parlare dell’aspetto più macroscopico, cioè i posti di lavoro creati.

Certo: questi colossi potrebbero anche pagare più tasse di quante non ne paghino attualmente. Di recente è stato raggiunto un accordo globale su una tassazione minima al 15% per le multinazionali; dico subito che non mi sarei scandalizzato se fosse stata fissata al 20%. Ma è lecito chiedersi se i governi, una volta ottenuti questi “tesoretti” sotto forma di tasse delle Big Corps, siano di per sé più affidabili nello spenderli. In teoria potrebbero usare questo extra-gettito fiscale per rimodulare la tassazione per tutti, abbassando le tasse magari ai ceti medi e bassi; oppure potrebbero aumentare la spesa pubblica produttiva, ad esempio migliorando i servizi pubblici e le infrastrutture. Il problema è che potrebbero anche non fare nulla di tutto ciò: potrebbero fare come qualsiasi governo italiano degli ultimi 40-50 anni, ossia usare quel denaro per massicce operazioni di voto di scambio su scala nazionale.

Ad ogni modo, personalmente credo che le vere ragioni dell’accumulo così imponente di ricchezza da parte di pochi individui (in particolare quelli del settore della tecnologia) siano altre, e relativamente semplici da spiegare.
Intanto va considerato che la popolazione umana non è mai stata così numerosa: sul piano economico, ciò significa una platea di consumatori (reali o anche solo potenziali) assai più estesa rispetto ai secoli passati. In secundis, il progresso tecnologico ha creato un’economia globalizzata e “smaterializzata” (mi riferisco al variegato mondo del digitale), con bassi costi e altissimi margini di profitto.

Le diseguaglianze sono un problema?

È arrivato il momento rispondere alla domanda: le suddette macroscopiche diseguaglianze sono un problema?

Direi che l’unica risposta ragionevole è dipende.
Sono esse il risultato della diversa (da persona a persona) intraprendenza, o sono causate da ingiustificabili disparità di trattamento “a monte”? Nel primo caso non vedo pressoché alcun problema, mentre nel secondo ne vedo parecchi.

E con questo possiamo passare al caso specifico dell’Italia.

Nell’articolo di Ottonieri si menzionavano le diseguaglianze intergenerazionali: ebbene, questo è un preclaro esempio di diseguaglianza causata non dal famigerato mercato, ma dal legislatore, che per tutta la Prima Repubblica e buona parte della Seconda ha riservato trattamenti penisonistici di favore a specifiche categorie di elettori, scaricando il problema sulle generazioni successive.

Si potrebbero poi scrivere (altri) libri su come il principale “ascensore sociale” di cui dispone lo Stato, cioè la scuola pubblica, non funzioni affatto, e anzi risulti decisamente classista: qui un report di AlmaDiploma, da cui si evince che certi tipi di scuola (i licei) rimangano appannaggio dei ceti benestanti, mentre gli altri (istituti tecnici e professionali) sono per chi proviene da famiglie a reddito medio-basso.

Limiti etici alla ricchezza

E veniamo alla questione delle questioni: dovrebbe lo Stato limitare la ricchezza di alcuni basandosi su considerazioni di tipo etico?

Francamente resto perplesso dinanzi a questo scenario.
Primo, perché la tassazione è già di per sé un mezzo con cui si redistribuisce la ricchezza, e da che mondo è mondo essa cresce al crescere del reddito.
Secondo, perché legiferare in base a princìpi etici è pericoloso. Sempre.

Intendiamoci: anch’io, quando vedo certi buzzurri semi-analfabeti diventare ricchi e famosi scorreggiando su YouTube o TikTok, vengo istintivamente preso da un certo sconforto, soprattutto se penso ai magri stipendi di ricercatori universitari che magari un giorno scopriranno la cura per il cancro; lo stesso sconforto che provo nello scoprire che i cinepanettoni hanno quasi tutti incassato più soldi al botteghino de La vita è bella di Benigni. O magari il fatto che Hic Rhodus abbia molte meno visualizzazioni di certi siti-spazzatura.

Purtuttavia, una volta terminata la reazione “di pancia”, ricordo a me stesso che i suddetti buzzurri scorreggioni non stanno in alcun modo limitando la mia libertà personale, né mi stanno arrecando danno alcuno; fanno qualcosa che piace a un sacco di altra gente, che è perfino disposta a pagare per continuare a vederli scorreggiare. Chi sono io per pretendere che lo Stato s’intrometta in una transazione tra privati che non mi danneggia in alcun modo?

Lavoratori poveri e come aiutarli

Tutto ciò premesso, penso anch’io che tra i compiti dello Stato ci sia quello di aiutare i poveri (siano essi lavoratori o meno). In che modo?
La prima e più ovvia operazione consisterebbe nella riduzione del cuneo fiscale e (idealmente) anche dell’IVA; la copertura finanziaria potrebbe essere facilmente trovata in primis disboscando l’intricatissima selva di detrazioni, bonus e trattamenti di riguardo fiscali partoriti in decenni di clientelismo. Ed è in questa direzione che si è mosso Draghi, che in poco più di un anno di governo è andato quantomeno a provare a cambiare alcuni sperperi dei populismi precedenti (Quota100, Reddito di cittadinanza, Superbonus edilizio, cashback di Stato) per attuare una riforma dell’IRPEF.
Inoltre servirebbe un sistema universale di sostegno al reddito, possibilmente a burocrazia quasi-zero e che non disincentivi la ricerca del lavoro o favorisca quello in nero, come invece fa attualmente il Reddito di cittadinanza, che si azzera al momento stesso in cui si trova un lavoro e dunque rende più conveniente sia per il beneficiario sia per il datore di lavoro ricorrere al nero. Un modello potrebbe essere l’EITC in vigore negli USA, da alcuni considerato un’applicazione della c.d. imposta negativa teorizzata dal premio Nobel Milton Friedman.

Ad ogni modo, a monte di tutto ciò resta il problema fondamentale: l’Italia è da anni un Paese in cui un gran numero di persone è impiegato in lavori poco qualificati e – di conseguenza – mal retribuiti; ciò, a sua volta, è principalmente dovuto allo scarso livello di istruzione dei lavoratori stessi. Siamo il Paese europeo con la più alta percentuale di lavoratori che ha la terza media come titolo di studio (30%, quasi il doppio rispetto alla media europea), mentre siamo al penultimo posto (peggio di noi solo la Romania) in quanto a laureati (fonte).