Benedetto XVI e la battaglia con la scienza

L’ottimo articolo dell’amico Claudio, che ci parla dei contrasti che stanno emergendo tra le diverse correnti di “politica ecclesiale”, mi induce a scrivere di un argomento diverso e complementare, anche se certamente non completamente scorrelato dalla “politica”.
Subito dopo la morte di Benedetto XVI, il sito ufficiale della CEI ha pubblicato il «testamento spirituale» del Papa emerito, un breve testo che pure non ha mancato di suscitare reazioni, soprattutto per i riferimenti al rapporto tra scienza e religione cattolica. Per chiarezza, il passaggio a cui mi riferisco è quello che recita «Spesso sembra che la scienza — le scienze naturali da un lato e la ricerca storica (in particolare l’esegesi della Sacra Scrittura) dall’altro — siano in grado di offrire risultati inconfutabili in contrasto con la fede cattolica. Ho vissuto le trasformazioni delle scienze naturali sin da tempi lontani e ho potuto constatare come, al contrario, siano svanite apparenti certezze contro la fede, dimostrandosi essere non scienza, ma interpretazioni filosofiche solo apparentemente spettanti alla scienza».

Come dicevo, il riferimento al rapporto tra scienza e fede ha suscitato diversi commenti (qui uno dei più articolati), e alcuni hanno addirittura ricordato un giudizio piuttosto aspro che a suo tempo Umberto Eco aveva espresso sulla statura di filosofo di Joseph Ratzinger. Ora, onestamente, a me interessa abbastanza poco discutere le opinioni sulla scienza di un teologo novantacinquenne; se me ne occupo, è perché alcune delle cose scritte da Benedetto sono indicative di un’incomprensione sulla natura della conoscenza scientifica che purtroppo è diffusa, e non riguarda solo un ex Papa.

Una prima considerazione, abbastanza marginale, riguarda l’apparente equiparazione che il testo di Ratzinger adotta tra scienze naturali ed esegesi della Sacra Scrittura. Ora, col massimo rispetto per chi si occupa di esegesi dei testi biblici, faccio fatica a pensare a qualcosa di più lontano dalla metodologia scientifica. La scienza è basata su un approccio epistemologico empirico, in cui le considerazioni di principio e l’auctoritas di singoli autori hanno scarsissima rilevanza, e utilizza la verifica sperimentale come criterio inappellabile per la valutazione dell’attendibilità di qualsiasi tesi. Considerare equiparabile alle scienze naturali qualsiasi attività metodologicamente rigorosa è indice di ignoranza del metodo scientifico: si tratta di discipline autonome e che lavorano sulla base di presupposti diversissimi.

Fatta questa premessa, aggiungiamo che Ratzinger si è occupato spesso del rapporto tra scienza e fede e tra ragione e fede, tanto che nel 2010 un libro dal titolo Fede e scienza – un dialogo necessario sono stati raccolti articoli e interventi prodotti dall’illustre teologo nel corso degli anni su questo argomento. Dato che, come dicevo, lo scopo di quest’articolo non è certo commentare l’opera teologica di Ratzinger, mi limito a citare un passaggio del Discorso di Benedetto XVI ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, del 2006: «La scienza, pertanto, non può pretendere di fornire una rappresentazione completa, deterministica, del nostro futuro e dello sviluppo di ogni fenomeno da essa studiato. […] Mentre il cosmo fisico può avere un proprio sviluppo spaziale-temporale, solo l’umanità, in senso stretto, ha una storia, la storia della sua libertà. La libertà, come la ragione, è una parte preziosa dell’immagine di Dio dentro di noi e non può essere ridotta a un’analisi deterministica. La sua trascendenza rispetto al mondo materiale deve essere riconosciuta e rispettata, poiché è un segno della nostra dignità umana. Negare questa trascendenza in nome di una supposta capacità assoluta del metodo scientifico di prevedere e condizionare il mondo umano comporterebbe la perdita di ciò che è umano nell’uomo e, non riconoscendo la sua unicità e la sua trascendenza, potrebbe aprire pericolosamente la porta al suo sfruttamento».

Perché questo brano, insieme con quello che ho citato in apertura, è interessante anche al di fuori dello stretto ambito del pensiero di Ratzinger? Perché a mio avviso rappresenta un punto di vista che è ampiamente presente nel sostrato culturale (almeno) del nostro paese, e che ci condiziona un po’ tutti, chi più e chi meno. La mia sintesi di questo punto di vista è che l’ambito di pertinenza della ricerca scientifica (e, più in generale, dell’indagine razionale della realtà fondata sull’empirismo) debba essere vincolato all’interno di “paletti” fissati da un modello di pensiero “superiore” che, a differenza di quello scientifico, può formulare affermazioni assolute, certe, trascendenti, mentre quelle scientifiche hanno il limite di essere sempre incomplete, perfettibili, soggette a essere riviste e anche abbandonate. Il riferimento ai presunti risultati inconfutabili della scienza che poi si rivelano transitori e confutabilissimi da altri risultati più perfezionati, quello all’impossibilità di fornire una rappresentazione completa, deterministica, della realtà fisica, evidenziano una fallacia di pensiero che ritroviamo costantemente e ovunque, ossia quella che presuppone che un’affermazione categorica, invariabile e non verificabile sia strutturalmente “superiore” a un’affermazione probabilistica, provvisoria e confutabile sulla base dei fatti. La realtà è, invece, che la prima non ha alcun valore conoscitivo, e che la seconda può, se coerente appunto con i fatti, rappresentare la migliore forma di conoscenza a noi accessibile. Affermare che un cavallo sia un destriero limitato perché non è alato e immortale come Pegaso è certamente ridicolo, visto che se voglio spostarmi a cavalcioni di un animale posso ricorrere a un cavallo, ma certo non posso sperare di accomodarmi in groppa a Pegaso. Eppure, quando la stessa cosa viene affermata a proposito della conoscenza scientifica, non ride nessuno.

La Chiesa Cattolica ha combattuto, e alla lunga perso, molte battaglie contro i prodotti del pensiero e della ricerca scientifici. Il sistema astronomico copernicano, la teoria evoluzionistica darwiniana, la cosmologia fisica, le neuroscienze e molti altri risultati della ricerca sono stati, nel tempo, diversamente contrastati dalla Chiesa, ma alla lunga la Chiesa ha ottenuto di ritardare ma non di arrestare il progresso della conoscenza. Oggi nessuno, neanche un prete, crede seriamente che per conoscere l’origine dell’Universo sia meglio leggere la Genesi che un testo di cosmologia fisica. Queste battaglie non possono che essere alla lunga perdenti, perché combattute contro i fatti, non contro un avversario dialettico, e, per usare il latino tanto caro alla Santa Sede, contra facta non valent argumenta, i fatti non si possono confutare a parole. Una volta che la scienza abbia consentito di spedire sonde su Marte o intorno a Giove e Saturno, c’è poco da discutere sulle sfere celesti tolemaiche.

Dove invece temo di non poter rivendicare un successo incondizionato a favore del pensiero scientifico è proprio sul terreno più importante. La scienza non è una collezione di teorie; le sue teorie, anche le più riuscite e illustri, sono una parte in fondo secondaria del suo valore. Il più prezioso patrimonio della scienza è l’adozione di un metodo, di un approccio che, sebbene anch’essi fallibili e perfettibili, sono il mezzo con cui essa ha appunto potuto ottenere gli incredibili progressi di cui le teorie che citavo sono parte. La vera battaglia che la Chiesa, intesa qui anche come parte di uno “schieramento” ben più esteso, combatte contro la scienza sta nel successo o meno di quest’ultima nell’estendere all’uomo della strada una modalità di pensiero critico, razionale, empirista, che è poi alla base del metodo scientifico. Ebbene, su questo terreno non mi sentirei proprio di dire che la scienza abbia vinto.

Facciamo solo un esempio: nel corso della recente pandemia (ammesso che possiamo considerarla terminata), spesso abbiamo assistito a politici o giornalisti che chiedevano, o a volte pretendevano, “certezze” dalle istituzioni della scienza sanitaria. In altre parole, si recavano presso un allevamento di equini per pretendere di comprare un cavallo alato. E i cittadini, anziché deridere e possibilmente destituire gli aspiranti Bellerofonte, erano spesso genuinamente sorpresi che le indicazioni offerte dalla scienza medica fossero probabilistiche, e per di più soggette a cambiare man mano che nuovi fatti venivano raccolti e nuove teorie venivano verificate. Un simile atteggiamento è, a mio avviso, frutto diretto di una cultura impregnata di metafisica, che considera i cavalli alati e le affermazioni certe non frutti dell’immaginazione umana ma cose possibili.

Ecco perché penso che Benedetto XVI possa, alla sua veneranda età, essersi spento nella serena consapevolezza di rappresentare una forma forse ormai obsoleta di un’essenza molto più tenace e inestirpabile, ossia il pensiero magico e irrazionale. La nostra millenaria cultura, con le sue robuste “radici giudaico-cristiane”, è affollata di cavalli alati, di oracoli infallibili, di miracoli, di motori immobili e di madri vergini; smantellare tutto quest’apparato immaginifico e sostituirlo con la realtà un po’ grigia che si può vedere e toccare è un’operazione difficile, anche perché grazie a quell’apparato si fanno ottimi affari e non si deve render conto di nulla, tanto non ci si deve confrontare con i fatti. I fatti sono scomodi perché non ci si può discutere, mentre del sesso degli angeli si può disquisire anche per secoli senza mai rischiare di aver torto.