Reddito di cittadinanza, reddito minimo… facciamo chiarezza

Nelle settimane immediatamente precedenti le elezioni europee, tra gli argomenti toccati dalla campagna elettorale c’è stato quello del reddito di cittadinanza, una proposta che, a onor del vero, era già stata avanzata dal M5S sia alle scorse politiche che, in modo circostanziato, alcuni mesi fa, e che alle scorse elezioni politiche, in una forma o nell’altra e con maggiore o minore enfasi, aveva trovato spazio nei programmi di Scelta Civica (“reddito di sostentamento minimo”) e del PD (“reddito minimo”). In quel periodo, alcuni giornali tentarono di aiutare gli elettori a districarsi tra queste diverse proposte in ambito di welfare, ma mi sembra che tuttora ci sia parecchia confusione in materia. Proviamo quindi a fare un po’ di chiarezza.

Il primo elemento di chiarezza penso consista nel sottolineare che quello di cui si parla come reddito di cittadinanza non è un reddito di cittadinanza. In realtà, un “vero” reddito di cittadinanza sarebbe incondizionato e uguale per tutti, basato appunto solo sul possesso della cittadinanza italiana. L’idea del reddito di cittadinanza non è infatti un’invenzione dei nostri politici, ma esiste da diverso tempo. Tuttavia, nonostante sia usato spesso questo nome, come dicevo le proposte sul tavolo sono un’altra cosa, e riguardano piuttosto l’introduzione di un reddito minimo garantito che, in diverse forme, è presente in molti Paesi europei; come riferimento, prenderò quella avanzata dal M5S, sia perché questa è la forza politica che sostiene questa ipotesi con più convinzione, sia perché il M5S ha presentato un vero e proprio disegno di legge che può quindi costituire una base di discussione meno aleatoria.

Cos’è quindi il reddito minimo proposto dal M5S? In sostanza, si tratta di un’integrazione al reddito individuale o familiare, che, per una persona sola,  equivale a garantire un minimo di 600 Euro netti al mese. Questo reddito minimo corrisponde al livello di povertà relativa fissato dall’ISTAT, ed è quindi soggetto a essere rivisto di anno in anno. Chi percepisce il reddito minimo, se maggiorenne, è tenuto a “mettere a disposizione della comunità un minimo di quattro ore settimanali” per attività di volontariato, e ha l’obbligo di cercare attivamente lavoro e di accettare eventuali proposte sottopostegli per il tramite dei Centri per l’Impiego. Ora, spiegato sinteticamente di che si tratta, si pongono a mio avviso due diverse domande:

  1. Il reddito minimo è una buona idea?
  2. Il provvedimento proposto dal M5S è una buona concretizzazione di questa idea?

Cominciamo dalla seconda: a mio avviso, il modo in cui questa idea sarebbe realizzata secondo il DDL del M5S non va bene sotto diversi aspetti. Cercando di non essere troppo noioso, ne cito solo qualcuno, ma ce ne sarebbero altri:

  • Il riferimento alla soglia di povertà relativa: intervenire su tutti coloro che sono statisticamente classificati come “relativamente poveri” significa che il numero di beneficiari di questo reddito sarebbe sostanzialmente indipendente dalle condizioni economiche complessive del Paese. Infatti, la povertà relativa si definisce rispetto alla media; quindi, se per assurdo domani in Italia tutti guadagnassero il triplo, la povertà assoluta sparirebbe o quasi, ma il numero di poveri relativi resterebbe uguale ad adesso. Molto più significativo è appunto l’indice di povertà assoluta, di cui abbiamo parlato altrove.
  • Un altro elemento “tecnico” è che l’indice di povertà calcolato dall’ISTAT è relativo ai consumi, e non ai redditi.
  • Infine, la proposta M5S prevede che “Per i soggetti di età compresa tra i 18 ed i 25 anni costituisce requisito fondamentale essere in possesso di qualifica o diploma professionale […] ovvero essere in corso di frequenza per l’acquisizione di uno dei predetti titoli”. Insomma, i cosiddetti NEET (Not in Education, Employment or Training) non sarebbero ammessi, col prevedibile risultato che molti si iscriverebbero a corsi scolastici solo per fruire dell’assegno.

Ma torniamo al punto centrale: immaginando che i difetti della proposta M5S vengano corretti, il reddito minimo sarebbe una buona idea? Qui ovviamente la risposta non è solo “tecnica”, ma politica. Un reddito minimo garantito è uno strumento di welfare a mio parere valido, a patto che sia alternativo e non sovrapposto a una serie di altri strumenti che oggi sono vigenti in Italia. Il reddito minimo, in sostanza, dovrebbe consentire una sussistenza accettabile a chi non ha lavoro o ne ha uno a tempo parziale, nell’ottica di inserire comunque questi soggetti nel mondo del lavoro. In questo senso ha un valore, proporzionale all’affidabilità di due elementi chiave:

  • l’attendibilità dell’identificazione dei soggetti effettivamente “poveri”;
  • l’efficacia dei Centri per l’Impiego nel gestire la formazione e l’inserimento dei beneficiari, e nel selezionare quelli che effettivamente cercano lavoro.

Altrimenti, il rischio ovvio è che il reddito minimo diventi un benefit per chi non sta realmente cercando un lavoro, o perché ne ha già uno più o meno “in nero”, o perché è mantenuto dalla famiglia e non lavorerebbe in ogni caso. L’Italia infatti ha uno dei tassi di attività più bassi d’Europa, con solo il 63,5% della popolazione sopra i 15 anni che lavora o cerca lavoro: tolti i pensionati, sono quindi molti gli italiani che (almeno ufficialmente) non sono né occupati né in cerca di occupazione. Si rischierebbe insomma, paradossalmente, di incentivare il lavoro in nero.

Infine: quanto costerebbe e come potrebbe essere finanziato il reddito minimo? Secondo il DDL del M5S, il costo massimo del provvedimento sarebbe fissato in 19 miliardi di Euro, una cifra molto alta (anche se altre ipotesi meno generose prevedono un costo inferiore, intorno ai 10 miliardi), per la quale il disegno di legge indica una lunga serie di fonti di copertura, da tagli alle spese militari a una patrimoniale, da un aumento delle imposte sui giochi pubblici all’abolizione di una serie di enti pubblici, dall’abolizione del finanziamento ai partiti all’aumento di specifiche imposte e tasse, a uno speciale prelievo sulle pensioni più alte, e così via. Non mi pare invece si proponga un riordino delle attuali forme di sostegno ai redditi più bassi, che logicamente dovrebbero essere sostituite appunto da questo reddito. Secondo uno studio di qualche anno fa, infatti, solo il 27% dei beneficiari delle attuali forme di assistenza economica ricade effettivamente nella fascia di povertà. Da questo punto di vista, quindi, questi trattamenti potrebbero essere sostituiti più efficacemente dal reddito minimo garantito.

In conclusione, cosa dovremmo pensare del reddito minimo garantito? Sgombrato il campo dall’erronea e fuorviante espressione “reddito di cittadinanza”, si tratta di un istituto largamente diffuso in Europa, che rispetto alle varie forme di protezione sociale esistenti in Italia ha il vantaggio di essere meglio mirato alle fasce più povere di popolazione, e di poter essere associato alle politiche di inserimento/reinserimento nel mondo del lavoro.
D’altro canto, la formulazione proposta dal M5S non mi persuade, sia per i suoi difetti “tecnici”, sia per l’elevatissimo costo che, anche per il semplicismo con cui sono stati indicati i tagli di spesa che concorrerebbero alla copertura, rischierebbe di dover essere finanziato in larga misura con un ulteriore e insostenibile inasprimento fiscale, sia per il ruolo cruciale che avrebbero i Centri per l’Impiego nella cui efficienza onestamente ripongo scarsa fiducia.
Se quindi, almeno a titolo personale, sono favorevole a porsi l’obiettivo di riformare il nostro welfare in questa direzione, ritengo che il primo passo non possa essere questa (un po’ demagogica) proposta di legge, ma una riforma complessiva del sistema pubblico di riqualificazione e collocamento dei lavoratori disoccupati, e dei trattamenti di sostegno al reddito che andrebbero assorbiti e unificati nel reddito minimo garantito, in modo da valutare con attendibilità le ulteriori risorse che andrebbero trovate per poterlo applicare.

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