Poveri lavoratori…

Come preannunciato nel post sull’importanza della Statistica, vorrei “rileggere” alcuni temi di particolare interesse e molto presenti nel dibattito politico utilizzando le evidenze statistiche disponibili, in particolare quelle fornite dall’Istat e dall’OCSE.

Il tema forse più rilevante a giudizio di quasi tutti i commentatori italiani è quello del lavoro, rispetto al quale le proposte e le discussioni mi sembra si concentrino su due obiettivi prevalenti:

  • come ridurre il tasso di disoccupazione, prevalentemente giovanile;
  • come sostenere economicamente chi per un motivo o l’altro (giovani in cerca di prima occupazione, quaranta-cinquantenni “espulsi” dalle aziende, “esodati”, ecc.) si trova a non avere un lavoro.

Si tratta certamente di obiettivi fondamentali, e tra le proposte che vengono avanzate alcune, a mio parere, sono anche apprezzabili. Tuttavia, mi piacerebbe provare a sottolineare qualche altro aspetto del problema-lavoro soffermandomi su una pubblicazione mai abbastanza citata, in questo Paese dove sembra che fare il giornalista significhi ricopiare veline o inseguire gossip. Si tratta dei dati Istat sulla povertà in Italia nel 2012.

Se ne è certamente parlato, ma ho visto poche analisi approfondire i singoli dati, eppure dalle pagine della ricerca emergono delle evidenze a mio avviso molto importanti. Faccio una premessa: d’ora in poi, quando parlerò di povertà intenderò la povertà assoluta, quella “vera”, che l’Istat definisce come trovarsi al di sotto della “soglia di spesa mensile minima necessaria che è considerata essenziale a uno standard di vita minimamente accettabile”. Lascio invece da parte i dati sulla povertà relativa, che mi interessa meno, anche se paradossalmente spesso se ne parla di più.

Una considerazione che viene immediata è che le cose vanno male. Tra il 2011 e il 2012, le persone povere sono passate da 3 milioni e 415mila a 4 milioni e 814mila, con un aumento del 40% in un solo anno (dal 2007 i poveri sono addirittura raddoppiati). Certamente è una conseguenza del prolungarsi della crisi, che ha costretto molti ad attingere ai risparmi per mantenere un minimo di capacità di spesa, e ovviamente i risparmi prima o poi finiscono. Io però vorrei concentrarmi su un aspetto specifico, ossia su alcuni dettagli del “chi sono” i poveri.

L’immagine che penso spesso abbiamo del “tipico” povero è la coppia di vecchietti in pensione, o la famiglia monoreddito con tre figli a carico, o, per tornare al tema della penuria di lavoro, il giovane disoccupato senza titolo di studio superiore. Avremmo solo in parte ragione.

Effettivamente, la famiglia con tre figli a carico è la vittima prediletta della povertà: ben il 16,2% di queste famiglie è povero. Una su sei, con un incremento del 57% sul 2011: avere figli in Italia è sempre più un pessimo affare.

Se però andiamo a guardare la povertà per fasce di età, troviamo delle sorprese, che a me fanno drizzare i capelli. Nel 2012, c’è stato il sorpasso: la povertà nelle coppie con “persona di riferimento” sotto i 65 anni ha raggiunto un’incidenza del 4,6%, in crescita vertiginosa del 77% sul 2011, mentre tra le coppie con persona di riferimento sopra i 65 anni il tasso di povertà è sceso dal 4,3% al 4,0%. Persino tra le persone sole con più di 65 anni il tasso di povertà è sceso dal 6,8% al 6,2%, in controtendenza rispetto a tutte le altre categorie familiari: solo dove ci sono gli anziani, la povertà non aumenta, e addirittura è spesso inferiore in valore assoluto. Se guardiamo la suddivisione per fasce di età della persona di riferimento, nel 2011 quelli oltre i 65 anni avevano il più alto tasso di povertà; nel 2012, al contrario, avevano il più basso, mentre il più alto si aveva nella fascia di età più bassa, sotto i 35 anni. In un solo anno, il rapporto si è completamente invertito.

L’altra cosa che mi turba, e che riguarda direttamente il tema da cui sono partito, emerge dai dati relativi alla povertà rispetto a impiego e titolo di studio.

Come era prevedibile, la povertà è più diffusa tra le famiglie la cui persona di riferimento non ha neanche la licenza media. Eppure, tra queste famiglie il tasso di povertà nel 2012 era del 10,0%, poco superiore al 9,4% del 2011. Tra diplomati e laureati, invece, il tasso di povertà è passato dal 2,0% al 3,3%: un aumento del 65%. Lo stesso fenomeno si riscontra se guardiamo al livello di occupazione: tra impiegati e dirigenti, il tasso di povertà è raddoppiato, passando dall’1,3% al 2,6%. Dal punto di vista della segmentazione occupazionale, l’unica tipologia di famiglia che ha visto diminuire il tasso di povertà è quella costituita da soli pensionati. Al confronto, nelle famiglie in cui tutti i componenti sono occupati, la povertà è salita del 44%!

Quali conclusioni suggeriscono tutti questi numeri, e gli altri che trovate nel rapporto, a proposito del tema del lavoro? In breve, propongo un paio di riflessioni:

  1. Non è vero che l’unico problema è aumentare o difendere i posti di lavoro. Ormai, neanche avere un “buon” lavoro, o essere un libero professionista, mette al riparo dalla povertà vera e cruda, figuriamoci da un abbassamento meno drammatico del tenore di vita. Lo stesso vale per aver studiato. La mia interpretazione è che la scarsa produttività del lavoro e la scarsa competitività delle nostre aziende schiacciano le retribuzioni e impoveriscono anche chi un lavoro ce l’ha.
  2. Gli unici che si salvano sono i pensionati. È tristissimo constatare che nelle nostre famiglie gli anziani fungono da “paracadute” per i lavoratori giovani e meno giovani, oltre che per i disoccupati. In particolare, trovo socialmente e politicamente intollerabile che una famiglia costituita da sole persone che lavorano regolarmente (quindi senza figli a carico, senza nonni invalidi, ecc.) possa essere povera, ma povera sul serio. È uno scandalo nazionale, una vergogna per tutti noi. So che se ne parla e che la consapevolezza di questo fenomeno è ormai diffusa, ma a mio avviso la politica non pone sufficientemente al centro della sua agenda la ricerca di soluzioni.

Come mai accade questo, in particolare nel nostro Paese (certo, sappiamo che certi fenomeni non sono limitati all’Italia)? Cercare una risposta sarebbe complesso, e anzi prevedo che questa domanda sarà una di quelle che ricorreranno qui su Hic Rhodus, generando di volta in volta spunti diversi di riflessione e valutazione. Mi limito a riportare altri due grafici relativi a fatti diversi ma forse nascostamente collegati, uno molto noto, l’altro passato praticamente sotto silenzio, entrambi secondo me parte della stessa immagine complessiva:

CLUP

Da: OECD Economic Outlook, Volume 2013 Issue 2 – © OECD 2013

Qui sopra, il grafico dell’andamento relativo del costo unitario del lavoro (praticamente l’inverso della produttività rispetto ai costi del personale) in alcuni paesi europei. Come si vede, e si sa, l’Italia ha un costo molto alto (una produttività molto bassa): non c’è da sorprendersi se i salari sono sotto pressione (incidentalmente, basta guardare cosa è successo alle curve di Spagna e Grecia per essere molto preoccupati per i prossimi dati sulla povertà).

Il secondo grafico utilizza dati prelevati da uno studio svolto dall’OCSE sulle competenze fondamentali degli adulti in diversi paesi:

reading

Da: OECD Skills Outlook 2013 – © OECD 2013

Lo studio OCSE rileva che, in base alla correlazione statistica osservata, il livello di utilizzo sul lavoro delle capacità di lettura “spiega [circa il] 37% delle differenze di produttività tra i paesi”. L’Italia, tra i 22 Paesi per cui sono stati raccolti i dati, è all’ultimo posto assoluto in questa particolare statistica. Inutile sottolineare il ruolo che l’apprendimento tramite testi scritti ha nella formazione e nell’aggiornamento delle competenze anche di chi lavora.

Che questo non fosse un Paese per giovani, lo sapevamo. Che ci fossero moltissimi disoccupati che fanno fatica a tirare avanti, pure. Ora abbiamo dati chiari che mostrano che, purtroppo, questo è un Paese che non garantisce un’esistenza decorosa neanche a chi lavora, magari dopo aver preso un “pezzo di carta” svalutato da un sistema universitario mediocre e una “formazione continua” sul lavoro inesistente. A mio modo di vedere, prima ancora di ipotizzare “redditi di cittadinanza”, bisogna innanzitutto garantire un dignitoso reddito da lavoro, incentivando la qualità del lavoro e la produttività, non il non-lavoro, come pretende chi pone come priorità il reperimento di risorse per casse integrazioni straordinarie, esodi, scivoli vari verso quella condizione di pensionato che oggi sembra l’unica garanzia (pagata da chi, e fino a quando?).

Tra le fonti citate:

[Una prima versione di questo testo è già apparsa su MenteCritica il 12 dicembre 2013. Col permesso di MenteCritica]

6 commenti

  • A mio avviso non vi è un prima e un dopo nella scala delle gerarchie. Il sostegno al reddito di chi il lavoro non lo ha – lasciamo perdere il reddito di cittadinanza, che è un’altra cosa – può e deve andare insieme alle misure per migliorare la produttività. Sul legame tra sostegno al reddito e incentivi/disincentivi a cercare lavoro è stato scritto moltissimo. La pozione più comune oggi è che per evitare la trappola della povertà bisogna abbinare trasferimenti monetari (spesso condizionati) e servizi. Senza illudersi comunque: molti non troveranno lavoro.
    Rispetto alla povertà in aumento tra i lavoratori occupati mi sembrano molto giuste le tue considerazioni. Segnalo che ha trattato il tema la III Convention of the European Platform against Poverty and Social Exclusion (26-27 November 2013), nel corso della quale è stato presentato il
    WORKING AND POOR: EAPN position paper on in-work poverty (http://www.eapn.eu/)

  • Incidere sul costo unitario del lavoro significa avere la capacità di riorganizzare i trasporti, eliminare la corruzione, ridurre il costo dell’energia, magari pagando meno il gas e realizzando una vera concorrenza sulle forniture elettriche industriali, selezionare i manager secondo le loro capacità e non le loro appartenenze politiche in modo da efficientare le aziende e poi fornire un substrato tale da trattenere le aziende in Italia, anche la Fiat sta per dire ciaociao Italia scegliendo la sopravvivenza nel mercato internazionale alla sotomissione ai politici italiani.

  • La diffusa imprenditoria a controllo familiare, la piccola dimensione ed il conservatorismo che tipicamente la caratterizza, se ed ancora è l’ossatura manufatturiera italiana, ne è anche il limite, mai così brutalmente evidenziato dai processi di globalizzazione, informatizzazione e di evoluzione del management, per non menzionare la cronica carenza di investimenti in R&D.

    Sulla produttività gioca sì il costo del lavoro ma ben più il valore del prodotto.

    Siamo sommersi di beni ad alta o altissima tecnologia, eppure si fa fatica ad indicare un prodotto tecnologico di largo consumo nel mondo che abbia una origine produttiva italiana.

    Le sole nicchie di alta tecnologia industriale sono quasi tutte da trovare nelle poche grandi aziende parastatali, ancora esistenti. Questo dovrebbe far meditare in che misera cosa sia diventato in generale il grande capitalismo industriale privato in Italia. Uno o due Steve Job li avemmo tra noi, ma evidentemente non ce li meritavamo.

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