E se smettessimo di seguire il calcio?

Mi sono deciso di rovinare la reputazione di Hic Rhodus perdendo in un colpo solo la metà dei lettori scrivendo un post contro il calcio. Che in Italia è un po’ come parlare male della mamma, sputare su un impiego alla Regione, far stracuocere gli spaghetti… Ho aspettato l’occasione buona e mi pare questa: buttati fuori con disonore dai Mondiali, privati dei vertici tecnici e federali, il popolo calcistico italiano appare inebetito e privo di capacità reattiva; per poco, lo so, ma intanto è possibile farla franca e allora ci provo. Il calcio è un brutto gioco; non è più uno sport ma al massimo uno spettacolo artefatto, un po’ come il wrestling; costa milioni alla collettività (non solo ai tifosi); provoca danni; è politicamente scorretto e immorale; è diseducativo. Credo di non avere dimenticato nulla, quindi corro ad argomentare.

Per quanto si conosce ufficialmente viviamo da 35 anni in regime di calcioscommesse. Il primo scandalo pubblico data 1980, il secondo 1986 e il terzo 2011, e se mi volete dire che gli anni in mezzo sono stati del tutto esenti dal fenomeno allora smettete pure di leggere questo articolo (per la cronaca: si parla di partite truccate anche in quest’ultima stagione). Grandi squadre, grandi atleti, che hanno innescato giri d’affari illeciti milionari truccando le partite. Vorrei che questo primo elemento fosse chiaramente sottolineato. Non solo ci sono state scommesse clandestine (una questione che potrebbe riguardare al massimo il fisco) ma si sono alterati i comportamenti di gara per indirizzare i risultati delle partite, creando i presupposti per azioni penali gravi ma – per quel che mi interessa ai fini di questo ragionamento – minando il senso sportivo alle sue basi.

Il tifo violento è organico al calcio. Morto da pochi giorni Ciro Esposito assistiamo alla mielosa e ipocrita sequela di dichiarazioni insopportabili, da un lato per mitizzare lo sfortunato ragazzo e dall’altro per stabilire delle distinzioni fra il calcio (che sarebbe una cosa) e la violenza dal calcio generata (che sarebbe una cosa differente e addirittura estranea). Ogni volta che si fanno questi discorsi si legittima nuova violenza. Dal 1963 (primo morto “per calcio”) a Ciro Esposito corrono 22 morti in 50 anni; vi prego di soffermarvi su questi dati e di non scorrere oltre finché non li avete metabolizzati: non stiamo parlando di incidenti d’auto o di morti per tumore o della fame nel mondo: stiamo parlando di gente che va a vedere la partita. Se vi dicessi che negli ultimi cinquant’anni 22 persone sono morte nelle sale cinematografiche a seguito di risse feroci fra gli spettatori vi impressionerebbe, suppongo. E abbiamo parlato di morti ai quali aggiungere centinaia di feriti, migliaia di negozi e strutture devastate. Secondo recenti dati della Digos in Italia agiscono 388 gruppi ultrà composti da oltre 41.000 sostenitori, in non pochi casi infiltrati da elementi neo-fascisti; questa è ovviamente la punta d’iceberg, quella visibile e organizzata attorno la quale vi è un’ampia area di contiguità. La rivista inglese Talk Sport ci ha fatto l’onore di includere due tifoserie italiane fra le 10 più violente al mondo. E le connivenze delle società sportive, prima complici poi ostaggi dei violenti, sono ben note e documentate.

Di Canio quando giocava alla Lazio. Un modello educativo…

Sulle infiltrazioni neofasciste e neonaziste occorrerebbe una riflessione a parte; secondo il già citato rapporto Digos molte sono le tifoserie sostanzialmente di estrema destra, con contiguità con gruppi eversivi, ma la storia delle “ideologie” delle curve va forse inquadrata in un contesto più socio-antropologico che politico. Almeno per certi versi sembra più legato alla necessità di condividere vessilli e appartenenze che non a quella di manifestare un’ideologia. Un amico che lavora in polizia mi ha fornito in merito questa testimonianza:

Mi è capitato di conoscere due ragazzi che frequentavano il Leoncavallo a Milano, sicuramente di estrema sinistra, da centro sociale con annessi e connessi; ebbene gli stessi li ho visti nella curva degli ultrà del Brescia praticamente nazisti, con magliette ricamate di celtiche e svastiche. Gli ho chiesto il perché di questa palese contraddizione e loro mi hanno risposto: “Politicamente siamo di estrema sinistra, ma il tifo per il Brescia è un altra cosa, un altra battaglia”.

Voglio segnalare che questo aneddoto non è tranquillizzante (“Ah, beh, ma allora non sono veramente nazi-fascisti!”) ma – a mio parere – ancora più inquietante; le ideologie non c’entrano, o non c’entrano per tutti allo stesso modo, sono decontestualizzate e utilizzate come etichette identitarie “per un’altra battaglia”, per far casino… e quindi può passare la svastica oggi, il coro razzista domani, in un vuoto culturale e valoriale spaventoso.

I costi della sicurezza. Ogni volta che c’è una partita, ovviamente, c’è uno schieramento di sicurezza imponente che ci costa tra i 22 e i 25 Milioni di Euro l’anno. Una somma non indifferente che rappresenta però solo l’1% di quanto guadagnano le società calcistiche in diritti televisivi (a loro i diritti televisivi, a noi i costi; in economia si chiama “esternalizzazione dei costi”). Eppure le migliaia di poliziotti impiegati non hanno regole d’ingaggio certe, non esistono – come in Inghilterra – celle per il contenimento dei facinorosi nello stadio, gli steward non hanno il rango di pubblico ufficiale e, insomma, ogni partita “calda” è un rischio potenziale. Naturalmente ai costi per la polizia occorre aggiungere tutte le infrastrutture (stadi, strade…) e i servizi pubblici (treni, bus…) per consentire la disputa della partita e la fruizione dei tifosi, e le devastazioni a beni pubblici e privati (auto in sosta, negozi) cui periodicamente assistiamo.

E sia chiaro: il calcio non c’entra per niente!

La diseducazione delle scuole di calcio. Un paragrafo speciale lo voglio riservare alle scuole di calcio per bambini e giovani. Chi non le conosce non può capire il carico di agonismo e competizione che i genitori stessi e i tecnici trasmettono ai bambini; genitori che litigano e si azzuffano incitando i piccoli a reagire anche violentemente contro i compagni, allenatori e tecnici impreparati sotto il profilo educativo e perennemente alla ricerca del campioncino da promuovere. Se avete figli piccoli non mandateli alle scuole di calcio! Una recente indagine dell’Associazione Italiana Calciatori mostra poi come

è a livello dilettantistico che sono più frequenti gli episodi di violenza (al campo di allenamento o durante la settimana) e sono in genere i sostenitori della squadra stessa, non quelli avversari, a minacciare i calciatori.

La morale finale – piuttosto triste come si conviene per questa favola diseducativa – la lascio alle parole del sociologo Ilvo Diamanti, che in un articolo di un paio d’anni fa scrive:

Il fatto è che il calcio, ormai, tutto è diventato meno che uno sport. È uno spettacolo e un gioco  –  ma d’azzardo. Un’arena dove si misurano, incontrano e scontrano minoranze. Allo stadio, d’altronde, non ci va quasi più nessuno. Tutti davanti alla TV. A vedere partite il cui risultato è sempre in dubbio. Nel senso che ti resta il dubbio: se l’incontro a cui hai assistito sia reale oppure taroccato.

Ma tutto ciò avviene dentro a una società connivente o comunque indifferente. Gli ultrà: sono il 2% ma il 33% li considera utili allo spettacolo (uno spettacolo nello spettacolo).  Magari ne condanna le “intemperanze”, ma con molta indulgenza.

D’altra parte, in Italia, il 50% si dicono tifosi. Tre quarti di essi:  caldi e militanti. In gran parte: ritengono gli scandali che da anni investono il calcio fondati. Il 55% dei tifosi, quando gli arbitri sbagliano, pensa alla malafede. Due tifosi su tre, inoltre, considerano “Calciopoli” un caso di giustizia sportiva viziata da molti errori. Oppure palesemente ingiusto. Quanto allo “scandalo scommesse”, i due terzi dei tifosi ritiene che abbia coinvolto molti giocatori e molte società. Gran parte dei tifosi, quindi, ritiene l’ambiente del calcio inquinato. In-credibile. Ma ciò non costituisce un argomento sufficiente a squalificarlo. Ad abbandonarlo. Quel che conta, par di capire, è vincere, non partecipare. E se anche il calcio fosse davvero inquinato da scommesse, corruzione, condizionamenti arbitrali, intese tacite, ebbene, in Italia così fan tutti. Dappertutto. In politica, negli affari, nel lavoro.

Perché scandalizzarsi? Così è la vita.

Piccolo tifoso che ha capito tutto.

Ecco, questa conclusione di Ilvo Diamanti ci spiega una cosa tremenda. Che come tante altre cose che spesso condanniamo (la politica, le istituzioni…) anche il calcio, alla fine, è il nostro specchio. Un popolo di sessanta milioni di Commissari Tecnici, tutti facinorosi, tutti faziosi, tutti un pochino decerebrati, tutti in poltrona. E se muore un Ciro Esposito eccoci tutti a piangere l’eroe, tutti a protestare che non deve succedere mai più mai più mai più e che il calcio no, il calcio “è un’altra cosa”.

C’è un’unica soluzione: diamoci al rugby!

Altre risorse oltre all’articolo di Diamanti:

One comment

  • Claudio Antonelli

    Lo sport nazionale italiano è praticato oralmente dalle masse quasi ventiquattr’ore su ventiquattro. Non a caso, nella penisola, vi è il più alto numero di quotidiani “sportivi” – in realtà “calcistici” – che alimentano come fiumi in piena la marea di chiacchiere su cui il calcio galleggia e in cui ancora più spesso affoga.
    La partita è l’occasione di accesissime discussioni “prima, durante e dopo”. Di qui la necessità – fenomeno unico quello italiano – di ricorrere ad espressioni distinte per identificare i due tipi di calcio praticati nella penisola: il “calcio giocato” e il “calcio parlato”; quasi sulla falsariga di come sentiamo la necessità di distinguere il trotto dal galoppo, lo sci di fondo da quello alpino, il football americano dal rugby europeo, e nel nuoto lo stile libero da quello a farfalla…
    Le due espressioni “calcio giocato” e “calcio parlato” sono usate dai mass media non con intento ironico, ma per necessità di chiarezza e con molta serietà. Anche in piena estate quando non vi è il campionato, le chiacchiere e le discussioni non ven- gono infatti mai meno. I cosiddetti “sportivi”, con voce spesso rauca per il troppo parlare, discutono, sotto il solleone o al bar, di “calcio mercato”…
    Niente male dal punto di vista linguistico: “calcio giocato”, “calcio parlato”, “calcio mercato”. È una consolazione questa tenuta gagliarda della lingua italiana calcistica, insidiata da “assist”, “penalty”, “supporter”… Cosa volere altro? Beh, qualcosa ci sarebbe. Visto che sempre più spesso i protagonisti del calcio parlato si trasformano in teppisti dediti alla guerriglia c’è da chiedersi se non sia opportuno, sempre per necessità di chiarezza, aggiungere alle tre categorie già esistenti una quarta: il “calcio guerreggiato”.
    Post scriptum: purtroppo è il “calcio-scommesse” la categoria che occorrerà aggiungere alla lista.

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