E verrà il giorno che il Vesuvio erutterà…

vesuvio

Come forse sapete ci sono diversi tipi di vulcano, classificati in base al tipo di eruzione (QUI una classificazione a 4 e QUI una a 7); senza perdersi in sottigliezze, la vera differenza fra i vulcani è l’essere effusivi o esplosivi; i primi si caratterizzano per una lava fluida che fuoriesce dal cono vulcanico in un processo sostanzialmente lento che porta la lava a valle o – come nel caso di Etna e Stromboli (gli unici dei 10 vulcani italiani attivi) – al mare. I secondi, come dice il nome, eruttano una colonna di gas incandescente, lapilli e cenere per chilometri, distruggendo colture, animali e persone. Il Vesuvio è appunto un vulcano di questo genere, ed è a tutti noto cosa successe a Ercolano e Pompei.

Dopo l’eruzione del 79 d.C. ce ne sono state diverse altre (la più importante nel 1631, l’ultima nel 1944 che distrusse – non per la prima volta – i paesi di Massa e San Sebastiano, che contò 26 vittime). In ogni caso nulla di paragonabile all’eruzione cui assistette Plinio il giovane. Il problema su cui vorrei catturare la vostra attenzione è il seguente: cosa succederebbe oggi se il Vesuvio eruttasse, in maniera violenta? Iniziamo col dire che il Vesuvio (come l’Etna e lo Stromboli) è costantemente monitorato dall’ottimo Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (il Vesuvio è uno dei vulcani più monitorati del mondo, insieme al Mauna Kea e al monte Fuji). Non bisogna pensare che il Vesuvio, su due piedi e senza segnali, improvvisamente erutterà; i segnali premonitori saranno chiari e in anticipo sull’evento eruttivo. Quanto in anticipo? Non si sa; per l’allarmista vulcanologo giapponese Nakada Setsuya anche poche ore; per De Natale, dell’INGV, mesi o anni. Questo è ovviamente il problema dei problemi per qualunque piano di intervento, piano che non può che consistere nello sfollamento delle popolazioni residenti nel raggio d’azione del vulcano. E poi: quanto violento? Secondo l’INGV non violentissimo come quello del 79, ma più simile a quello del 1631:

Secondo gli studi più recenti, l’evento vulcanico che con maggiore probabilità si potrebbe verificare al Vesuvio è un’eruzione stromboliana violenta (VEI=3), con ricaduta di materiali piroclastici e formazione di colate di fango o lahars. Sulla base di ricerche condotte a partire da indagini geofisiche, inoltre, non si è rilevata la presenza di una camera magmatica superficiale con volume sufficiente a generare un’eruzione di tipo Pliniano. Pertanto risulta poco probabile un evento di questo tipo. Sulla base di queste osservazioni, la commissione incaricata di aggiornare il Piano ha stabilito che lo scenario di riferimento sia un evento di tipo sub-Pliniano, simile a quello del 1631 e analogo a quello già assunto nel precedente Piano. Questo scenario prevede la formazione di una colonna eruttiva sostenuta alta diversi chilometri, la caduta di bombe vulcaniche e blocchi nell’immediato intorno del cratere e di particelle di dimensioni minori – ceneri e lapilli – anche a diverse decine di chilometri di distanza, nonché la formazione di flussi piroclastici che scorrerebbero lungo le pendici del vulcano per alcuni chilometri (Fonte: INGV).

Poiché nulla si può fare per impedire il botto, non resta che prendere l’oltre mezzo milione di residenti e portarli altrove. Tranquilli: esiste un Piano Nazionale di emergenza per il Vesuvio, recentissimamente aggiornato con una direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri che ha ampliato la zona a rischio portando a 25 i Comuni vesuviani interessati. Secondo questo Piano si vanno a prendere queste persone (e immagino, un minimo di loro beni ed effetti personali) e le si trasportano per tutta Italia: abitate a Torre del Greco? Verrete portati in Lombardia; a Ercolano? In Emilia Romagna; quelli di Pompei prenderanno il traghetto e andranno in Sardegna… Se siete nella zona rossa. Se abitate nella zona gialla potete accendere un cero; voi restate lì perché

La zona gialla presenta una pericolosità minore rispetto alla rossa e corrisponde a tutta l’area che potrebbe essere interessata dalla ricaduta di particelle piroclastiche – ceneri e lapilli – che possono, fra l’altro, apportare un sovraccarico eccessivo sui tetti degli edifici fino a determinarne il crollo. La ricaduta di particelle, inoltre, può causare problemi alle vie respiratorie, in particolare in soggetti predisposti non adeguatamente protetti, danni alle coltivazioni e problemi alla circolazione aerea, ferroviaria e stradale. Si prevede che, come accadde nel 1631, solo il 10% della zona gialla sarà effettivamente coinvolto dalla ricaduta di particelle, subendo danneggiamenti (Fonte: INGV).

99 E verrà il giorno che il Vesuvio erutterà 2Torniamo alla Zona Rossa. Dopo la fase di attenzione e di preallarme, quando le autorità si fanno convinte dell’imminenza dell’eruzione, scatta la Fase di allarme:

In questa fase si provvede all’allontanamento di tutta la popolazione dalla zona rossa. Il Piano prevede che, nel tempo massimo di 72 ore, i 600mila abitanti della zona rossa vengano allontanati, secondo le indicazioni specifiche contenute nei singoli piani d’emergenza comunali. La popolazione può raggiungere una propria sistemazione autonoma o le aree di prima accoglienza fuori dalla zona a rischio – strutture individuate dalla regione Campania e nelle regioni limitrofe- utilizzando la propria autovettura o i mezzi pubblici su gomma messi a disposizione dalla protezione civile. Vengono utilizzati i percorsi stradali e i “cancelli” di accesso alla viabilità principale stabiliti nel Piano di emergenza. I treni e le navi sono utilizzati come risorse strategiche per gestire eventuali criticità in fase di attuazione del piano e per il possibile ulteriore afflusso di soccorritori. Lungo le direttrici principali di allontanamento vengono allestite aree informative e di prima assistenza – info-point – dove i cittadini possono trovare informazioni e un eventuale supporto logistico e sanitario. Ciascuno dei 18 Comuni dell’area vesuviana è gemellato con una regione italiana deputata ad ospitare la popolazione della zona rossa a lungo termine. Dopo la messa in sicurezza dei cittadini della zona rossa nelle aree di prima accoglienza, si procede con automobili, pullman e treni al trasferimento nella Regione gemellata (Fonte: INGV).

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Attenzione: se le fasi di preallarme durassero troppo a lungo (è una possibilità concreta, perché non c’è una regola nei fenomeni precursori) i residenti non accetterebbero di stare fuori casa per un tempo indeterminato e finirebbero col perdere fiducia nelle Autorità e a non credere – al momento decisivo – nell’allarme imminente.

Riepilogo: chi non si sarà allontanato autonomamente preoccupato dal preallarme, nel giro di 3 giorni prende e parte secondo destinazioni già definite. Fantastico. Adesso guardiamo un po’ più vicino a quest’esodo ciclopico.

Automobili, pullman e treni? Anche restando sulle 500.000 persone, considerando che un bus turistico medio può avere 51-54 posti diciamo, arrotondando, 10.000 autobus (che non ho idea di dove si possano trovare), ciascuno lungo 12 metri più distanze di sicurezza… vogliamo fare 20 metri (in Italia non badiamo molto alla distanza di sicurezza…) per un totale di 200 chilometri… di fila, o meglio di ingorgo. Anche dividendo una metà di pullman in direzione Nord e metà in direzione Sud neppure si riusciranno a fare 100 Km di fila, ma semplicemente ci sarà un maxi ingorgo inestricabile dove nessuno andrà da nessuna parte (calcoli diversi includenti le autovetture, ma con esito peggiore, li trovate QUI).

Per andare dove? Supponiamo che ci si muova per tempo, che le partenze siano scaglionate, che polizia e protezione civile presidino il traffico in maniera ferrea e che la popolazione, senza farsi prendere dal panico, si muova disciplinatamente. Tutti salgono sui bus (o sulle auto, o dove pare a loro) e con calma ma in sicurezza arrivano nelle varie Regioni di destinazione. Cosa fanno, poi? Ahi ahi… Nessuno saprebbe cosa fare di questi profughi, perché non esiste un piano operativo. L’idea che ogni Comune della zona rossa va in una Regione che si fa carico di accoglierli sembra un’idea improntata alla solidarietà ma è, appunto, solo un’idea. Queste decine di migliaia di persone dovrebbero essere sistemate, in fretta e furia, in qualche posto qualsiasi, perché non c’è alcuna idea specifica. Dopodiché? Supponiamo che l’eruzione avvenga distruggendo i loro averi: cosa sarà di loro? Stazioneranno anni negli alberghi della sistemazione “provvisoria”, in Regioni lontane e contesti a loro estranei con qualche sussidio pubblico? Supponiamo invece che l’eruzione tardi ad arrivare; non credete che dopo una settimana, o due, insisteranno per tornare a casa loro non credendo più alla realtà del pericolo?

Riassunto: la popolazione locale non sa cosa deve fare e potrebbe essere poco collaborativa in caso di prolungato allarme; non si saprebbe come trovare i mezzi pubblici necessari nel giro di poche ore; l’ingorgo sarebbe inevitabile e immediato: una grossa trappola di gente bloccata sotto l’eruzione; quelli che riuscissero a sfollare arriverebbero in Regioni che non hanno idea di dove metterli. Mettete poi il rallentamento iniziale, il panico, quelli che rifiutano di andarsene, quelli che intralciano… Il problema, come in molti altri casi, è che ci si doveva pensare prima. La fitta densità abitativa alle pendici di un vulcano esplosivo, di cui è certa la futura eruzione, è qualcosa di criminale; e sapete il bello? Molte abitazioni sono abusive!

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Naturalmente il Vesuvio potrebbe stare buono e tranquillo a lungo. Potrebbe avere un’eruzione modesta. Potrebbe dare segnali così in anticipo tali da farci smaltire l’ingorgo degli sfollati, e nel frattempo le Regioni troverebbero qualche alloggio… Insomma: potrebbe anche andare tutto bene!

(Ringrazio Enzo Boschi per i suggerimenti forniti)

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