La sfida jihadista all’Occidente

Noi campioni della Democrazia Occidentale, figlia della Grecia di Platone, di Spinoza, del secolo dei Lumi, delle sanguinose battaglie del ‘900 (e aggiungete voi tutta la pletora di santini che più vi aggrada) abbiamo un limite incolmabile, un vulnus pernicioso, un tallone d’Achille che ci può sopraffare: la democrazia medesima! Il rispetto di regole di convivenza, che fanno sì che le minoranze abbiano dei diritti, che gli oppositori possano incidere nella costruzione dei processi pubblici e rimettere in discussione decisioni già prese, che se fuggi dalla guerra devi essere accolto, se sei gay non puoi essere discriminato, se sei musulmano hai diritto a un luogo di preghiera, se sei fascista hai diritto di dichiarare la tua ideologia anche se sconfitta dalla storia, se sei fuori di testa non puoi essere giudicato per gli atti che hai commesso, se sei un pedofilo assassino hai comunque diritto a un processo equo, se sei un cacciatore hai diritto di cacciare ma se sei un animalista hai diritto di protestare, se ti piace mangiare il maiale vai in macelleria ma se vuoi mangiare kosher ne hai diritto, se ti piace leggere le frottole di Libero lo trovi in edicola ma se preferisci quelle del Fatto quotidiano nessuno ti può dire nulla, se ti vuoi informare hai un mondo di possibilità ma se non ti importa nulla e vivi nella crassa ignoranza hai esattamente gli stessi diritti

Tutta questa ricca complessità, questo faticoso percorso verso una sempre più tollerante pluralità, questo tentativo (oggettivamente progressivo negli anni, anche se non senza contraddizioni e passi indietro) di estendere l’area dell’inclusione, dei diritti, della consapevolezza e delle forme di vita sociale, ci rende deboli e sempre più indifesi verso quegli individui, o gruppi, che in questa tolleranza prosperano, imparandone i punti deboli per poi attaccare, colpire, distruggere. Il caso del jihadismo (in particolare dell’ISIS) è il più evidente e attuale, anche se non l’unico: un terzo dei combattenti ISIS proviene da Paesi diversi rispetto a quelli dell’area, in gran parte dall’Europa e perfino dall’Italia, e se a volte si tratta di balordi “convertiti”, più spesso sono seconde e terze generazioni di immigrati, subornati da predicatori che incitano alla violenza nelle moschee e nei luoghi di riunione che noi occidentali mettiamo loro a disposizione proprio in virtù di una tolleranza che non può essere ridotta, declinata con specificazioni o addirittura abolita, perché nel DNA della nostra Democrazia è chiarissimo che circoscrivere diritti altrui significa, in qualche modo, limitare anche i nostri, depotenziare il concetto stesso di Democrazia. Non possiamo impedire ai musulmani di pregare perché la democrazia liberale insegna la pluralità e la tolleranza; dobbiamo attendere di avere prove delle cattive intenzioni di un predicatore per poterlo espellere, ma lui personalmente – in quanto la colpa è individuale – senza riflessi per una comunità “incolpevole”…

Questa asimmetria ha due importanti riflessi, uno politico e uno militare. Quello politico riguarda la velocità e l’univocità delle decisioni; in Italia (e più in generale in Occidente) per mandare armi ai curdi abbiamo dovuto riunire commissioni parlamentari, fare una discussione e votare; considerando i ritmi italiani siamo stati di una velocità sorprendente, questa volta, ma fra tutto sono passati dieci giorni. Se il governo avesse idea di manovre più impegnative (per esempio impegnare truppe) la discussione si protrarrebbe per settimane e sarebbe contrastata e di esito incerto. Le organizzazioni terroriste, o semplicemente dispotiche quali sono in maggioranza le società mediorientali, sono rigidamente verticiste, gerarchiche e indiscutibili: il capo decide, nessuno discute (oppure: il gruppo dei capi discute e decide, e poi comunque tutti si adeguano e obbediscono). Velocità (requisito oggi essenziale), fedeltà nell’esecuzione degli ordini.

Sul lato militare questo assicura enormi vantaggi tattici e strategici che non vale neppure la pena sottolineare più di tanto, in quanto evidenti.

Quest’asimmetria, paradossalmente, ha evidenti complementarietà e si rendono reciprocamente necessarie. Pensiamo al recente caso di James Foley, il giornalista decapitato. Da un lato il cronista coraggioso, con la missione di informare il mondo delle atrocità delle guerre, dall’altro il boia spietato che gli taglia la testa con un coltello per poi diffondere il video. Foley rappresenta – con tutti i suoi colleghi – il terminale del voyeurismo occidentale, la bulimia informativa della quale siamo diventati prede consumando a ritmo continuo – dal tranquillo salotto di casa – terrore finanziario, improbabili chef, stupri indiani, barconi che affondano, talk show, bombardamenti a Gaza, centrali nucleari che esplodono e, naturalmente, decapitazioni che rimbalzano nelle reti, nei canali Youtube, e noi clicchiamo perché come resistere all’orrore di questo dramma così vero, così reale, e fortunatamente così lontano? L’Occidente vive immerso in una pornografia sempre più amorale, sempre più consumata con lo scontato commento alla macchinetta del caffè. E di questo bisogno di sangue fresco si fa partecipe l’orrore dell’ISIS oggi (di Al Qaeda ieri, dei dilettanti…) che fornisce un prodotto cinematografico elaborato e per niente improvvisato nel quadro di una lucida strategia comunicativa che dice “Noi siamo il terrore, dovete avere paura di noi”!

La politica della paura paga, e anch’essa è complementare: costringe il liberale e tollerante Occidente a prendere una posizione, perché tanto orrore non può essere accettato, tante popolazioni sono in pericolo e sentiamo come dovere il fare qualcosa… E in questo modo i jihadisti ottengono la loro vittoria perché il conflitto si radicalizza, perché gli infedeli occidentali attaccano i fratelli musulmani e ciò attirerà loro nuove simpatie…

La componente religiosa in questo crescente confronto è come abolita nel dibattito occidentale, e lo trovo strano davvero e spiegabile solo come scotomizzazione di un argomento considerato politicamente scorretto. Eppure il ruolo del fanatismo religioso appare centrale. Se anche è vero che al-Baghdadi ha un disegno politico egemonico e usa l’identità religiosa come pretesto, è pur vero che attorno a quella bandiera si mobilitano migliaia di persone; saranno pure pagate molto bene, come giustamente osserva Di Salvo, ma non si va a morire nei deserti dell’Iraq solo perché pagati bene, rapendo donne e tagliando teste ai bambini, se non si fosse profondamente esaltati dall’idea di combattere una Grande Causa. Una Causa Così Grande da essere ispirata da Dio stesso, Allah il Misericordioso, Allah il Compassionevole (coi veri credenti, non con gli infedeli). Ancorché strumentalizzata da cinici strateghi del terrore, questa massa ignorante e fanatica mossa da un così potente motore emotivo e morale sarà sempre più difficile da controllare, e il fatto che riesca a costituirsi (in parte) dall’interno stesso delle nostre così liberali e ben pasciute democrazie deve fare riflettere e far venire qualche brivido (su questo tema ha scritto un ottimo articolo pochi giorni fa Galli Della Loggia).

Dalla sciagurata guerra del Golfo in poi, ma non solo come conseguenza diretta di questa, l’area jihadista si è espansa velocissimamente in Nord Africa e Sahel e in tutto il Medio Oriente; la Siria e l’Iraq ormai sono buchi neri incontrollati; mentre l’Occidente continua a fare affari coi Paesi del Golfo notoriamente finanziatori dell’Isis e del terrorismo jihadista (altro incredibile elemento di complementarietà)… Appare piuttosto improbabile una soluzione “diplomatica”: mancano gli interlocutori; mancano mediatori credibili. Solo gli stessi Paesi del Golfo, qualora minacciati da questa loro creatura una volta divenuta troppo ingombrante, potrebbero reagire, ma non certo militarmente. Ma sarebbe troppo tardi.

Il pensiero Occidentale non può limitarsi a razionalizzare il problema caso per caso. Adesso abbiamo avuto Foley e siamo inorriditi, ma fra poco inizierà il campionato e non ci penseremo più; abbiamo dato le armi ai curdi e abbiamo fatto vedere al mondo che abbiamo un ruolo internazionale, per le possibili conseguenze fidiamo nell’intelligence; i cristiani sono perseguitati ma diremo una preghiera per loro… Questo modo di affrontare (emotivamente) il problema, di volta in volta, come fatti separati e vagamente legati da quest’orrore lontano ci farà perdere. Pezzi di mondo saranno perduti per mantenere i nostri standard di vita; vite umane spezzate per riempire dieci minuti di notiziario; finché il pericolo non sarà sotto casa nostra. Anziché pensare a brandelli facciamo un esercizio, una proiezione probabilistica su come sarà il mondo fra cinque o dieci anni (un arco di tempo abbastanza breve quindi); come dite che sarà? Tutto si sarà aggiustato? Israeliani e palestinesi saranno in pace? Al-Sisi avrà normalizzato l’Egitto e tutti torneremo a fare le vacanze a Sharm El Sheik? E specialmente: l’ISIS sarà diventato uno Stato modello e pacifico e ci venderà il petrolio? Come immaginate il mondo fra cinque o dieci anni?