Tanti separatismi per contare meno di niente

Il referendum scozzese, a prescindere dal suo risultato, ha scatenato speranze e data nuova linfa ai molteplici separatismi europei. Senza includere il baraccone leghista e la sua invenzione padana, nella sola Italia contiamo l’indipendentismo sardo, friulano, veneto, altoatesino (pardon: sud-tirolese), per citare solo i maggiori; i principali partiti indipendentisti europei sono rappresentati dall’European Free Alliance, sul cui sito troverete più informazioni sui membri che però – si veda in fondo a questo articolo – non esauriscono le ambizioni separatiste in Italia. Io non appartengo a comunità spiccatamente identitarie, mi sento italiano (che non è un concetto reazionario) ed europeo (che non significa essere un servo della Troika), e per ragioni familiari che non è necessario vi riveli ho forti sentimenti di compartecipazione anche verso un Paese lontanissimo dalla stessa Europa, e quindi non partecipo emotivamente a questa così forte sensazione di essere qualcos’altro, questo desiderio di marcare il proprio territorio con una divisione. Sono quindi in una condizione neutrale per fare una riflessione sul senso e sulle conseguenze dell’indipendenza della Scozia, o della Sardegna o della Valle d’Aosta. Immagino che molti lettori possono avere opinioni diverse da queste da me espresse e gradirò le loro critiche, specie se non umorali ma di carattere razionale come spero di mantenere questo articolo.

Nell’interrogarmi sul senso del separatismo vorrei iniziare con una posizione indubbiamente molto equilibrata e distaccata, quella del filosofo Ocone che di recente ha scritto, a proposito della Scozia:

il diritto alla propria autodeterminazione è il primo di ogni popolo e di ogni comunità politica. Non c’è un diritto all’indipendenza, nemmeno per il popolo scozzese, ma non c’è nemmeno un diritto all’unità […]. L’amalgama ha funzionato molto bene da quel giorno del 1707 in cui, con l’Act of Union, i due popoli misero in comune le loro sorti. Nulla è eterno e anche questo vincolo lo si può spezzare se una delle parti ritiene che così convenga. Quello che però mi preme di dire che, soprattutto al tempo e nella patria della democrazia liberale, la decisione può essere presa solo dagli stessi cittadini.

Nel suo testo Ocone accenna sostanzialmente all’eventuale “convenienza” (economica) degli scozzesi e trascura i temi identitari accennando solo a quelli storici. In questo modo porta il tema, a mio avviso correttamente, sull’unico ambito a cui ricondurre i desideri di indipendenza dei diversi “popoli”.

Schermata 2014-09-19 alle 10.28.09Devo quindi innanzitutto sgomberare il campo dalla questione identitaria spiegando perché, a mio avviso, sia spesso una questione falsa. L’idea di un “noi” diversi da “loro”, così diversi da non volersi mescolare, ha a che fare necessariamente con un momento fondativo differente fra noi e voi. Mi viene abbastanza facile pensare a una diversità di storia, tradizioni, cultura, arte fra italiani e cinesi, per esempio, molto meno fra continentali e sardi. Fortunatamente su HR ha scritto un po’ di tempo fa un post illuminante Manrico Tropea dal quale attingo a piene mani:

Ai tempi nostri possiamo ancora riconoscere come base delle identità nazionali le caratteristiche che possono unire persone che hanno in comune almeno alcune caratteristiche di stirpe, lingua, storia, cultura, religione (a prescindere dalla praticanza effettiva), ma è essenziale la coscienza (e dunque la volontà) di costituire un’unica entità etico-sociale.

Qui Tropea ci ricorda la comunanza di lingua, storia ecc. (e quindi è facile dire che non condividiamo nulla coi cinesi) ma che è essenziale anche la coscienza di costituire un’unica entità etico-sociale. In quel suo post – che vi invito a leggere – Tropea si interroga quindi sulle ragioni delle derive anti-nazionaliste e fra le diverse spiegazioni la principale è questa:

quella di non distinguere tra nazione e stato e dunque coinvolgere tout court la nazione nelle critiche di inefficienza, incompetenza e disonestà rivolte giustamente alle istituzioni, che però sono solo espressione politica e amministrativa dello Stato (e dunque situazione marxianamente contingente, in termini di materialismo storico tornato di moda).

Molti “popoli” europei hanno effettivamente una storia e una lingua in parte differenti da quelle dello Stato in cui risiedono. Diversi altri decisamente no, o non sufficientemente rilevanti da giustificare pretese identitarie.

Resta il potente motore della “convenienza” (per lo più economica). Una regione ricca potrebbe considerare conveniente separarsi dallo Stato complessivamente più debole; è questa la molla principale del separatismo padano che, francamente, l’identità di cui parlavo sopra se l’è dovuta inventare. Capisco quindi certe spinte alto-atesine (pardon: sud tirolesi): separarsi dall’Italia per rientrare nel seno dell’antica (e più ricca) madre patria. I Catalani probabilmente la vedono alla stessa maniera (producendo da soli un quinto del PIL spagnolo) e gli scozzesi – in realtà più poveri – hanno ritenuto di avere una convenienza di sviluppo economico che, onestamente, pareva più una scommessa che una certezza (e comunque col referendum hanno deciso di restare nell’ambito del Regno Unito, quindi è inutile porsi il problema).

Ma per valutare seriamente la convenienza di una separazione occorre uno sguardo un po’ più ampio. Non basta più guardare il proprio cortile e semmai il caseggiato di fronte. Vi risparmio la litania del mondo globalizzato ma è così, il mondo non è più quello dell’‘800 dove microscopici principati e insignificanti ducati potevano avere anche qualche momento di splendore, semmai sotto la protezione di qualche potente vicino. I problemi sono principalmente due:

  1. l’insignificanza del piccolo stato; se non sei il ricchissimo Kuwait, la storica roccaforte finanziaria Svizzera o il mondano Principato di Monaco (tre esempi diversissimi, due dei quali comunque assai più ampi e solidi della maggior parte dei territori indipendentisti) puoi anche immaginare di avere un asset economico rilevante ma rischi la scarsa diversificazione industriale, la difficoltà di sfruttare il mercato interno originario e la necessità di rinegoziare trattati economici e commerciali (che lo stato originario aveva) che potrebbero essere rinegoziati vantaggiosamente oppure no. Com’è noto ci sarebbero stati potenti veti spagnoli (timorosi per un’imitazione della Catalogna) all’ingresso di una Scozia indipendente nell’Unione Europea, e veti incrociati di varia natura possono esserci (riguardo l’interscambio commerciale con paesi terzi, per esempio la Cina) per ogni nuovo stato nato da una scissione indipendentista;
  2. le conseguenze per l’Europa sarebbero inimmaginabili; per esempio l’uscita della Scozia avrebbe portato con più facilità l’Inghilterra verso l’uscita dall’Unione con gravissime conseguenze per tutti; le spinte autonomiste spagnole (non solo Catalogna) cancellerebbero la Spagna – per come la conosciamo – dalla mappa europea… So bene che il tema “Europa” è controverso, e forse qualche lettore potrebbe considerare questo scenario auspicabile. Ma HR è notoriamente europeista e, anche se in questa Europa stiamo tutti un po’ soffocando, senza Europa riteniamo di non avere futuro in un mondo dove l’aggressività militare russa, quella commerciale cinese e quella politica americana la fanno da padrone.

Concludo sostenendo la necessità di costruire categorie geopolitiche più grandi. La separazione, per quanto nobilmente ascrivibile ad antichi passati gloriosi di genti scomparse, è sempre un mix di orgoglio identitario e di presunzione: il “noi” diversi da “voi” viene sempre narrato in maniera un po’ mitica, che esalta le qualità e l’eroismo illudendo di avere un destino storico chiaro, rigoglioso e vincente. Pochi portatori di questi vessilli fanno una seria analisi della complessa situazione internazionale, delle alleanze possibili, delle conseguenze finanziarie, delle potenzialità economiche, delle ricadute sociali… Che ci piaccia o no il futuro degli europei è l’Europa. Indubbiamente un’Europa capace di rispettare le identità di popoli locali con forme di autonomia amministrativa, rispetto delle lingue e garanzia di rappresentanza; tutti elementi assolutamente già presenti in varie forme nel continente e certamente da migliorare. In un’ottica di integrazione.

Appendice: i separatismi italiani (scusandomi per errori ed omissioni):

Risorse: