Un’analisi costi-benefici sulla convenienza (o no) di avere immigrati in Italia

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Il dibattito sull’immigrazione in Italia è reso opaco ed estremamente ideologico da elementi che attengono la sfera morale (bisogna soccorre i barconi vs. prima bisogna pensare agli italiani) e da dichiarazioni di merito che il cittadino non è in grado di verificare (per esempio: gli immigranti sono manovalanza per la criminalità; ci costano molti soldi…). Ciò rende difficile il giudizio distaccato necessario per qualunque seria politica dell’immigrazione in Italia e dà spazio a chi fa della demagogia anti-immigrazione un cavallo di battaglia per soffiare sul malcontento popolare a prescindere dalle ragioni, dalle mezze ragioni e, spesso, dalle mezze falsità asserite. Sono sostanzialmente due la macro-categorie argomentative contro gli immigrati: la prima riguarda le conseguenze sociali negative dell’immigrazione quali le malattie che porterebbero e la criminalità che alimenterebbero; di questo ho già trattato – riportando dati ufficiali – in un post dal titolo provocatorio I leghisti portano l’Ebola (un approfondimento sui soli romeni in un post successivo, Romeni in Italia). Qui affronterò invece il tema dei costi a prescindere da tutti gli altri elementi. La domanda cui vorrei rispondere è: gli immigrati sono una risorsa o un costo?

L’articolo è piuttosto lungo; i frettolosi possono saltare ai due paragrafi conclusivi.

Per affrontare la questione sotto il profilo esclusivamente economico devo stabilire alcuni limiti:

  • l’analisi costi-benefici (ACB) è una storica tecnica di valutazione, notoriamente senza sentimenti, che traduce costi e benefici sociali in termini economici; si utilizza da decenni per scegliere la più conveniente fra alternative progettuali e malgrado si cerchi di includere, nelle convenienze, fattori sociali e culturali difficilmente monetizzabili, comprendete tutti che la cosa è complicata e discutibile; naturalmente in questa nota non farò una vera costi-benefici se non nel senso che voglio capire se hanno ragione quelli che si lamentano del fatto che spendiamo inutilmente ed eccessivamente soldi per gli immigrati. Soldi; convenienza economica; mi occuperò solo di questo;
  • non parlerò di Mare Nostrum, Triton e Frontex (che pure sono oggetto di aspro dibattito) in quanto si tratta di scelte politiche (in parte emotive) che si intrecciano con decisioni a livello europeo;
  • infine non distinguerò fra profughi, richiedenti asilo e immigrati per ragioni di lavoro. Anche se reputo la distinzione fondamentale diverrebbe difficile trovare dati e, nell’immaginario collettivo, questa distinzione non vale un fico secco.

La questione fondamentale per una rigorosa ACB è chiarire concettualmente bene quali siano gli elementi considerati, quelli da imputare nei costi e quelli da imputare nei benefici, e qui troviamo subito il primo grave scoglio: quali immigrati considerare? Le analisi ufficiali – di cui parlerò a breve – considerano solitamente gli immigrati regolari; questo è abbastanza facile: sono censiti, sappiamo se e dove lavorano, quanto guadagnano e quanto pagano di tasse e via discorrendo. Ma chi sostiene una posizione critica sull’opportunità di una eccessiva accoglienza solitamente non ha nulla da obiettare verso stranieri con regolare permesso di soggiorno, lavoratori, integrati e così via. Il problema sono gli altri, sui quali ovviamente delle statistiche rigorose sono sostanzialmente impossibili. Già questo ci obbliga a restare su un piano indiziario. Mettendo momentaneamente da parte questo problema, dobbiamo poi stabilire cosa imputare sotto la voce “costi” e cosa sotto la voce “benefici”. Poiché trattiamo la questione sotto il profilo economico la voce “benefici” è abbastanza facile da compilare (contributo al PIL, sostanzialmente), mentre per i “costi” abbiamo un grosso problema: essendo interessati per lo più agli irregolari, quali possono essere considerati i loro costi in capo alla comunità ospitante?

salvini_3456fdghPartiamo prima dai benefici, un capitolo che liquidiamo in fretta perché è noto, ci sono dati incontrovertibili, gli immigrati regolari sono una ricchezza per l’Italia (e per l’Europa, e per qualunque paese di accoglienza). Poiché – come ho ricordato – questo punto non è messo in discussione neppure da Salvini e dalla Meloni, non mi interessa molto: gli immigrati regolari forniscono un contributo netto per le casse dello stato in quanto prevalentemente giovani lavoratori che contribuiscono alle casse INPS con più di quanto ricevono; sostituiscono i vecchi pensionati con una popolazione più istruita (in Italia di poco più istruita, in altri paesi di molto); aiutano con le rimesse le economie dei loro paesi d’origine con ricadute positive anche per noi. Tutte le analisi dicono questo e nelle Risorse vi fornisco qualche link per approfondire. Ma questi sono i regolari (poco meno di cinque milioni). E gli irregolari? Innanzitutto occorrerebbe sapere quanti sono, poi capire cosa fanno per vivere. Da stime abbastanza attendibili sembra che si tratti di un numero molto ridotto rispetto ai regolari: circa 300.000 nel 2013, cioè il 6% dei regolari (fonte: ISMU); enormemente di meno di una decina di anni prima grazie alle ripetute sanatorie e norme che hanno teso alla regolarizzazione. Come sostiene il sociologo Ambrosini, che raccomanda di non confondere gli immigrati irregolari con gli sbarcati a Lampedusa, la maggioranza di costoro lavora (evidentemente in nero) in agricoltura o – nella maggior parte dei casi – come badante. Si tratta infatti prevalentemente di donne dell’Est Europa entrate facilmente in Italia con un permesso turistico, che poi scelgono questa strada lavorativa solitamente prodromica alla stabilizzazione e alla regolarizzazione in Italia. È del tutto evidente che questi lavoratori e lavoratrici contribuiscono al PIL nazionale, non contribuiscono alle casse previdenziali, non usufruiscono di molti servizi ma di certuni sì, come dirò più avanti. Difficile sostenere che siano un costo. Se avrete voglia di sentire le spiegazioni di Ambrosini (si tratta di un filmato di 10’) lo troverete istruttivo anche sotto questo profilo.

giorgia-meloniResta il problema di quegli irregolari che accendono la fantasia popolare e animano i proclami di Salvini e Meloni, ovvero quelli che sostanzialmente arrivano coi barconi dall’Africa. Niente a che fare con le donne dell’Est che – in piccolo numero come si è visto – finiscono a fare le badanti in nero. Malgrado le immagini drammatiche che ogni giorno vediamo in TV, e malgrado Salvini e Meloni, il presunto esercito di clandestini arrivati via mare sono molti, sì, in numero assoluto, ma piuttosto pochi relativamente ai numeri visti sin qui: dal 1° Gennaio 2004 al Giugno di quest’anno si tratta di 289.000 persone (fonte: la Stampa); vale a dire in dieci anni e mezzo sono tanti quanti il totale degli irregolari visti sopra (che per lo più lavora); naturalmente non si sa di ciascuno che fine abbia fatto; una piccola parte è stata espulsa; un certo numero ha varcato i confini per andare altrove; qualcuno entra nel giro del lavoro nero e, se fortunato, riesce poi ad emergere e a regolarizzarsi. Indubbiamente una parte entra in giri malavitosi. Sospendiamo un attimo questo punto (chiaramente importantissimo) per completare prima una panoramica di dati.

I costi sono il vero tema di questo articolo e, come già anticipato, sono difficili da calcolare. I costi dei regolari sono esattamente pari ai costi dei cittadini italiani in termini di servizi ricevuti durante il loro soggiorno (sanità, assistenza, giustizia, istruzione…) ma inferiori in termini previdenziali, come già accennato. Il tema vero è: irregolari di qualunque genere, che lavorino oppure no, rappresentano un costo? La risposta è “Sì” in quanto la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea garantisce anche agli immigrati irregolari alcuni diritti relativi all’assistenza sanitaria, l’istruzione e la giustizia.

Benché non siano obbligati a offrire agli immigrati irregolari gli stessi benefici garantiti ai propri cittadini, gli Stati membri sono tenuti tuttavia a rispettare un nucleo fondamentale di norme in materia di diritti umani, tra cui l’accesso:

  • alle necessarie cure mediche per tutti, compresa l’assistenza sanitaria di emergenza e di base, per esempio la possibilità di consultare un medico o di ottenere medicinali indispensabili;
  • all’assistenza sanitaria nel caso delle donne in gravidanza e all’assistenza sanitaria e all’istruzione nel caso dei bambini, senza discriminazioni rispetto ai cittadini dello Stato in questione;
  • alla giustizia, con l’introduzione di un meccanismo che permetta a una persona di sporgere denuncia e di ottenere riparazione, per esempio un risarcimento in caso di infortunio sul lavoro.

(Fonte: FRA – European Union Agency for Fondamental Rights)

allam1Qui troviamo, io credo, il nucleo del problema, sempreché di problema si tratti. Secondo il diritto comunitario ogni “persona” (non ogni “cittadino comunitario” o ogni “residente”, bensì ogni persona) ha dei diritti e chiunque sia presente entro i suoi confini, indipendentemente dallo status giuridico (residente, immigrato regolare, immigrato irregolare) ne deve godere. Sia pure con limitazioni. Per esempio l’irregolare non ha un medico di base dal quale farsi prescrivere farmaci, ma se sta male ha diritto alla visita in pronto soccorso ed eventualmente al ricovero (senza obbligo di segnalazione dell’irregolare alle autorità); le donne hanno un totale diritto all’assistenza al parto e i bambini godono di alcuni diritti minimi inclusa l’istruzione dell’obbligo (non senza pasticci e contraddizioni da parte delle autorità italiane).

Altro capitolo di costo le strutture e il personale necessariamente dedicato all’accoglienza, controllo ed eventualmente respingimento degli irregolari. I Centri per l’Immigrazione gestiti dalle Prefetture in alcune Regioni di maggiore sbarco garantiscono vitto, alloggio, assistenza e mediazione linguistica per un certo periodo. I soli CIE (Centri di Identificazione ed Espulsione) costano 55 milioni l’anno e sono totalmente fallimentari in quanto ad efficacia avendo rimpatriato l’1,2% degli irregolari presenti nel 2012 (fonte: Stranieriinitalia.it). Il complesso di spese per il contrasto all’immigrazione clandestina ammonterebbe, secondo l’associazione Lunaria, a 1 miliardo e 668 milioni di Euro nel periodo 2005-2012, con scarsa trasparenza e risultati ridicoli. Prendendo per buoni i dati di Lunaria e supponendoli invariati, si tratta di circa 208,5 milioni l’anno; altre fonti (che assumono altri parametri di calcolo) arrivano a stime inferiori, fino a 111 milioni l’anno (fonte: blastingnews.com su dati Viminale). Tutti i principali osservatori sembrano convenire che questa mole di soldi, qui solo accennati, sono troppi e sostanzialmente sprecati a fronte dei risibili risultati.

Volendo essere rigorosi dovremmo anche considerare i costi per personale militare e di polizia che deve essere impegnato nelle zone di sbarco e accoglienza. Le carceri sono notoriamente affollate da stranieri che comportano una spesa. La manovalanza malavitosa composta da irregolari è ovviamente un altro importante costo. I piccoli commerci degli irregolari (venditori ambulanti) sono un ulteriore piccolo costo in termini di concorrenza ai negozi italiani, ma qui stiamo veramente guardando agli spiccioli.

Infine vorrei ricordare un fenomeno non di nicchia relativo alle “furbizie” di molti immigrati regolari che si fanno regolarmente raggiungere da famigliari bisognosi di cure mediche o di benefici economici (per esempio invalidità civile, case popolari…) aggravando opportunisticamente le casse pubbliche non sempre in modo trasparente (a volte i familiari, dopo avere ricevuto il riconoscimento del beneficio, tornano in patria per seguire la loro vita scolastica o professionale “normale”). In ogni caso fenomeni analoghi accadono anche fra italiani che si spostano in Regioni con maggiori prestazioni socio-sanitarie.

kaboboLa sintesi finale che si può tentare a questo punto non arriva a dei numeri certi (totale costi meno totale benefici uguale…) vista l’estrema difficoltà a trovare dei dati chiari e certificati, ma un quadro generale significativo riusciamo a farlo. Permettetemi di proporvi la sintesi in punti:

1) l’Italia ha meno immigrati di altri Paesi europei;

2) gli immigrati regolari (in costante crescita) sono una risorsa netta;

3) gli irregolari (in drastica diminuzione) che lavorano, presumibilmente con un progetto di integrazione, sono anch’essi una risorsa e sarebbe saggio favorirne la regolarizzazione;

4) gli irregolari sbarcati dal Nord Africa e dal Medio Oriente (con andamenti vari a seconda delle politiche nazionali – Mare Nostrum – e delle situazioni nei paesi d’origine), quelli che fanno notizia e fanno urlare Salvini, sono indubbiamente un costo netto rilevante;

5) è profondamente stupido, oltre che privo di fondamento, mescolare nella categoria degli stranieri, degli immigrati o anche degli immigrati irregolari, i costi e problemi derivati dalla categoria degli “sbarcati” (per capirsi) che sono in numero davvero modesto;

6) le politiche di accoglienza/respingimento sono totalmente fallimentari; costano molto, sono opache nelle spese e non raggiungono per niente il loro scopo;

7) è dimostrato ampiamente che l’irregolarità spinge verso la delinquenza, laddove l’emersione dall’irregolarità induce alla stabilizzazione anche lavorativa.

La sintesi delle sintesi, da quanto ho appreso scrivendo questo articolo, è che una buona parte di problemi ce li creiamo da soli: strilliamo come galline (quelli che strillano) additando piccoli e sconci sprechi (il pacchetto di sigarette pagato agli sbarcati dallo Stato…) che anziché rappresentare il danno (in termini economici) generato da questi immigrati rappresenta invece la straordinaria incapacità italiana di dare una risposta che sia assieme dignitosa per i migranti, funzionale ed economica per l’Italia. Ma in Italia, si sa, diamo risposte umorali: è umorale, emotivo e sciocco andare fino alle coste libiche a prenderli (con Mare Nostrum) in nome di una solidarietà cristiana pelosa che poi condanna queste persone nei lager dei Centri di accoglienza; è umorale, emotivo e sciocco fare di poche migliaia di clandestini e dei soldi che noi spendiamo male per loro un capro espiatorio delle politiche di accoglienza per meschini fini elettorali. Una lucida e razionale politica dell’immigrazione limiterebbe le partenze, non impedirebbe di salvaguardare gli sbarcati, di spendere soldi con razionalità e senza sprechi, di aiutare i Paesi di partenza, di limitare le conseguenze peggiori nei destini di questi disgraziati (malavita, lavoratori sfruttati dal caporalato, schiavitù sessuale…).

Salvini-Pozzallo-cibo-immigrati-nella-spazzatura-08.07Risorse

1) Il contributo positivo degli immigrati regolari:

2) Gli immigrati irregolari:

3) Gli sprechi per soccorrere gli sbarcati:

4) I pregiudizi dettati dall’ignoranza:

2 commenti

  • Grazie. Lo farò leggere. Credo sia evidente che in un momento in cui molti di noi si sentono privati di qualcosa (lavoro, prospettive, speranze, soldi per aliquote marginali vissute come ingiustamente alte rispetto ai servizi) viene facile cercare qualcuno cui dare le colpe di ciò che accade: i politici, la finanza internazionale, l’Europa, gli “stranieri”, etc. Talora a distribuire colpe si ha pure ragione, ma se non si capisce bene cosa sta succedendo è difficile riuscire poi a prendersi le proprie piccole responsabilità ed a (provare a) formulare opinioni informate su cosa si potrebbe migliorare. Ciao.

  • L’ha ribloggato su Il Paradosso del Mentitoree ha commentato:
    Come ti smonto le propagande populistiche

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