Malandrini e complici

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(mala ‘ndrina : cattiva famiglia)

Si parla in questi giorni di mafia a Roma. In Italia si ha la cattiva abitudine di generalizzare e di applicare etichette più a livello di “suona bene” mediatico che di appropriata definizione di un fenomeno. In questo caso di “mafia” ce n’è pochina. Criminalità certamente, ma criminalità di bassa lega assurta a “colletto bianco” per l’infimo livello civile e morale del contesto politico di riferimento. Non vorrei apparire un favoreggiatore esterno, ma gli uomini di ‘ndrangheta che ho conosciuto io a quei politici li possono guardare dall’alto in basso. C’è un solo punto in comune (o in Comune!) con questo caso ed è che anche questi squallidi criminali disponevano in modo totale dei sodali politici.

E qui veniamo al nodo del problema. I politici hanno creduto, già molti anni fa, di potersi “servire” della cosiddetta criminalità organizzata, mafia, ‘ndrangheta o camorra che fosse, per raggiungere livelli di potere, e individualmente anche di ricchezza, da sfruttare e possibilmente tramandare come fossero titoli di una novella nobiltà aristocratica. Non per nulla questo fenomeno si chiama “dei baroni” in campo universitario, pur tenendo conto del fatto che quello di barone è il titolo più basso della scala nobiliare. Non ci volle molto però per verificare che ben presto fu la criminalità organizzata a dettare le regole e a servirsi dei politici non di rado applicando anche il poco ecologico metodo dello “usa e getta”.

Mafia e ‘ndrangheta, inoltre, hanno una abitudine atavica: quella di tendere ad operare stabilmente in un territorio che controllano. Non è un aspetto di poco conto, anzi. Da minimo cultore del diritto farei notare che controllare un territorio (e il suo utilizzo) unito alla possibilità di legiferare (cioè stabilire regole che gli abitanti del territorio devono rispettare) di governare (cioè intervenire sulle quotidiane esigenze di servizi e di convivenza della popolazione) o fare giustizia (diversamente dal dire giustizia) si chiama Sovranità dello Stato. Ora io credo che in molte parti del territorio italiano, ma non a Roma, la sovranità sia quantomeno condivisa con le mafie, sebbene formalmente ancora attribuita allo Stato e alle Istituzioni cui sono intestati i poteri Legislativo, Esecutivo e Giurisdizionale.

Recentemente un Comune in provincia di Milano, Buccinasco si è trovato commissariato alla stregua del mio Comune calabrese d’origine. Una ’ndrina della provincia di Reggio Calabria se ne era materialmente, politicamente e formalmente impadronita. Lo Stato se la è formalmente ripresa, ma per riavere la sovranità territoriale non basta evidentemente una delibera prefettizia. I cittadini hanno inscenato una protesta per lamentare che il primo ed evidente unico risultato della sostituzione dei politici collusi con la ‘ndrangheta con Funzionari Pubblici è stato l’incremento esponenziale della piccola criminalità costituita da furti,scippi e rapine. Ecco, la differenza rispetto al “mio” Comune commissariato per la terza volta, sta solo nel fatto che ivi, forse per motivi sentimentali e di appartenenza, la ‘ndrangheta, nonostante il commissariamento, continua a mantenere in vigore le sue regole che contemplano come permesse solo le estorsioni, che noi chiamiamo volgarmente “pizzi”, da loro esercitate in applicazione del potere, fondamentale in ogni sovranità, di imporre tasse.

Così l’essenza della Sovranità equiparabile a quella dello Stato è servita! Manca ovviamente una Sovranità internazionale (se escludiamo il fatto che Albanesi e Romeni non possono esercitare attività illecite e/o criminali con risvolti economici se non previa autorizzazione) e la Sovranità popolare, essendo escluso il soggetto da ogni facoltà di rappresentanza nella scelta elettorale dei “Governanti” muniti di un potere originario e autonomo in applicazione di un regime di monarchie familiari radicate nel territorio.

Ma la vicenda romana nulla ha a che vedere, almeno per quanto è dato allo stato attuale di sapere, con queste caratteristiche “mafiose” e direi, a titolo di parere personalissimo, che le “mafie” vere non sono interessate a queste attività da ignobili mariuoli! Ne deriva che sarebbe facile estirpare (e sarebbe stato facile da molto tempo) questa gramigna, mentre difficile, al limite dell’impossibile, estirpare le vere mafie che non operano né di nascosto né in estraneità con la cittadinanza. E’ un soggetto non riconosciuto, ma riconoscibile e addirittura ben noto a tutti, ma inattaccabile finché la magistratura non riesce a raccogliere gli elementi documentali e/o testimoniali utili alla prova dell’illecito. Ma neppure l’arresto e la detenzione (diversamente da quanto avviene per il criminale comune) ne interrompono l’attività. Ed è questo l’aspetto peculiare che da un lato caratterizza questo genere di criminalità e dall’altro ne consente la perpetuazione.

Per chiarire ulteriormente il concetto aggiungerò un esempio concreto. E’ molto difficile che dove probabilmente vivete possiate incontrare quotidianamente un noto ladro o un rapinatore entrando in un bar, un ristorante, una gioielleria una macelleria o altro esercizio commerciale, mentre è normale che nelle zone di che sappiamo abbiate quotidianamente a che fare proprio con un esponente di rilievo di una cosca. Queste persone non sono come i vecchi briganti che stavano nascosti nei boschi o in montagna. Hanno casa in, o intorno al, paese e lo vivono come gli altri abitanti. Alcuni svolgono un’attività commerciale altri vanno in giro per affari o commissioni o per diletto e, contrariamente a quanto possiate pensare, non hanno alcun guardaspalle. Fanno parte, a tutti gli effetti, del tessuto sociale del paese. Se non svolgi attività imprenditoriali o commerciali o politiche (comprese quelle indirette di governo di enti pubblici) e non sorgono questioni personali con loro non avrai alcun problema. E tuttavia non potrai dire di non sapere di chi esattamente si tratti. Né possono dirlo i Carabinieri e, tantomeno, i cosiddetti Vigili Urbani (o polizia locale) che tengono famiglia e sono spesso imparentati.

Conosco personalmente alcuni capibastone, soprattutto della “vecchia guardia”, ed ho non sporadiche occasione di incontrarli al bar, al negozio di frutta e verdura, dal barbiere, sul lungomare e ovunque per strada quando “scendo” al Sud. Sono, e sono sempre stati, rispettosi e disponibili. “Qualsiasi cosa abbiate di bisogno signor … ”. Sono loro che si fermano per salutarmi o per offrirmi il canonico caffè e per fare quattro chiacchiere in ricordo dei tempi antichi. Alcuni hanno i figli in galera, altri li hanno al cimitero, dove vedo le foto vicino alle tombe dei miei cari e le iscrizioni che ne rimpiangono “la giovane vita spezzata da mano crudele”, ma altri ancora li hanno ad esercitare “nobili” professioni a Roma o a Milano, ma anche a Londra o a New York presso notissime istituzioni finanziarie.

Sono accomunati comunque dal senso dell’appartenenza alla comunità, che poi crea quel legame che induce la popolazione locale a considerarli, per condivisione o per prudenza o per timore, o per interesse un punto di riferimento indiscutibile. Perciò si tratta di un bubbone che non sarà mai estirpato. A meno che lo Stato non decida di abbandonare l’ipocrita posizione di chi affida alla sola magistratura la strategia delle inutili battaglie vinte in una guerra perenne e faccia almeno un tentativo (possibile solo in ambito familiare e scolastico e perciò davvero arduo) di rieducazione di un popolo educato al gattopardismo, al “Franza o Spagna purché se magna” e al “tengo famiglia e me ne fotto dello Stato”.

Contributo scritto per Hic Rhodus da Manrico Tropea
Calabrese nato a Milano; mi vanto di aver preso le caratteristiche
migliori da entrambe le circostanze!

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