Tsipras e il referendum, una Grexit senza paracadute

WileE

Beh, ieri è stato il gran giorno: si è svolto il tanto atteso Greferendum sull’accettazione delle misure proposte alla Grecia dai creditori, e in particolare dall’UE, per l’estensione del programma di sostegno finanziario allo Stato ellenico.

Questo post, scritto in gran parte prima dell’annuncio dei risultati, non è dedicato a un commento del voto, che ha segnato il successo del No e della linea di Tsipras; piuttosto, analizza alcune implicazioni del possibile percorso di uscita dall’Eurozona della Grecia che molti osservatori considerano inevitabilmente collegato a questo referendum, e che, come vedremo, potrebbe essere in qualche modo condizionato più dalla stessa decisione di indire il referendum che dall’effettivo esito di quest’ultimo.

Per cominciare, ricorderò ai lettori più fedeli un nostro vecchio post intitolato Uscire dall’Euro: un lancio senza paracadute, nel quale osservavamo che, più che chiedersi se per un paese come l’Italia  (o adesso la Grecia) fosse meglio l’Euro o una valuta nazionale, converrebbe chiedersi se, dato che l’Euro esiste, ci sia un percorso relativamente incruento per uscirne, e quale possa essere. In breve, facendo riferimento agli studi di alcuni analisti, concludevamo che una simile exit strategy non sarebbe comunque indolore, ma che, per limitare i danni immediati e poter quindi sperare che gli (opinabili) benefici successivi possano giustificare i costi di un’operazione così complessa, sarebbe necessaria una serie di condizioni e di scelte preliminari.

Ebbene, è singolare osservare che, con le sue scelte degli ultimi mesi, e in particolare con quelle delle ultime settimane, il Governo Tsipras ha imboccato più o meno consapevolmente una strada in radicale contrasto con tutte le “raccomandazioni” che avevamo cercato di esporre (per chiarezza preciso che personalmente io sono favorevole alla permanenza dell’Italia nell’Euro, e se fossi greco lo sarei anche per la Grecia. Ma, anche volendo uscire dall’Euro, ci sono modi più o meno autolesionistici per farlo, e la Tsipras Way mi sembra estremamente autolesionistica). Vediamo perché, in alcuni punti chiave.

hole coyote

1) Per uscire in modo ordinato dall’Euro è necessario un programma accuratamente studiato e approfondito prima ancora di compiere il primo passo. Non esiste una procedura già scritta per uscire dall’Euro: se la Grecia dovesse farlo, avrebbe anche l’onere di fungere da “cavia” per un esperimento senza precedenti.
Ebbene, se Tsipras ha un programma dettagliato e meditato per la Grexit, è un eccellente attore. L’impressione che trasmette è infatti di reagire agli eventi e non di guidarli; molti osservatori ritengono che la Grecia sia avviata a un’uscita dall’Euro che potremmo chiamare preterintenzionale, ossia in qualche modo forzata dalle conseguenze delle proprie scelte più che voluta. Qualche giorno fa, sulla CNN l’ex sottosegretario argentino alle Finanze Guillermo Nielsen, sulla base della sua esperienza negli anni del default affrontato dal suo governo nel 2001, ha sottolineato le difficoltà dello scenario greco, criticando il ritardo e le incertezze con cui Tsipras sta gestendo una situazione ben più complessa di quella argentina dell’epoca.

2) La decisione dovrebbe avvenire in totale segretezza e assolutamente non per via referendaria. Creare l’aspettativa della Grexit, indire una consultazione pubblica che tutti gli osservatori interpretano come un referendum sull’Euro, dichiarare ripetutamente che non si potranno mai restituire i debiti (cosa peraltro vera) sono tutte azioni che mettono in moto esattamente i meccanismi di fuga dei capitali, indebolimento dell’economia, diffidenza dei mercati che andrebbero evitati o almeno contenuti nel più breve tempo possibile nel caso di effettiva decisione di uscire dalla moneta unica.

3) Il programma può essere applicato solo da un governo forte e autorevole sia all’interno che all’estero. In qualunque scenario, un’uscita dall’Euro e un default comporterebbero ulteriori, pesanti sacrifici per i cittadini greci e innescherebbero complessi negoziati con gli altri paesi; la credibilità e il consenso del governo chiamato a gestire un percorso così difficile sarebbero essenziali per tenere dritto il timone sotto la tempesta. Al contrario, mentre Tsipras è a un punto molto basso di credibilità all’estero, anche all’interno il suo consenso è scosso dalle obiettive difficoltà che i cittadini stanno affrontando senza una chiara prospettiva di quello che accadrà. Peraltro, anche se nel referendum fossero prevalsi i Sì, Tsipras con ogni probabilità si sarebbe dimesso e si sarebbe dovuto formare un nuovo governo lasciando comunque la Grecia con una guida debole e conflitttuale.

4) La transizione a una nuova valuta dovrebbe avvenire in tempi brevissimi, chiudendo temporaneamente le banche senza preavviso. La chiusura delle banche in coincidenza con la transizione verso una nuova valuta sarebbe comunque necessaria sia per ragioni tecniche sia per evitare panico e fughe di capitali. In realtà, la Grecia è già stata costretta a chiudere gli sportelli e a limitare i prelievi, dopo che in sole due settimane i greci avevano ritirato 8 miliardi (i depositi bancari sarebbero calati di 44 miliardi dal novembre scorso). Questa fuga di capitali è ovviamente gravissima per l’economia greca, ma danni altrettanto gravi verrebbero provocati da misure restrittive troppo prolungate: in fondo, in teoria, non è ancora successo nulla

5) La preparazione di una nuova valuta dovrebbe avvenire in anticipo per garantire liquidità. Invece,  le banche sono già ora in crisi di liquidità, destinata ad aggravarsi se i rubinetti della BCE resteranno chiusi (e con la vittoria del No temo che lo restino), mentre non esiste una valuta alternativa in un paese dove, come mostra la figura qui sotto, i pagamenti effettuati senza usare denaro contante (cioè con carte di credito, bonifici, ecc.) sono ancora pochissimi. L’unica possibilità perché nel prossimo futuro lo Stato continui a pagare stipendi e pensioni secondo molti sarebbe l’impiego di IOU, “I owe you”, delle specie di pagherò denominati in Euro ma non immediatamente convertibili, che finirebbero per costituire una specie di valuta parallela de facto. La mancanza di liquidità sta già provocando danni importanti, sia per gli scambi commerciali, sia per la disponibilità di beni di consumo essenziali, e senza una valuta “spendibile” questi problemi potranno solo aggravarsi. Un’illustrazione più esauriente dei passaggi materialmente necessari per introdurre nuove banconote e monete e di alcune possibili opzioni si trova qui.

Pagamenti elettronici in Europa - Fonte: ATKearney, 2013

Pagamenti elettronici in Europa – Fonte: ATKearney, 2013

Insomma, ci troviamo in una situazione paradossale: nonostante che Tsipras continui a dichiarare di non voler uscire dall’Euro, la sua politica interna e la sua strategia negoziale all’esterno hanno innescato, come abbiamo visto, un processo che conduce verso il default (ormai conclamato) e l’uscita dall’Euro, con la pericolosissima aggravante che si tratta di un processo non preparato e non governato. In un certo senso, le scelte del governo rischiano di rendere in ogni caso inevitabile per la Grecia una drammatica spirale verso un caotico abbandono della moneta unica e di trasformare il referendum di questo 5 luglio in una tappa di una Via Crucis irreversibile indipendentemente dall’effettiva scelta dei votanti. Potremmo insomma scoprire che il vero e decisivo effetto di questo referendum sia già stato deciso nel momento stesso in cui è stato convocato, e che l’accesa campagna per il voto sia stata per l’elettorato ellenico niente più che un’ulteriore beffa.

2 commenti

  • Tsipras vive nel paese dei balocchi, mi sa.
    Per rimettere in piedi le banche greche servono circa 200 miliardi di euro, che nessuno sborserà.
    E anche ammesso che la Grecia torni alla dracma, il debito greco è in euro, e in euro va pagato.
    Non credo proprio che uno qualsiasi dei creditori greci accetterebbe di essere ripagato in dracme…

  • Grazie dottor Ottonieri. I vostri posts sulla Grecia sono sempre utili alla comprensione. Ma da non addetto ai lavori alcuni aspetti diciamo “contabili” mi sfuggono. Da una parte c’é stato l’haicut del 2012 con cui gli investitori privati hanno perso circa 100 miliardi (oltre che l’allungamento della scadenza della restituizione ed i tassi abbassati, o forse parlo della medesima cosa), dall’altra c’é la storia del passaggio del debito dai privati in mani pubbliche con la conseguenza che solo il 10% degli aiuti sia giunto effettivamente ai Greci. Non riesco a collegare le 2 cose. Puó aiutarmi a capire? Ciao.

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