La ricerca, un problema non solo finanziario e non solo italiano

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In Italia ci sono scarsi investimenti nella ricerca, sia pubblici che privati. Ce lo dicono molte classifiche internazionali. Alla ricerca va l’1,27% del PIL (OECD Science, Technology and Industry Outlook 2014) contro il 3% previsto dall’Agenda di Lisbona. Ne ha parlato anche Ottonieri su Hic Rhodus evidenziando come questo costituisca un problema enorme per la produttività del nostro sistema economico e quindi per la ricchezza del nostro paese. Tra l’altro abbiamo probabilmente iniziato un circolo vizioso in cui un sistema formativo e della ricerca che arranca produce un sistema economico a basso tasso di produttività e di innovazione, il quale a sua volta spinge al ribasso le aspettative nei giovani più preparati costringendone una buona parte a emigrare all’estero. Dando per assodato tutto questo è ora che il dibattito pubblico inizi ad affrontare anche altri punti fondamentali del capitolo ricerca/innovazione all’interno di un moderno sistema-paese. Qualsiasi stato moderno che voglia contare qualcosa deve avere un moderno sistema pubblico di formazione e ricerca. È un dato di realtà che, almeno negli ultimi 50 anni, le innovazioni principali non si producono all’interno delle imprese private ma all’interno del settore pubblico (Lo stato innovatore di Marianna Mazzuccato).

Ci concentreremo su tre aspetti fortemente interconnessi: la valutazione della ricerca nelle Università e negli Enti di Ricerca; la formazione degli orientamenti della ricerca e la loro adeguatezza alle domande della società; le minacce alla credibilità del sistema della ricerca e alcune risposte che si stanno delineando.

La valutazione dell’attività del settore pubblico secondo una logica di accountability è sacrosanta e spesso l’Università nei secoli precedenti è stata vista come una torre d’avorio avulsa dalla società. Anche il nostro paese sta lentamente muovendosi verso la valutazione della qualità della ricerca, attraverso l’istituzione Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca (ANVUR). Mentre ci applichiamo a recuperare il terreno perduto potrebbe essere utile iniziare una piccola riflessione su alcuni limiti e distorsioni insiti in alcuni sistemi di valutazione della qualità della ricerca sicuramente più efficienti ed esperti del nostro. Uno dei limiti è relativo all’uso, talvolta grossolano, di metodi quantitativi che finiscono per produrre talvolta una disastrosa eterogenesi dei fini. Negli ultimi anni un accademico del mondo Europeo o Nordamericano è stato valutato principalmente sulla base del numero di pubblicazioni, sul prestigio delle riviste su cui pubblicava, sui finanziamenti che riceveva sia dal settore privato che dal sistema dei bandi pubblici. Benissimo, direte, qual è il problema?

Il problema è che in questo modo chi fa ricerca si accontenta spesso dell’uovo e rinuncia qualche volta alla gallina. Perché devo imbarcarmi in un problema rilevante? Meglio un problema piccolo affrontato bene dal punto di vista metodologico, che riesca da subito a tirare fuori la pubblicazione necessaria ad aggiornare il curriculum vitae, in modo tale da poter poi scrivere, sullo stesso tema, una proposta per un bando di ricerca.

In una TeDX conference a Losanna, Uri Alon (un noto biologo molecolare che non ha problemi ad esibire pubblicazioni e citazioni dei suoi articoli) ha tenuto un coinvolgente discorso sulla necessità di permettere ai ricercatori, soprattutto quelli più giovani, di essere “lost in the cloud”, ovvero in quello stato di ricerca di soluzioni alternative per giorni e giorni in cui ti sembra di essere bloccato e poi alla fine produci una soluzione nuova per un vecchio problema. Il punto è che oggi un ricercatore, specialmente giovane, non può permettersi di essere “lost in the cloud” senza ritrovarsi disoccupato.

Gli indici bibliometrici che misurano asetticamente la produttività scientifica stanno producendo una corsa alla pubblicazione che allontana la ricerca dai suo scopi primari. Inoltre valutare con questi indicatori si dimostra essere un’azione t tutt’altro che oggettiva (Expert Failure: Re-evaluating Research Assessment, PLOS Biology 2013, Eisen e MacCallum). Inoltre ciò sta producendo un eccesso di burocratizzazione del sistema che impedisce un qualsiasi processo di auto-riforma. La valutazione della ricerca andrebbe riequilibrata da altri punti di vista. Ad esempio si potrebbero adottare metodi qualitativi (focus-group, discussioni tra esperti etc.) per capire non solo a che punto è un dato ateneo o un dato settore ma anche su cosa fare ricerca e come investire diversamente le proprie risorse per soddisfare i bisogni della società contemporanea. È ormai assodato che spesso la ricerca biomedica agisce secondo priorità che spesso sono differenti da quelle dei pazienti, sarebbe ottimale che a definirne le priorità di finanziamento siano i decisori pubblici insieme ai ricercatori ma anche agli stakeholders.

Un punto fondamentale è relativo alla formazione degli orientamenti di ricerca all’interno del settore pubblico. Larga parte di questo settore è costituito in tutto il mondo dalle Università, una parte rilevante dagli enti di ricerca pubblici. Buona parte dell’organizzazione di questo settore è determinato dall’ambiente economico circostante. È evidente che nel mondo attuale larga parte delle risorse umane nel settore siano investite nelle branche dell’Economia, delle Scienze della vita, dell’Ingegneria. La domanda del mercato del lavoro in questi settori ha prodotto un numero maggiori di studenti e quindi di professori e ricercatori. Nel tempo è andato diminuendo il peso delle Lettere, della Sociologia e dell’Antropologia. In un periodo di forte contrazione di risorse per il settore pubblico le scienze che non sono sostenute da una domanda sul mercato del lavoro e da finanziamenti privati sono destinati ad una vita durissima.

La realtà economica e sociale si riproduce nel mondo accademico della ricerca uguale a se stessa con una scarsa capacità di immaginare un futuro diverso. Siamo sicuri che nel mondo che verrà non ci serviranno figure quali filosofi, archivisti, sociologi, filologi etc?

Quindi, concentriamoci pure sulla percentuale delle spese di ricerca, sulla valutazione delle Università e sul rientro dei cervelli, ma iniziamo anche a pensare ad altro.

Contributo scritto per Hic Rhodus da Paolo Eusebi
Statistico, lavora per la Direzione Salute della Regione Umbria e 
il Dipartimento di Medicina dell’Università di Perugia. 
Appassionato di scienze della vita, economia e politica.

2 commenti

  • Dottor Paolo Eusebi, che dire? Ho letto tanti articoli (giornalistici) sui bachi dell’attuale sistema di valutazione dei lavori clinici, dei ricercatori e delle riviste. Non posso postare links ma ricordo che una importante azienda biotecnologica non é riuscita a riprodurre circa il 50% dei risultati di lavori clinici biomedici pubblicati e sottoposti a peer review). Che la febbre della pubblicazione ha portato a riviste predone (se paghi pubblichiamo la qualunque), che il peer-review é fallace (e se lo facciamo in doppio cieco? Oppure lo facciamo in aperto in modo che il valutante sia valutato a sua volta?), che l’impact factor della rivista in cui si pubblica non é sempre un parametroche definisce il valore del lavoro (basta vedere il numero di ritrattazioni negli anni) Ok, poi però pare che quest’ultimo rimanga il migliore dei parametri a tutt’oggi. Quindi? Mettiamo banche dati libere per la consultazione di risultati acclarati? E cos’altro si puo fare per il publish or perish? Il sistema della produzione scientifica continua ad esercitare un capacità di autocritica costruttiva ma é possibile che siamo giunti alla impossibilità di migliorarlo realmente?
    Grazie e saluti

  • paoloeusebi

    Che dire? Credo che il punto sia proprio questo. Il mio intento era proprio inserire questo dubbio. Molti hanno l’idea che i ricercatori siano persone con la testa per aria che aspettano che gli arrivi un’idea geniale. In realtà non è così, ormai c’è una concorrenza sfrenata tra ricercatori e gruppi di ricerca (publish or perish è realmente un adagio appropriato). Credo che nel prossimo futuro ci saranno cambiamenti enormi, altrimenti ci saranno contraccolpi sulla credibilità di molti settori scientifici.
    Sicuramente credo che diverrà obbligatorio mettere a disposizione i dati utilizzati e i programmi con cui sono stati analizzati.
    Poi per quanto riguarda la valutazione della produttività della ricerca credo che si includeranno valutazioni non solo bibliometriche (tra l’altro anche gli indici bibliometrici sono perfettibili), con il punto di vista degli stakeholders coinvolti.
    Comunque i suoi dubbi sono in larga parte anche miei.
    Grazie davvero per l’interesse e il contributo, saluti.

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