Piccoli sindacati crescono e possono danneggiare tutti

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I conflitti del 1987 e quelli del 2015

In un articolo precedente ho notato le forti somiglianze tra i conflitti distributivi dell’estate 2015 e quelli del 1987, segnati dall’avvento dei Cobas sulla scena sindacale in Italia. Li riassumo in breve:

  1. in entrambi i casi le azioni collettive sono promosse da sindacati autonomi, che criticano le tradizionali organizzazioni sindacali, ne disattendono i contratti, praticano forme non ortodosse di conflitto economico (sciopero selvaggio, in alcuni casi nel 1987; sciopero bianco o assemblee in orario di lavoro nel 2015).
  2. Le azioni collettive si svolgono per lo più in servizi pubblici protetti dalla concorrenza o regolati dalla mano pubblica: insegnanti, macchinisti e personale viaggiante delle FF.SS., lavoratori portuali di Genova, personale delle dogane, ecc. nel 1987; trasporto pubblico locale e aereo, gallerie d’arte e siti archeologici nell’estate 2015.
  3. Tutti o quasi gli attori delle azioni collettive erano, o sono, occupati in aziende o enti caratterizzati da un’apprezzabile arretratezza tecnologica e organizzativa, da esuberanza di personale, da scarsa produttività, da un marcato deficit di motivazione dei lavoratori, da un management tradizionale, lottizzato dai partiti politici e dai sindacati, dalla prevalenza di conflitti sindacali a somma zero o negativa. Le somiglianze sono impressionanti, specie per quanto riguarda l’Atac romana (l’alter ego delle FF.SS. alla fine degli anni ’80).
  4. In tutti i casi, oltre a rivendicazioni categoriali per acquisire o conservare situazioni di vantaggio o di privilegio, c’è il rifiuto delle innovazioni tecnologiche e organizzative, se utilizzate nei luoghi di lavoro. La modernizzazione delle aziende è combattuta senza alcuno sconto.
  5. La principale, rilevante, differenza è che nel 1987 non era ancora stata varata una legge, la 146/1990, diretta a regolare lo svolgimento degli scioperi nei servizi pubblici essenziali. La legge entrò in vigore tre anni dopo. Nel 1987 mancava anche la Commissione di Garanzia degli Scioperi. Questi strumenti non hanno tuttavia impedito l’interruzione, anche prolungata, dei trasporti pubblici a Roma, né la chiusura temporanea di siti archeologici e gallerie d’arte. Nessuno sciopero è stato infatti dichiarato. Di più: le proteste sindacali non hanno comportato alcun costo per i partecipanti. I danni a carico di utenti, enti o aziende, comunità nazionale sono stati invece rilevanti.

L’articolo 39 della Costituzione: l’attuazione aspetta da 67 anni

Nel 2015 manca ancora, come allora, la legge che avrebbe potuto impedire, o almeno ridurre, i fenomeni descritti: una legge attuativa dell’articolo 39 della Costituzione.

Questa norma prescrive che i sindacati si registrino, adottino al proprio interno un’organizzazione democratica, rendano pubblici i loro bilanci, acquisiscano una personalità giuridica. In questo caso, stabilisce la Costituzione, sarà possibile per essi “stipulare contratti collettivi di lavoro con efficacia obbligatoria per tutti gli appartenenti alle categorie alle quali il contratto si riferisce”.

L’opportunità di una norma attuativa è stata segnalata da molti — anche da chi scrive, nel 1988. Oggi è invece disponibile un Testo Unico sulla Rappresentanza. Nonostante il nome, questa non è una legge. E’ solo un accordo privato, stipulato nel 2014 tra Confindustria, Cgil, Cisl e Uil.

Esistono tuttora forti divergenze tra i sindacati confederali sull’opportunità di chiedere al Parlamento di trasformare un testo del genere in una legge. In particolare è la Cisl, ma anche l’Uil, a opporsi. L’opposizione è condivisa da alcuni giuslavoristi che aborrono “l’invasione della politica” in materia sindacale. Come se non ci fosse un chiaro interesse pubblico a regolare per legge le attività dei sindacati. Come se essi potessero essere equiparati all’imperatore romano Vespasiano — che quasi 2000 anni fa fece sancire da un senatoconsulto la propria qualità di princeps legibus solutus, libero cioè dagli impacci della legge. Nel 1987 il segretario generale aggiunto della Cisl, Mario Colombo, si spinse ad affermare che l’attuazione dell’art. 39 della Costituzione avrebbe “trasferito al Parlamento una parte della sovranità sindacale”. Forse ignorava che, almeno dal XVI secolo in poi, la sovranità è un attributo dello Stato, non di qualche associazione privata.

Sia come sia, finché una legge sulla rappresentanza non attuerà l’art. 39 della Costituzione, i contratti collettivi stipulati da qualsiasi sindacato non avranno validità erga omnes. La proliferazione di una miriade di organizzazioni di rappresentanza a base ristretta — come i micro sindacati presenti all’Atac romana (sono in numero di 13, riportano le cronache, di cui 9 non hanno condiviso l’accordo del 18 luglio) — trova nell’incompletezza del quadro giuridico – istituzionale una rilevante condizione facilitante. Chiunque può decidere, oggi come ieri, di fondare un’associazione sindacale, pretendere legittimamente di partecipare alla stipulazione di contratti collettivi e dichiarare uno sciopero.

Per questa ragione, organizzazioni sindacali locali, che raccolgono un numero limitato d’iscritti, sono riuscite a Roma e a Pompei ad aggirare in vari modi la legge 146/1990 e a realizzare forme d’interruzione o di boicottaggio della fornitura di servizi pubblici. Ciò è avvenuto senza la proclamazione di uno sciopero, nonostante la presenza di un contratto collettivo di lavoro appena sottoscritto dai sindacati confederali: valido per gli aderenti alle associazioni confederali, non per quelli ad altri sindacati, per microscopici che siano.

Bandiere-Cgil-Cisl-UilUn sovraccarico di coalizioni distributive e i conflitti a somma negativa

Esiste una teoria, formulata nel 1965 da Mancur Olson, che spiega questi fenomeni. Essa rende intellegibili i comportamenti degli attori individuali e delle organizzazioni di cui sono membri. Chiarisce inoltre le conseguenze a lungo termine di queste pratiche: il degrado e il declino di settori economici e alla fine di intere nazioni.

In estrema sintesi. Il punto di partenza è la constatazione della differente efficacia delle azioni collettive, a seconda che siano messe in atto da organizzazioni che contano pochi o molti membri (a base ristretta o ampia). In un’associazione poniamo di dieci persone, a ciascun membro spetterà un decimo dei benefici ottenuti grazie all’azione concertata. In un’associazione rappresentante uno o più milioni di lavoratori, il singolo otterrà invece una frazione molto inferiore del vantaggio ottenuto. Meglio: dato un numero n sufficientemente grande di persone, la quantità di risorse individualmente acquisita mediante l’azione collettiva sarà in genere minore se questi individui decidessero di agire come un unico corpo; in totale maggiore se agissero per piccole bande.

A un membro di un gruppo di grandi dimensioni non conviene pagare i costi associati alla partecipazione all’azione collettiva (le detrazioni dal salario per lo sciopero, ad esempio). Più razionale è per lui astenersi, in modo da godere dei benefici eventualmente ottenuti dall’azione collettiva svolta da altri. I vantaggi ottenuti spettano in ogni caso a tutti i membri del gruppo (ad es. grazie a un contratto che prevede aumenti salariali). Al singolo conviene quindi fare il portoghese o il crumiro, secondo i punti di vista: il free rider, nel linguaggio di Olson. Il contrario vale per un membro di un gruppo di ridotte dimensioni.

Insomma: i membri di un gruppo a base ristretta sono in media molto più motivati a partecipare all’azione di quelli di un gruppo a base ampia.

Coalizioni distributive, a base ristretta

Immaginiamo un gruppo a base ristretta (una corporazione, nel linguaggio ordinario; una coalizione distributiva in quello di Olson) che rappresenta lo 0,2% (o una quota inferiore) del reddito nazionale di un paese. Se essa decidesse per patriottismo di rendere più efficiente e produttivo il proprio paese — ad esempio promuovendo grazie al proprio lavoro un aumento dello 0,2 % del Pil — quale beneficio potrebbero ricavarne i suoi membri? In media solo lo 0,2% dei vantaggi derivanti dalla maggior efficienza della società nel suo complesso.

Per i membri di quella corporazione è più razionale tentare di acquisire una fetta più grande della torta (dello 0,4%, ad esempio) ovvero una maggior percentuale del reddito nazionale. L’azione è razionale, anche se i danni inferti alla società sono rilevanti. Quei danni vengono infatti divisi tra tutti i membri della società e sopportati solo nella misura dello 0,2% dalla sua organizzazione.

Insomma: tanto più piccole sono le coalizioni distributive, tanto più efficace la loro azione, tanto maggiore la riduzione dell’efficienza e del reddito aggregato della società in cui operano. Se non vi sono vincoli istituzionali, e se il potere legislativo è incapace di porre un argine alla diffusione di questa strategia di acquisizione delle risorse, essa sarà presto adottata da una pluralità di corporazioni.

Una società densa di coalizioni distributive “somiglia a un negozio di porcellane stracolmo di persone che lottano tra di loro e si battono per prendere le porcellane: quelle rotte saranno molte di più di quelle che riuscirà a portarsi via chi vincerà”.

Si tratta, né più né meno, di una macchina che crea e accumula inefficienze, che diminuisce la produttività a livello locale e globale, che riduce il tasso di sviluppo dell’economia nazionale e lo avvia tendenzialmente verso la stagnazione e il declino. E’ precisamente quanto è accaduto in Italia negli ultimi 40-50 anni.

Un’organizzazione estesa — ad esempio un sindacato che rappresenta il 30-40% dei lavoratori di una nazione — avrà all’opposto un incentivo a “rendere più prospera la società in cui opera”. Un’organizzazione estesa tende a comportarsi come un’azionista di maggioranza (o comunque dotato di un grosso pacchetto azionario) in un’impresa. E’ più interessata allo sviluppo e alla crescita dell’impresa che all’aumento della propria quota, costi quel che costi.

Sciopero-2.001Che fare?

Distinguo tra il problema specifico, emerso a Pompei e a Roma, e quello più generale, riguardante la disciplina delle corporazioni.

Il 14 luglio 2015 il senatore Pietro Ichino ha presentato un disegno di legge che stabilisce “nuove regole per lo sciopero nei servizi pubblici di trasporto”. Esso richiede, tra l’altro, “il voto favorevole allo sciopero espresso, mediante un apposito referendum, dalla maggioranza dei lavoratori interessati”. Si tratta di un passo in avanti rispetto alla legge del 1990, che non risolve però i problemi emersi a Pompei e a Roma. In questi casi non è stato infatti dichiarato, come si ricorderà, alcuno sciopero. Non sarà semplice per il legislatore disciplinare le manifestazioni degli scioperi bianchi (chiamati ‘scioperi italiani’ in alcuni paesi dell’Europa dell’Est), specie se essi fossero realizzati da molti lavoratori. Il disegno di legge non disciplina tra l’altro lo svolgimento delle assemblee sindacali, né riguarda il funzionamento di musei, siti archeologici e simili.

Per quanto riguarda il problema più generale, sarebbe ora di mettere all’ordine del giorno del dibattito politico il problema dell’ordinamento degli enti di rappresentanza degli interessi — dei sindacati, ma non solo. Lo scopo è favorire l’azione di strutture estese di rappresentanza degli interessi e di disincentivare la formazione e l’azione di coalizioni a fini distributivi. I timidi tentativi realizzati nel passato (ad es. le famose ‘lenzuolate’ promosse dal ministro Bersani) non hanno infatti sinora prodotto risultati apprezzabili.

Contributo scritto per Hic Rhodus da Alberto Baldissera
Negli ultimi trent’anni ha più volte descritto il ruolo delle
corporazioni (che lui preferisce chiamare ‘coalizioni distributive’)
e delle loro pratiche spartitorie nel declino economico, sociale 
e civile del nostro paese.

2 commenti

  • Grazie per la trattazione di un problema di cui, ammetto, non conoscevo gli estremi. Mi permetto di chiederle: mentre mi parrebbe ovvio che impedire l’accesso alla contrattazione di gruppi minoritari rendendo valido per tutti un accordo approvato da una rappresentanza sindacale maggioritaria risolve (non completamente) i problemi a livello particolare, non mi é chiaro come si potrebbe gestire la questione della parcellizzazione della rappresentanza di interessi nella società. Questo tema è stato trattato più volte qui su Hic Rhodus, presentando tale complessità come costitutiva delle moderne democrazie, anche al di là dello specifico (immagino) italiano. Saluti.

  • Alberto Baldissera

    Le rispondo in modo sintetico. Il problema generale è la monopolizzazione di alcune risorse economiche da parte di pochi privilegiati, Costoro chiedono di essere — magari in virtù di una legge, ma anche de facto — le uniche pecore autorizzate a pascolare in un certo prato, debitamente recitato.

    I gruppi di interesse organizzati — o lobby o coalizioni distributive — sono regolati in diversi modi, in diversi paesi. Io preferisco il sistema statunitense: richiede al lobbista l’iscrizione a un registro e informazioni assai dettagliate sulla sua attività, ivi compreso il bilancio. Queste informazioni sono pubbliche e facilmente consultabili. Altri paesi hanno norme diverse. Si tratta di aprire un dibattito, su una questione rilevante per lo sviluppo economico del nostro paese,

    I mercati dei prodotti e dei servizi (dai notai ai tassisti, dai portuali ai farmacisti, e via enumerando) possono essere liberalizzati in diversi modi. In particolare, l’accesso a questi mercati non dovrebbe essere affidato ai diretti interessati né artificialmente ristretto dall’autorità politica. Né dovrebbe essere consentito la creazione di mercati locali protetti — come tante piccole enclave distinte.

    Se si generalizza, si arriva ad esempio a porre il problema della legittimità delle Regioni a statuto speciale, create — come si sa — da norme costituzionali.

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