Le tasse (sulla casa) sono una cosa bellissima

property-tax-euroA settembre, ci sono alcuni riti che ci ricordano che l’estate è terminata: le città tornano all’abituale condizione caotica, le scuole (buone o cattive) riaprono, il nostro colorito lentamente sbiadisce, e il Governo annuncia i contenuti della prossima Legge di Stabilità, che saranno ovviamente un balsamo per l’economia italiana e per i bilanci delle famiglie.

Quest’anno, a tener banco è stata l’anticipazione di Renzi sull’abolizione di IMU e TASI sulla prima casa, secondo un copione già visto. Si tratta di un’operazione benefica per i tanti piccoli proprietari italiani, o di una mossa di facciata che ai cittadini costerà più di quanto faccia risparmiare? Per tornare alle abitudini autunnali, non poteva mancare il commento di Hic Rhodus…

Dunque, cominciamo col dire una cosa ovvia: sarebbe una bella cosa che su questa faccenda delle tasse sulla casa si mettesse un punto fermo. L’acquisto di una casa non è cosa che si faccia alla leggera, e per quasi tutti è una spesa che richiede di fare bene i conti, anche per pagare un mutuo. Se l’impostazione delle imposte sulla casa cambia ogni anno (o anche più spesso), oscillando tra annunci di azzeramento e prospettive di aggiornamento delle rendite catastali (che aumenterebbero di molto le imposte), non è che i cittadini possano capire chiaramente se convenga loro comprare o magari ricorrere alla soluzione dell’affitto. In questo campo, dove i cittadini fanno scelte a lungo termine, la chiarezza e la stabilità sono più importanti del marketing politico che suggerisce di twittare una novità al giorno.

Ma entriamo nel merito: è possibile, ed è equo, eliminare le imposte sulla prima casa?

Quanto al fatto che sia possibile, si tratta di una questione già sviscerata ai tempi del Governo Berlusconi: certo che è possibile, in linea teorica. Naturalmente, possibile in questo contesto dovrebbe significare “possibile senza che i cittadini si trovino a dover pagare una cifra analoga o superiore, in forma esplicita od occulta”, e allora la risposta più ovvia è: è possibile, a patto che lo Stato tagli corrispondentemente la spesa pubblica, tenendo presente che il gettito corrispondente è di circa 3,5 miliardi. E qui casca l’asino, perché Renzi di tagliare davvero la spesa pubblica non ha per nulla voglia, nonostante le rituali invocazioni al Moloch della spending review. Lo abbiamo scritto molte volte: di spending review non parliamo più; i vari commissari alla spesa hanno elaborato decine di possibili provvedimenti per tagliare sul serio la spesa, e praticamente tutti sono rimasti chiusi nei cassetti, perché tagliare la spesa per i politici è contro natura, sottrae consenso e potere di orientare la spesa stessa.

Infatti, la Legge di Stabilità per il 2016, così come la prospetta il Governo, comporta invece un aumento del deficit precedentemente programmato per il 2016 (dall’1,8% al 2,2%), e contemporaneamente ipotizza una maggiore crescita del PIL (dall’1,4% all’1,6%). Questo significa, in sostanza, che gli sgravi fiscali previsti, e che non riguardano solo la TASI, saranno finanziati dal debito; e per come funzionano le cose sui mercati del debito pubblico, un euro in più di debito “costa” ai cittadini più di un euro di tasse. Non a caso, Mario Draghi chiede all’Italia di usare i benefici del “suo” Quantitative Easing per abbassare il debito e non aumentare gli sgravi fiscali: ha ragione, e una riduzione del debito faciliterebbe anche la BCE, che si è obiettivamente esposta acquistando titoli di stato per mantenere bassi i tassi dei paesi “deboli”.
I tagli di spesa prospettati sono stati già ridotti da 10 miliardi a non più di 6-7, mentre tra le entrate si fa conto su voci aleatorie come la voluntary disclosure e un maggior gettito IVA derivante dall’ipotizzata ripresa del PIL. Infine, sul 2016 incombono 16 miliardi di “clausole di salvaguardia”: in pratica, se non si trovano 16 miliardi scatteranno aumenti automatici dell’IVA e delle accise. Quindi, ora come ora. bisogna dire che abolire la TASI significherebbe solo aumentare qualche altra tassa, e che nei termini che descrivevamo all’inizio una sua autentica abolizione non è possibile.

Posto quindi che abolire la TASI sulla prima casa significherebbe comunque pagarla in un’altra forma, come maggiori interessi sul debito o maggiori imposte indirette, si tratterebbe comunque di una misura equa?
Questo ovviamente dipende da cosa consideriamo equo, e non si tratta di un problema da poco. Osserverei innanzitutto che in campo fiscale l’equità deve accompagnarsi all’efficacia: l’iniquità dell’attuale sistema fiscale italiano non sta solo nella sua eccessiva onerosità, o nella sua assurda complessità, ma nell’enorme differenza nella capacità del fisco di riscuotere il dovuto dalle diverse categorie. Dico questo perché la TASI è di fatto una tassa patrimoniale, che colpisce una specifica forma di patrimonio (quello immobiliare); in un nostro post di qualche tempo fa abbiamo sostenuto che introdurre nuove tasse patrimoniali sulla casa, ad esempio rivedendo al rialzo le rendite catastali, sarebbe iniquo e vessatorio.

Dunque, al contrario, l’abolizione della TASI sarebbe un’operazione equa? Non è proprio così, dato che abbiamo visto che l’operazione che sarebbe davvero equa, ossia la riduzione della pressione fiscale grazie a un taglio autentico della spesa pubblica, non è possibile o comunque non è nei piani del Governo. Nella situazione attuale, una manovra fiscale che riduca le tasse sulla casa aumentando il debito pubblico sarebbe un’operazione regressiva, ossia beneficerebbe di più i proprietari di immobili di maggior valore, meno i proprietari di case di minor valore e per nulla chi una casa non la possiede. Anche per questo, uno studio del FMI sostiene che la tassa sugli immobili, pur essendo estremamente impopolare, è più gestibile, pratica ed equa di quasi tutte le altre, e l’UE in un suo documento la definisce “meno dannosa per la crescita” rispetto ad altre forme di tassazione, pur rilevando che l’incidenza delle tasse sulla casa in Italia in rapporto al PIL è in linea con la media europea. Anche un articolo molto chiaro su lavoce.info spiega appunto perché pragmaticamente conviene che la TASI rimanga, anche sulla prima casa. Si può semmai osservare che, ad esempio lavorando sulle detrazioni e penalizzando maggiormente le seconde abitazioni, sarebbe possibile rendere la TASI più progressiva e quindi, almeno a mio avviso, più equa.

In conclusione: l’abolizione della TASI sulla prima casa, che pure è un cavallo di battaglia molto popolare, non è a mio avviso una buona idea, considerato che se la tassa uscisse dalla porta (per restare in una metafora domestica) rientrerebbe inevitabilmente dalla finestra, e maggiorata. Per quanto io sia contrario all’aumento complessivo della TASI, o a qualsiasi altra tassa patrimoniale, penso che il suo mantenimento con un gettito di quell’entità sia il male minore, o, come dice più ottimisticamente l’articolo di lavoce.info che citavo, “non la soluzione ottimale, ma il meglio che si potesse fare in un sistema economico pervaso dall’evasione fiscale”. Teniamocela, in attesa di tempi migliori.

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