Agli Italiani la carne rossa fa bene, informazione come questa no

hamburgerQualche mese fa, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha emesso un avvertimento che ha avuto grande risonanza sui nostri mezzi di comunicazione: mangiare carne fa male. In effetti, l’OMS ha collocato la carne lavorata (come salsicce, salami, ecc.) nella categoria delle sostanze “cancerogene per l’uomo”, e la carne rossa in quelle “probabilmente cancerogene per l’uomo”, in particolare sulla base di dati raccolti relativamente al cancro del colon e del retto.

Ne è nata una considerevole eco mediatica, e una serie di prese di posizione più o meno giustificate dai fatti. Ma quali sono i fatti?

Il punto di partenza è ovviamente il lavoro di rassegna svolto da un gruppo di lavoro facente capo all’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro, una cui sintesi è stata pubblicata su Lancet (accesso dietro registrazione), probabilmente la più autorevole rivista scientifica in ambito medico al mondo. Secondo questa sintesi, l’analisi effettuata ha mostrato che in metà dei 14 studi internazionali presi in esame, incluso uno che riguarda dieci paesi europei tra cui l’Italia, un elevato consumo di carne rossa è risultato “positivamente correlato” con l’insorgere di tumori del colon-retto, mentre per la carne lavorata i dati sono anche più conclusivi.

Ovviamente, come sappiamo, s’è scatenato un considerevole putiferio. I vegetariani hanno suonato le loro trombe, a partire dal (benemerito e più che autorevole) professor Veronesi; i produttori di carne si sono strappati i capelli, lamentando un calo delle vendite del 20%; i politici, o almeno alcuni di essi, sono saltati sul carro dell’OMS chiedendo l’intervento del governo per scoraggiare per via legislativa il consumo di carne.

Noi di Hic Rhodus però, indipendentemente dalle nostre scelte alimentari (in cui peraltro la redazione non è unanime), sappiamo bene che tra gli studi scientifici, per quanto seri, e la loro “divulgazione” al grande pubblico spesso intercorre una semplificazione che rischia di travisare completamente i dati di fatto. Ci siamo quindi chiesti: ma questa notizia, in sé sicuramente fondata, cosa vuol dire per quanti di noi italiani mangiano regolarmente carne? Per rispondere, siamo andati a guardare appunto gli studi menzionati nell’articolo su Lancet, e abbiamo trovato che la risposta non è proprio così ovvia.

Chiariamo però subito un punto: non abbiamo la pretesa di “fare le pulci” al lavoro dell’AIRC, che è la massima autorità in materia; vogliamo piuttosto ricordare con un esempio la differenza tra i “dati statistici” e la loro interpretazione nella comunicazione verso il pubblico, che è ciò su cui spesso “casca l’asino”, come abbiamo scritto fin dai primissimi momenti di vita di Hic Rhodus. Prendiamo quindi la questione della carne rossa come semplice esempio, senza certo voler sposare la causa di questo o quel regime alimentare.

Riprendiamo dunque l’articolo di Lancet, e in particolare i suoi riferimenti bibliografici agli studi che dimostrerebbero che la carne rossa è cancerogena: l’articolo cita in modo specifico tre studi: uno relativo a dieci paesi europei tra cui l’Italia, uno svedese e uno statunitense. Vediamo quali ne sono i risultati.

Lo studio statunitense (del 2015), basato su un ampio campione di operatori sanitari, pur dichiarando che la relazione tra consumo di carne rossa e cancro del colon-retto è consolidata, in realtà presenta dati molto poco conclusivi. La correlazione tra consumo di carne e tumori esiste, ma il punto è che chi consuma carne presenta statisticamente anche altre caratteristiche che lo differenziano (maggiore incidenza di obesità, maggiore consumo di alcool, ecc.). Una volta che si “depurino” i dati dall’effetto di questi altri fattori, il risultato è che “la correlazione per la carne rossa non lavorata diviene nulla”, mentre resta una correlazione residua, sia pure “attenuata”, per la carne processata. In realtà, il fattore più rilevante emerso dallo studio mi sembra semmai essere l’effetto negativo della sedentarietà.

Lo studio svedese (del 2004), basato su un campione di oltre 61.000 donne, mostra invece effettivamente una considerevole correlazione tra consumo di carne rossa e in particolare il cancro del colon distale. Lo studio mostra anche una importante correlazione tra quantità di carne consumata e crescita del rischio di cancro, come si vede nella figura qui sotto:

Fonte: International Journal of Cancer, volume 113, n. 5

Fonte: International Journal of Cancer, volume 113, n. 5

Infine, lo studio “europeo” (del 2005), basato su un campione di poco meno di 500.000 persone di dieci paesi europei, mostra una correlazione positiva tra il consumo di carne rossa e l’incidenza del cancro del colon-retto, mentre la correlazione con il consumo di pesce risulta negativa. Tuttavia, almeno per noi italiani, è piuttosto interessante il grafico che riporto qui sotto:

FOnte: Journal of the National Cancer Institute, Vol. 97, No. 12

Fonte: Journal of the National Cancer Institute, Vol. 97, No. 12

In pratica: la correlazione tra consumo di carne rossa e rischio di cancro è positiva per tutti i paesi esaminati, tranne che per l’Italia, dove è negativa. Curioso, vero?

Ovviamente, questa discrepanza può non significare nulla: le “barre di errore” che vedete associate a ciascun “punto” sono ampiamente sovrapposte, il che indica che le differenze medie possono anche essere frutto di una fluttuazione statistica. Però queste considerazioni statistiche hanno valore a patto che in ogni paese si stia misurando effettivamente la stessa cosa, e su questo qualche dubbio è lecito; mi sembra insomma difficile escludere che la modalità di preparazione dei piatti sia diversa in ogni paese e finisca per influenzare i risultati.

In generale, infatti, leggendo alcuni degli studi citati nel lavoro su Lancet, si vede che una componente importante del meccanismo causale che si ipotizza possa associare il cancro al consumo di carne è legato come questa viene cucinata (ad esempio la presenza o meno di “bruciature”), e questo è un fattore cruciale che può variare molto; le pubblicazioni, come dicevo, citano questo aspetto, ma se l’unico messaggio che viene trasmesso al pubblico è “la carne fa male”, l’effetto è ingannevole.

In conclusione, quali considerazioni possiamo trarre da questo “fact-checking”? Vogliamo dire che mangiare carne italiana fa bene, o che gli esperti dell’AIRC sono dei superficialoni? Ovviamente no. Ci sono diversi altri studi che, in misura diversa, confermano i rischi associati a un eccessivo consumo di carne, e comunque è corretto che l’AIRC diffonda informazioni improntate alla prudenza, e certamente è prudente moderare il consumo di carni rosse e ancor più di carni lavorate.
La lezione che pensiamo si possa trarre da questo breve excursus è che l’informazione scientifica, una volta tradotta in materiale giornalistico, diventi quasi inevitabilmente fuorviante, perché perde quegli elementi che ne consentono una lettura critica (da parte almeno degli esperti). Quando si leggono resoconti “divulgativi” di ricerche scientifiche, specie se frutto di elaborazioni statistiche, bisogna insomma essere molto cauti nel trarre conclusioni, e se l’argomento per noi è importante è probabilmente meglio risalire alla fonte, o meglio ancora rivolgersi a un esperto di cui ci fidiamo. Mantenete accesa la coscienza critica: gli articoli divulgativi sono spesso, ahimè, un pessimo veicolo per la conoscenza scientifica (e questo post probabilmente non fa eccezione, quindi leggetelo criticamente!).

One comment

  • Grazie dott. Ottonieri. Direi che il problema stava meramente nella comunicazione di un certo giornalimo semplicista. Come l’Airc ha comunicato fin da subito, per la carne rossa non trattata, si è parlato di “probabilmente” cancerogena ed in quell’aggettivo sta la non conclusività dell’analisi dei dati. Inoltre va comunicata la differenza tra rischio relativo (per l’assunzione di date quantità) e rischio assoluto (del cancro del colon) ed i rispettivi valori senza conoscere i quali è difficile farsi un’idea della magnitudine della questione.

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