Il muro delle differenze culturali non si abbatte col martello delle buone intenzioni

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Anche per chi è convinto dei valori del relativismo culturale, per chi l’ha studiato e ne conosce non solo i concetti di base ma anche le ragioni storiche e materiali, risulta difficile accettare la dichiarazione di Sami Abu-Yusuf, imam della moschea di Colonia, che ha dichiarato che le vergognose molestie di capodanno a danno di centinaia di donne sono in sostanza colpa delle donne stesse, troppo profumate e troppo poco vestite.

Quello che disturba, per la mentalità occidentale, credo sia questa sequenza:

  1. il concetto della donna “che se l’è voluta” è un luogo comune sessista bandito nella cultura occidentale (sì, ci sono anche occidentali rozzi e volgari che lo pensano e lo dicono, controbatto poco più avanti a questa obiezione);
  2. tu sei ospite da anni (?) in un paese straniero con un’altra cultura e non la rispetti;
  3. anzi, sei un esponente religioso, e quindi una guida per la tua comunità, e affondi il dito in una piaga aperta, su un elemento altamente sensibile per la comunità che ti ospita;
  4. sei un cretino farabutto.

Prima di procedere: sì, certo, di uomini sessisti e molestatori è pieno l’occidente, inclusi preti abusatori. Ma la profondissima differenza, l’abisso di differenze fra i nostri gretti maschilisti e questo imam (e i molestatori di Colonia e tutti i loro simili) è che i modelli culturali dominanti in Occidente sono ugualitari, almeno a parole, e che con discreta velocità le legislazioni occidentali provvedono al riconoscimento dei diritti delle donne, all’uguaglianza professionale e salariale, alla pesante sanzione di molestie e aggressioni e così via. Ogni donna molestata è un caso che finisce sui giornali; ogni denuncia di disparità crea un dibattito. Gli uomini grevemente sessisti, come gli omofobi, sono sempre più denunciati pubblicamente ed esplicitamente non tollerati. Loro continuano ad essere fra noi, ovviamente, ma sempre più isolati e sanzionati. In culture diverse da quella occidentale non sempre c’è questo chiaro atteggiamento e in particolare in quella arabo-musulmana sussiste una cappa opprimente per le donne, misogina, repressa, maschilista, omofoba, sessuofoba. Sami Abu-Yusuf ha espresso un pensiero che a Riad non avrebbe fatto né caldo né freddo a nessuno, e probabilmente non solo a Riad. Questa è una differenza incolmabile. La cultura sessista normale a Riad non può esprimersi a Colonia, non ha diritto di cittadinanza in Occidente.

Ma parliamo di ‘cultura’ e ci serve un approccio meno superficiale. Se non capiamo cosa si intenda col concetto di ‘cultura’ (in senso antropologico, non educativo) non riusciremo a capire l’enormità dell’abisso. Vi propongo una definizione abbastanza classica:

Il concetto di cultura elaborato dalla scienza antropologica si diversifica nettamente dalla nozione tradizionale di cultura come somma di cognizioni e di esperienze personali del singolo individuo: secondo la classica definizione proposta da E.B. Tylor nel 1871 in Primitive Culture: «la cultura, o civiltà intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo in quanto membro di una società»; la cultura quindi è la manifestazione e il prodotto di un’intera società o di un intero gruppo sociale o etnico, e comprende tutte le istituzioni, le idee, gli oggetti materiali, i comportamenti e i valori elaborati da ogni società o gruppo umano (Enciclopedia Treccani, voce “Antropologia”).

Fra gli antropologi si tende generalmente a distinguere ‘cultura’ da ‘civiltà’:

La distinzione fra civiltà e cultura è anche spiegata da R.M. MacIver, il quale considera “civiltà” l’apparato dei mezzi e “cultura” il sistema dei fini. “Per civiltà – scrive – intendiamo l’intero meccanismo e organizzazione che l’uomo ha divisato nella lotta per controllare le condizioni di vita […]. Cultura, invece, è l’espressione della nostra natura nei nostri modi di vivere e pensare, nella nostra attività quotidiana, nell’arte, nella letteratura, nella religione, nella ricreazione e nel divertimento […]. Il regno della cultura è il regno di valori, di stili, di preferenze emotive, di avventure intellettuali (Tullio Tentori, Antropologia culturale, p.12. Fonte)

Il lettore comprenderà che questo è un concetto fondativo rilevantissimo per le scienze sociali tutte; esso ha molto a che vedere con diverse e specifiche branche della psicologia (per esempio la psicologia cognitiva che studia fra l’altro la formazione dei concetti); la sociologia in molte sue declinazioni (in particolare ‘micro’: sociologia interazionista, etnometodologia etc.); la fenomenologia e molto altro ancora.

Una corretta applicazione di questo concetto ci fa capire come non si tratti di un semplice insieme di idee sovrapposto alla più profonda individualità di persone e popoli; idee che potrebbero essere modificate e sostituite, per esempio, da altre idee. Non che non possa succedere; persone di mente aperta, ben educate, ricche di esperienza, provenienti da culture che includono la pluralità fra i propri valori, indubbiamente sono disponibili ad accettare tratti culturali diversi, a mettere in discussione alcuni fondamenti della propria cultura, ma si tratta di singoli casi individuali. I processi di massa, invece, sono estremamente differenti. Non solo le masse di tutto il mondo sono tendenzialmente ottuse e ostili al cambiamento, ma la collettività rinforza, in ciascun suo membro, la rassicurazione nell’appartenenza e la paura dell’ostracismo; il senso identitario e il rifiuto dell’“altro”. La cultura degli avi viene trasmessa in ciascun nuovo individuo nella famiglia, nei processi educativi, nel quotidiano esempio della comunità che sostiene o sanziona; si crede negli dei degli avi, si mangiano i cibi mangiati dai coevi, si trattano le donne come i pari mostrano si debbano trattare e così via. La cultura – come insieme di valori, credenze e norme sociali – è sia prescrizione che interpretazione: ci si comporta così perché appare giusto, è un modello appreso sin dalla più tenera infanzia, e tutto ha un senso, ha una logica, ha una giustificazione, perché è inserito in quello specifico modello culturale.

Ho fatto un breve riferimento, poco sopra, alle culture che includono la pluralità, e questo è un elemento di differenziazione rilevantissimo che ci porterà verso la conclusione. Per motivi storici sufficientemente noti l’Occidente ha imboccato da alcuni secoli la strada della differenziazione e della pluralità, a partire dalla separazione fra Stato e Chiesa. È questa pluralità, incisa profondamente nel pensiero occidentale, che porta inevitabilmente all’ampliamento dei diritti individuali, all’inclusione sociale, alla tolleranza e all’accoglienza. Con tutte le difficoltà, ambiguità e passi indietro che credete, certo, ma questo è il processo occidentale; ecco perché – per fare un solo esempio – in Occidente puoi essere cristiano come i tuoi avi, ma se vuoi puoi convertirti alla religione che ti pare senza un solo problema, oppure puoi professarti ateo o pastafariano. Nel mondo arabo-musulmano questo non è possibile e nella maggior parte di questi paesi una tua eventuale professione di ateismo può comportare la reclusione o la pena di morte.

L’imam Sami Abu-Yusuf è quindi, molto semplicemente, il prodotto di una cultura specifica, estremamente tradizionalista, assolutamente poco plurale e, conseguentemente, poco tollerante, per nulla relativista e fondata su valori assoluti e indiscutibili. A lui non importa nulla della differenza culturale semplicemente perché accetta solo la sua, di cultura; l’esperienza di vita in Germania non gli insegna nulla semplicemente perché ha una cultura (e quindi un modello cognitivo) impermeabile a ciò che è diverso e distante, da cui anzi si deve difendere, o meglio contrattaccare. Noi occidentali non possiamo pensare di poter insegnare nulla a Sami Abu-Yusuf; forse i suoi figli – se ne ha – avranno qualche dubbio, e forse i suoi nipoti, oltre al dubbio, potrebbero avere il coraggio di rompere gli schemi obsoleti, ristretti e vincolanti del nonno. Con sofferenze e strappi notevoli che a volte (lo leggiamo in cronaca anche in Italia) degenerano in drammi.

Sami Abu-Yusuf è insomma una metafora. Non ci può importare più di tanto il pensiero di questo estremista che – leggo sui giornali – è già da tempo un sorvegliato da parte della polizia. Ma lui è una metafora, che con la sua ingenua arroganza ha mostrato un pensiero molto diffuso fra i suoi correligionari. Molto diffuso e spesso normale in Medio Oriente; molto diffuso e spesso normale fra una parte dei musulmani che vivono nei nostri Paesi. Ecco allora che la conclusione deve gettare uno sguardo nelle politiche di integrazione e di inclusione, che sono spesso equivocate: inclusione non è consentire a qualcun altro, diverso da noi, di convivere tollerato ma isolato in mezzo a noi, come un’enclave. Inclusione significa dialogo, scambio, reciproca accettazione basata sulla comprensione. Ma l’Occidente include chi accetta i valori fondamentali delle sue libertà, delle sue pluralità; senza questo è possibile solo una finta e ipocrita integrazione permanentemente conflittuale. E questa conflittualità diventa esponenzialmente più difficile da gestire man mano che i portatori di questi che per noi sono disvalori, da migliaia divengono milioni.

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Risorse:

Per un’interpretazione diversa che non confligge con quella da me presentata (anzi, la sua è possibile proprio perché alligna in un determinato contesto culturale) suggerisco di leggere Deborah Dirani, Se l’acqua di Colonia diventa il profumo dell’odio, “L’Huffington Post”, 22 Gennaio 2016.

3 commenti

  • Di fronte alla complessità di questi problemi mi sento mancare la terra sotto i piedi. Avverto questa cosa come una ulteriore complicazione nella gestione dell’immigrazione, già di per se complessa. Se uno non vuol essere integrato come si fa? Se non é disposto a mediare tra il nostro ed il proprio profilo culturale che gli diciamo-facciamo? Possiamo-dobbiamo punire i comportamenti errati per disincentivarli ma come si fa a disincentivare le idee che non sono accettabili per noi? Mi preoccupano i fallimenti (a che livello quantitativo?) dei modelli britannico (enclavi etno-culturali)  e francese (dispersione nelle banlieu) e dell’americano non so bene farmi un’idea (lì mi pare che il rischio sia più un fallimento trasversale che lasci indietro una parte dei cittadini, se non é già avvenuto).  Più in generale, nell’ambito dell’attuale spike immigrativo ii preoccupano le soluzioni semplificate (“chiudiamo tutte le frontiere”) e le falsità di cui si nutrono (“diamo 80€ al giorno ad ogni profugo!”, “sono tutti di loro”), la difficoltà dei distinguo e la relativa confusione tra categorie (migrazione regolare che é una risorsa netta, migranti economici e rifugiati, coi limiti che una necessaria categorizzazione trova quando si spalma su una realtà umana complessa), il buonismo del “volemose tutti bene” (che offre argomenti al disfattismo) e non consente di dirci in faccia che NON possiamo accogliere tutti ma dovremo scegliere e respingere tanta gente che cerca solo una vita migliore, che respingere qualcuno non é solo dargli un foglio di via (perché non se va) e che anche accompagnarlo a casa sua ha un costo e non è sempre facile (per es. come riportiamo un malgascio a casa sua?) ma che dovremo governare comunque l’ondata migratoria (se ci riuscissimo come Europa sarebbe tutto più facile) cercando di minimizzarne i lati negativi (problemi di integrazione, costi netti nel breve periodo) e massimizzare i positivi (effetto di ringiovanimento di una società vecchia). Perchè c’é e non finirà tanto presto, anche alimentata dalle nostre cazzate innegabili e con un numero crescente di complottisti che, invece di una coscente auticritica, alimentano atteggiamenti massimalisti ed inconcludenti. Cari saluti.

    • Il problema dell’integrazione (e poi, semmai, dell’inclusione) è complicato proprio per questo. Piccoli numeri di immigrati vengono integrati quasi naturalmente proprio perché i nuovi arrivati cercano relazioni sociali e non possono averle se non coi nativi, dai quali ricevono una forte pressione culturale (modi di fare, stili di vita, gerarchie di valori…); quando invece sono gruppi numerosi in flussi impetuosi, in generale fanno gruppo fra loro e – nelle difficoltà della nuova esperienza – tendono invece ad aggrapparsi ancora più alle tradizioni. Così è successo anche in America agli inizi del ‘900 (gli italiani a Little Italy, per intenderci, ma non solo loro) con le fondamentali differenze che i livelli tecnologici erano bassi, la situazione geopolitica internazionale molto più semplice e le differenze culturali fra gruppi in realtà minime (il massimo di differenza era essere protestanti o “papalini”).

  • L’idea che passa di relativismo culturale in questo articolo è che questo abbia a che fare con un eccesso di tolleranza. Non penso sia così. L’idea che relativismo culturale significhi dover accettare a priori qualsiasi cultura relativa a se stessa impedisce di poter valutare i diversi comportamenti culturali, blocca la formazione di un opinione e lo sviluppo di una filosofia morale.

    No! Il relativismo culturale ha a che fare col metodo di indagine e ribadisce la necessità di cercare nuovi punti di vista che ci consentano di tollerare o di comprendere, ma senza farci o fare violenza.

    Quindi tollerare e comprendere è il fine del relativismo culturale, non lo strumento.

    Significa non dare per scontata la naturalezza del nostro punto di vista e propone di vedere le altre culture “come se” fossero relative. Ed è proprio questo “come se” che permette di non esprimere giudizi per valori assoluti e al tempo stesso, però, di esprimere il proprio punto di vista; di non essere etnocentrici e contemporaneamente di esprimere giudizi comparativi.

    Le differenze evidenziate nel testo non fanno che approfondire il divario tra le due culture concentrando il dibattito sulle differenze. In questo modo, mi pare, si concorre ad aumentare la difficoltà di trovare soluzioni per l’integrazione.

    Perché allora scomodare il concetto di relativismo culturale, che deve essere inteso soprattutto come un metodo di ricerca di modalità possibili di convivenza pacifica, di fare spazio alla diversità, se la tesi dell’articolo è l’impossibilità di un integrazione se non nel tempo avvenire, quando i figli o i nipoti dell’imam dimenticheranno i valori della propria cultura e si omologheranno alla nostra? Dov’è il pluralismo?

    Non è con questo atteggiamento che possiamo sperare di comprendere la cultura altrui e soprattutto qualcosa di nuovo sulla nostra. Si perché relativismo culturale è anche l’incontro con l’altro utilizzato come specchio per comprendere meglio se stessi.

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