La sopravvalutazione della fedeltà coniugale

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La fedeltà è per la vita sentimentale ciò che la coerenza è per la vita intellettuale: semplicemente la confessione di un fallimento (Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray).

Una delle questioni controverse del ddl Cirinnà recentemente approvato al Senato è l’espunzione dal testo originario dell’obbligo di fedeltà fra i contraenti l’unione civile. I commenti sono stati – come sempre – di diversissima natura: chi ha visto in tale rinuncia l’affermazione dell’essere, le unioni, contratti di serie B o addirittura uno schiaffo agli omosessuali ritenuti “naturalmente” infedeli, e chi al contrario ha sottolineato l’inattualità di un istituto frutto di vecchie culture obsolete. Qualcuno, infine, ha ironizzato sul fatto che si sarebbe fatto un piacere ai futuri “uniti” perché è stato tolto loro un capestro tuttora in vigore per i coniugi. Quest’ultima notazione fa riferimento all’obbligo della fedeltà previsto dal Codice Civile per chi contrae matrimonio; un obbligo che non basta, da solo, a giustificare la separazione (Cassazione Civile, sez. I, sentenza 23/10/2012 n° 18175. Fonte) ma che, in un modo o nell’altro, costituisce il 60% delle cause originarie dei matrimoni finiti davanti a un giudice (come già segnalammo in un vecchio post).

Cirinnà e unioni civili a parte, comunque, questa storia della fedeltà merita di essere esplorata. Come già indicammo nel post appena citato, anche se non possono esserci statistiche chiare e definitive, tutti i dati disponibili depongono a favore di una molto diffusa infedeltà. Dalla scappatella occasionale alla complicata e duratura relazione extramatrimoniale, passando per lo scambismo (sarà consensuale ma non è certo una forma di fedeltà) e la prostituzione (enorme il numero di uomini che consumano rapporti a pagamento; abbiamo ricostruito qui i dati). Bisogna poi comprendere la difficoltà concettuale di codesta fedeltà. Far l’amore con la propria moglie immaginando altre persone è sempre “fedeltà” perché ci atteniamo al comportamento o, introducendo volontà e intenzioni, siamo vicini all’infedeltà? Il bacio appassionato che poi, per molteplici ragioni, non procede verso l’atto sessuale completo, se dato a terza persona, è una forma di infedeltà o no? E l’atto sessuale compiuto con terz* entro una concezione di “coppia aperta” (esistono ancora o sono morte con gli anni ’70? Boh?) è “fedele” al matrimonio perché rimane dentro dei patti e un sentire comune nella coppia oppure no? Insomma: il concetto è vago e le possibili sfumature della coppia fedele/infedele sono molteplici e, di fatto, legate alla cultura, alla morale, alla stipulazione quotidiana del rapporto fra i coniugi.

Poco interessato agli aspetti giuridici vorrei invece soffermarmi un pochino di più su quelli culturali e sociologici. La prima cosa da chiarire è che ci sono profonde differenze fra amore, sessualità e riproduzione. Pensateci un pochino: l’importanza nelle varie specie di riprodursi, i maschi alfa che si battono per il diritto ad accoppiarsi con le femmine e via discorrendo non fa più parte da molto tempo delle priorità della specie umana; l’amore poi (o, se vi sembra troppo impegnativo, diciamo l’affettività) sopravvive in diverse coppie a prescindere dall’interesse, col tempo scemato, per la sessualità; viceversa non dovrei convincervi che è possibile, e molto praticata, una sessualità senza particolare affettività. Non vorrei produrre dati e citazioni autorevoli, mi sembrano considerazioni abbastanza ovvie. Avere mescolato tutto, sanzionando una sessualità priva di riproduzione e definendo ciò ‘amore [coniugale]’ è un artificio ideologico legato certamente alla religione e, alzando un po’ lo sguardo, a forme di controllo sociale sulle quali sarebbe interessante soffermarsi (e molti autori prima di Bezzicante vi si sono soffermati, non c’è nulla di nuovo). L’amore (fra adulti) non è un sentimento finalizzato alla riproduzione; l’amore implica la sessualità ma non sempre e non necessariamente; la sessualità non è necessitata dall’amore né tanto meno dalla riproduzione.

Stabilito questo importante punto resta da capire perché dobbiamo/vogliamo la fedeltà fra coniugi/uniti/accompagnati. Se cercate, assieme a me, di dare una spiegazione logica e razionale ai nostri comportamenti credo che rigetterete subito una qualunque spiegazione biologico-organicista, legata a ipotetici istinti, e altre risposte che comunque prescindano da logiche sociali; c’è indubbiamente una parte di retaggio storico (la certezza della paternità per garantire la successione, una questione rilevantissima in passato), c’è sicuramente una forte componente psicologica (l’amor proprio ferito, il desiderio di piacere, il senso di onnipotenza e tutto l’armamentario che la psic[o]analisi ci ha ben spiegato), c’è probabilmente un forte stigma sociale (nessuno vuole essere cornuto e, se sa di esserlo, non vuole lo si sappia) e così via. In tutto questo, però, non troviamo mai una necessità ma solo un’eventuale volontà, oppure la sua mancanza. Bisogna volere essere fedeli, e occorre che lo si voglia assieme; non basta dichiararlo una volta per tutte, a venti o a trent’anni, davanti al prete o al sindaco; perché il tempo è una variabile fenomenale che ci cambia. A vent’anni – o a trenta, o quel che è – giuriamo amore eterno poi, a partire da lì, abbiamo una vita di incontri ed esperienze che ci modificano e, qui è il punto, ci modificano forse diversamente dall’altro membro della coppia che parimenti ha giurato fedeltà eterna.

Tuttavia si potrebbe sostenere che la fedeltà, mentre sembra sfidare il tempo garantendo immutabilità, in realtà lo sfida e ne ha ragione proprio scendendo sul suo terreno. Nonostante le promesse di eternità esibite nel programma, la fedeltà non sembra possibile al di sopra o a dispetto del tempo: è possibile solo nel commercio con il tempo, con i continui mutamenti dell’altro e di noi stessi. Mentre sembra un vascello severo e maestoso, è in realtà un legno leggero, capace di imbarcare molta acqua, scomparire tra i flutti e perdere la rotta. Per durare, un amore deve cambiare. […] L’infedeltà non è solo nell’altro, è in noi. Anche noi, crescendo, abbiamo tradito e non siamo completamente dell’altro. Freud aveva una concezione energetica dell’apparato psichico, pensava che la pulsione amorosa, che chiamava libido, emanasse dall’Io sul mondo esterno ma fosse pronta a ritirarsi di nuovo sull’Io quando questi avesse bisogno di ristoro: nel sonno, per esempio, nella malattia o nell’esecuzione di un compito impegnativo. Oggi quella concezione energetica è in larga parte tramontata, ma resta vero che i nostri investimenti sugli altri sono di carattere ondivago e intermittente. Il cuore, secondo la battuta di Woody Allen, è un muscoletto molto elastico. Si può amare qualcuno per sempre ma non lo si può amare sempre: “La capacità di essere discontinui nella relazione gioca un ruolo centrale nel suo mantenimento” (Stefania Nicasi, Lo spettro della fedeltà, “SpiWeb”).

Indipendentemente dalle nostre storie personali, dal nostro personale desiderio di possesso dell’amat*, della nostra frustrazione nell’essere traditi, noi tutti sappiamo che è così. Noi tutti sappiamo che la fedeltà è un concetto morale fragile, una stipulazione più dichiarata che meditata, un elemento caduco in un contesto (affettività e sessualità) caldo, vitale e cangiante. L’Iliade inizia con la furia di Achille al quale Agamennone ha tolto l’amata Briseide (imponendole con la forza l’infedeltà), e tutto il dramma si svolge a causa dell’infedeltà di Elena. E siamo agli albori della letteratura occidentale che tratta l’infedeltà in mille e mille opere che vi risparmio. Ciò significa che sappiamo che vogliamo amare ed essere amati cosiccome sappiamo che potremmo tradire o essere traditi. E malgrado il sesto comandamento (diamine, è un peccato mortale!) siamo generalmente piuttosto tolleranti. Una ricerca del 2013 del Pew Research Center (per carità, col valore meramente indicativo di ricerche di questo tipo) mostra dati estremamente interessanti.

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Francia a parte si vede bene che Paesi cattolici europei (con la Germania, un terzo di cattolici), e comunque occidentali, sono molto più tolleranti dei paesi musulmani o di altre religioni. E semmai stupisce il valore statunitense. Insomma: l’infedeltà coniugale è molto meno sanzionata, socialmente, di altri peccati, vizi, comportamenti asociali.

La fedeltà, in conclusione, non può che essere una scelta individuale rinnovata nel tempo; si è fedeli (al coniuge, al/alla compagn*) se lo si vuole essere, se il valore morale di un patto dichiarato viene sentito più forte del richiamo della sessualità, della seduzione narcisistica, dell’illusione, semmai, di una ventata trasgressiva di gioventù. Questa scelta individuale vale ora; domani varrà se la rinnoveremo; oggi non possiamo saperlo. Bene quindi se nella legge sulle unioni civili è stata stralciata; chi ha imposto tale stralcio intendeva sminuire la legge, sottolineare il valore minore di queste unioni rispetto alla sacralità del matrimonio non accorgendosi che si collocava pienamente nel flusso storico, sempre più imponente, che cerca nella responsabilità individuale il motore cosciente e consapevole della nostra socialità. Anche nell’amore.

2 commenti

  • Bella riflessione. Al di là degli aspetti sociali e di contingenza politica, mi piace molto il concetto che la sceltà di fedeltà sia possibile solo nel solco del cambiamento, di sé e dell’altro. Riconoscendo tale cambiamento e recuperando il valore di quella scelta, se lo si desidera, se ne vale la pena. Ciao e saluti

  • Gaspero Domenichini

    Come ultimamente mi capita spesso, non sono d’accordo con le idee di bezzicante (cosa ottima per un confronto, sia chiaro).
    Al di là che per i matrimoni la cosa (ancora) non vale, mi sembra che stiamo andando verso un mondo in cui ognuno può fare “quello che vuole”, purché non siano cose anacronistiche o clericali, come «impegnarsi ad essere fedele per tutta la vita», «decidere che il proprio matrimonio (almeno per sé stesso) è “per sempre”», (per un maschio) «prendersi la responsabilità della vita del proprio figlio, anche prima che questi nasca», ed altre assurdità della stessa natura.

    Penso (ne sono certo) che anche bezzicante concordi che prima di fare certe scelte sarebbe un’ottima cosa confrontarsi, escludendo dal confronto coloro che non sono disponibili a far evolvere le proprie idee e ad ascoltare le idee e soprattutto le motivazioni degli altri.
    Siamo ancora nell’ottusa mentalità delle “lotte di classe” e del “chi grida più forte ha ragione”.

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