La morte della famiglia

97 La morte della famiglia

Titolo di un libro-cult della mia generazione che rubo spavaldamente per fare una riflessione molto al limite, forse discutibile per alcuni di voi che leggete. Siete avvertiti. Tutto nasce da un senso di stucchevole ipocrisia che percepisco quando si parla di famiglia con scopi politici, in particolare da certi settori cattolici che si affannano ad essere più papisti del Papa e, quel che è peggio, da settori per nulla cattolici che pensano di guadagnare voti strizzando l’occhio a categorie (ingenue) di credenti. In Italia abbiamo alcuni politici attivissimi in favore della famiglia, sostenuti da una fittissima rete di associazioni cattoliche che, in conclusione, propongono una visione stridente coi comportamenti sociali più diffusi, come vi mostrerò anche con cifre documentate. Naturalmente ognuno crede in ciò che vuole ma quando le credenze religiose si sovrappongono all’azione politica che agirà su tutti, credenti e laici, allora qualcosa non funziona, e un non credente come il sottoscritto ha qualcosa da ridire.

Prima di tutto è necessario un riepilogo su quando afferma, in merito alla famiglia, la dottrina sociale della Chiesa; mi limito alle parti relative al ruolo sociale della famiglia e alla sessualità (i numeri indicano i paragrafi dal Compendio della dottrina sociale della Chiesa; i sottolineati sono tutti miei; se vi annoia saltate pure al paragrafo successivo…):

  • la famiglia è fondamentale per lo sviluppo della persona: “nel clima di naturale affetto che lega i membri di una comunità familiare, le persone sono riconosciute e responsabilizzate nella loro integralità” (212);

  • la famiglia è fondamentale per la società: “una società a misura di famiglia è la migliore garanzia contro ogni deriva di tipo individualista o collettivista, perché in essa la persona è sempre al centro dell’attenzione in quanto fine e mai come mezzo” (213);

  • lfamiglia_Angelo-Bagnasco_vitaa famiglia ha importanza superiore alla società e allo stato: “la famiglia, soggetto titolare di diritti inviolabili, trova la sua legittimazione nella natura umana e non nel riconoscimento dello Stato. Essa non è, quindi, per la società e per lo Stato, bensì la società e lo Stato sono per la famiglia” (214);

  • la finalità della famiglia è la procreazione: “il matrimonio, nella sua verità ‘oggettiva’, è ordinato alla procreazione e all’educazione dei figli.L’unione matrimoniale, infatti, fa vivere in pienezza quel dono sincero di sé, il cui frutto sono i figli, a loro volta dono per i genitori, per l’intera famiglia e per tutta la società” (218);

  • la famiglia è amore: “grazie all’amore, realtà essenziale per definire il matrimonio e la famiglia, ogni persona, uomo e donna, è riconosciuta, accolta e rispettata nella sua dignità” (221 e sgg.);

  • l’identità di genere non si discute: “di fronte alle teorie che considerano l’identità di genere soltanto come prodotto culturale e sociale derivante dall’interazione tra la comunità e l’individuo, prescindendo dall’identità sessuale personale e senza alcun riferimento al vero significato della sessualità, la Chiesa non si stancherà di ribadire il proprio insegnamento: ‘Spetta a ciascuno, uomo o donna, riconoscere ed accettare la propria identità sessuale’” (224);

  • contro il divorzio: “la natura dell’amore coniugale esige la stabilità del rapporto matrimoniale e la sua indissolubilità […]. L’introduzione del divorzio nelle legislazioni civili ha alimentato una visione relativistica del legame coniugale e si è ampiamente manifestata come una ‘vera piaga sociale’” (225);

  • contro le unioni di fatto: “le unioni di fatto, il cui numero è progressivamente aumentato, si basano su una falsa concezione della libertà di scelta degli individui […]. L’eventuale equiparazione legislativa tra la famiglia e le ‘unioni di fatto’ si tradurrebbe in un discredito del modello di famiglia, che non si può realizzare in una precaria relazione tra persone” (227);

  • contro le unioni omosessuali: “[è] incongrua la pretesa di attribuire una realtà ‘coniugale’ all’unione fra persone dello stesso sesso. Vi si oppone, innanzi tutto, l’oggettiva impossibilità di far fruttificare il connubio mediante la trasmissione della vita, secondo il progetto inscritto da Dio nella stessa struttura dell’essere umano. È di ostacolo, inoltre, l’assenza dei presupposti per quella complementarità interpersonale che il Creatore ha voluto, tanto sul piano fisico-biologico quanto su quello eminentemente psicologico, tra il maschio e la femmina. È soltanto nell’unione fra due persone sessualmente diverse che può attuarsi il perfezionamento del singolo, in una sintesi di unità e di mutuo completamento psico-fisico » (228);

  • la famiglia santuario della vita: “la paternità e la maternità umane, pur essendo biologicamente simili a quelle di altri esseri in natura, hanno in sé in modo essenziale ed esclusivo una ‘somiglianza’ con Dio, sulla quale si fonda la famiglia, intesa come comunità di vita umana, come comunità di persone unite nell’amore” (230 e sgg.);

  • contro la contraccezione e l’aborto: “vanno anzitutto rifiutati come moralmente illeciti sia la sterilizzazione sia l’aborto. Quest’ultimo, in particolare, è un abominevole delitto e costituisce sempre un disordine morale particolarmente grave […]. Va pure rifiutato il ricorso ai mezzi contraccettivi nelle loro diverse forme: tale rifiuto si fonda su una corretta e integrale concezione della persona e della sessualità umana ed ha il valore di un’istanza morale a difesa del vero sviluppo dei popoli” (233);

  • i diritti del nascituro: “sono evidenti i diritti del nascituro, al quale devono essere garantite condizioni ottimali di esistenza, mediante la stabilità della famiglia fondata sul matrimonio e la complementarità delle due figure, paterna e materna” (235);

  • solo riproduzione naturale: “non sono moralmente accettabili tutte le tecniche riproduttive — quali la donazione di sperma o di ovocita; la maternità sostitutiva; la fecondazione artificiale eterologa” (235);

  • compito educativo della famiglia: “i genitori sono i primi, ma non gli unici, educatori dei lori figli. Spetta a loro, dunque, esercitare con senso di responsabilità l’opera educativa in stretta e vigile collaborazione con gli organismi civili ed ecclesiali:” (240)

  • i bambini: “la dottrina sociale della Chiesa indica costantemente l’esigenza di rispettare la dignità dei bambini” (244 e sgg.).

Riassunto per chi ha preferito saltare la lunga citazione: la famiglia, costituita da un maschio e da una femmina e dai loro figli, è il luogo naturale di affetto e sviluppo della persona; nulla deve essere fatto di differente (né unioni non sancite dal matrimonio né unioni omosessuali) e nulla deve limitare la nascita dei figli. Naturalmente qui non discuto della giustificazione teologica dalla quale discente questa rappresentazione della famiglia (la giustificazione risiede nella volontà di Dio, è inutile che provi a metterla in discussione); se siete cattolici osservanti troverete probabilmente molta giusta l’indicazione della Chiesa, ma se – cattolici o no – avete una mente aperta e una qualche sensibilità sociologica comprenderete come si tratti di una rappresentazione assolutamente fuori dalla realtà. La famiglia cristiana fondata sull’amore è assai più rara di quel che piacerebbe. La famiglia borghese che sperimentiamo nel mondo occidentale, fondamentale cellula sociale, è luogo di diffusa infedeltà, spesso di miseria e abbandono, a volte di violenza. Se analizziamo cosa sia la famiglia oggi, come funzioni (o come non funzioni) e come si stia sviluppando, non possiamo non notare che è veramente distante da quanto descritto dalla Chiesa. Dopo l’analisi (che stiamo per vedere) occorrerebbe poi una sintesi che semplifico in forma dicotomica: o l’immagine vera della famiglia, così distante dalla santità evocata dalla Chiesa, è indicatrice di un tremendo sconquasso morale da ricondurre sulla retta via, oppure la famiglia così rappresentata stereotipicamente non funziona più, si sono rotti gli argini della cultura borghese e delle briglie cattoliche e, con tutti i travagli del caso, ci stiamo avviando verso altre e più variegate forme di unione affettiva fra gli individui. E adesso un po’ di dati.

Un “tempio dell’amore” poco duraturo. L’amore, a dispetto di ciò che dichiarano i Baci Perugina, non è eterno.

I tassi di separazione e di divorzio totale sono in continua crescita. Nel 1995 per ogni 1.000 matrimoni si contavano 158 separazioni e 80 divorzi, nel 2011 si arriva a 311 separazioni e 182 divorzi (Istat).

Quindi praticamente la metà dei matrimoni finisce ogni anno in forma ufficiale. Lascio a voi riflettere quanti continuano sotto il profilo giuridico senza che i coniugi nutrano una qualsivoglia forma d’amore reciproco. Vi prego di considerare questo importante aspetto. Continuare a vivere sotto lo stesso tetto per opportunità, inerzia, più o meno giusto senso di responsabilità verso i figli e così via, senza provare un moto affettivo verso il coniuge non ha a che fare col matrimonio descritto nella dottrina sociale della Chiesa e, per quel che importa, neppure in quello che potrei descrivere io.

Una sessualità incontenibile. Indipendentemente dal convivere o no, dal dichiararsi amore oppure no, la vastità del fenomeno dell’infedeltà coniugale è impressionante (per tacere dei 2 milioni di “scambisti” che non vengono considerati propriamente infedeli). Naturalmente qui non abbiamo statistiche affidabili ma stime, indicazioni basate su indagini dirette (che hanno i limiti che potete immaginare) ecc. e, purtroppo, prevalentemente americane. Per l’Italia consideriamo comunque che il 60% dei matrimoni che finisce in tribunale ha come causa un’infedeltà; si tratta del 60% del 50% (dato precedente su divorzi e separazioni), e quindi quanto meno sappiamo che in Italia c’è un 30% di famiglie che finisce per infedeltà di uno dei coniugi. Aggiungete a piacere quelli furbi che non vengono scoperti… Per quanto riguarda gli Stati Uniti i dati oscillano paurosamente dal 12 al 28% di infedeltà (ammesse) fra i maschi e 7-15% per le donne (e vi apparirà il controsenso) negli studi di certe Università americane fino al 41% di matrimoni in cui almeno uno dei coniugi ha tradito secondo il Journal of Marital and Family Therapy (2014), al 56% (solo uomini) secondo la Rutgers University e il 60-70% fra gli uomini che alcuni altri siti riportano. Non lo sapremo mai. Poiché l’unica fonte di questo dato è l’inchiesta e probabilmente – malgrado le garanzie di anonimato – a molti non fa piacere parlare di queste cose, dobbiamo rimanere col dubbio e riflettere comunque sul fatto che se almeno queste percentuali sono state ammesse, il fenomeno deve essere comunque imponente. In America. Ma non vorrete farmi credere che in Italia sia molto diverso?

Molta più violenza di quanto si creda. La famiglia è spesso luogo di violenza, specie sulle donne e i bambini. I dati Istat del 2006 riportano come il 14,3% delle donne abbia subito almeno una violenza fisica o sessuale all’interno della relazione di coppia (da un partner o da un ex partner) e anche qui, trattandosi di inchiesta telefonica, è lecito immaginare dati maggiori. Ogni anno circa 100 donne sono uccise dai compagni o ex compagni (anche se il fenomeno del cosiddetto femminicidio è meno catastrofico di quanto si pensi). Le violenze e gli abusi sui minori sono un orrore sommerso, che nessuna statistica è in grado di svelare ma che ben conoscono gli operatori dei servizi sociali e dei pronto soccorso: il Telefono Azzurro parla di 4 violenze al giorno che arrivano alla sua attenzione; una ricerca di Terre des Hommes calcola che ci sono 100.000 minori in carico ai servizi sociali per maltrattamenti e abusi (0,98% della popolazione minorile) ma Dario Marino, presidente CISMAI, dichiara che “i casi non emersi sono almeno 20 volte di più”.

Proviamo a elaborare una sintesi di questi troppo rapidi scorci, a partire dal fatto che ho mescolato, consapevolmente, cose molto diverse. Un conto è l’infedeltà, che riguarda la sessualità, il modo di intendere il rapporto di coppia, l’edonismo dell’epoca in cui viviamo, così poco adatto alle gabbie e alle briglie; altro conto è la violenza e l’abuso, così diffusi da sempre contro donne e minori. La conclusione, comunque, a me pare essenzialmente questa: la famiglia, secondo diversi antropologi, origina come costruzione sociale per la regolazione sociale non conflittuale dell’accesso alle donne, e quindi alla sessualità e alla riproduzione; si è organizzata attorno alla divisione del lavoro fra maschi e femmine anche alla luce della funzione riproduttiva della donna e solo in seguito, con l’avvento della società borghese occidentale, diventa quella che intendiamo oggi, che trova un fondamento giustificativo nelle religioni abramitiche (ma con notevoli diversità interne). Nel mondo sono inoltre presenti forme diversissime di famiglie, con molti più componenti, molti più intrecci di relazioni, finalità differenti. Così come si è evoluta nel tempo e nei luoghi, in quanto costruzione sociale, la famiglia è tuttora in evoluzione, in forme diverse e contraddittorie. Intendere la famiglia come un cristallo immoto, determinato da una naturale finalità, rende ciechi di fronte alla possibilità di analisi serie a salvaguardia dei componenti più deboli; comporta sotterfugi, menzogne, violenze inevitabili in un modello rigido gravato da tale fardello ideologico ed emotivo. La difesa strenua, ostinata, fideistica, di una famiglia di questo genere può essere a malapena concepibile in una ristretta comunità religiosa ma non in uno Stato laico del terzo millennio.

La conclusione che voglio proporre è a questo punto abbastanza ovvia: “famiglia” è un concetto storico, cangiante, che non può essere sottoposto a stereotipie edulcorate a fini conservativi; se i cattolici propongono un loro modello, legittimo come qualunque altro sotto il profilo della mera adesione a valori, uno Stato laico deve invece affermare una visione superiore, trasversale, funzionale e inclusiva; la recente sensibilizzazione dell’opinione pubblica, che mi pare crescente, verso i matrimoni omosessuali, sono un indicatore sociale molto preciso verso la necessità di un’apertura legislativa in questo senso. La difesa della Legge 194 (di cui ho parlato in un altro post), la semplificazione della normativa sui divorzi (il cosiddetto “divorzio breve” di cui si sta discutendo in Parlamento), il potenziamento dei servizi sociali e sanitari per donne e minori sono altre azioni importantissime che ci si attende dallo Stato di tutti i cittadini, cattolici (che hanno la libertà di non divorziare, di non abortire e così via) e non cattolici.

7 commenti

  • Grazie dottore. Spero di non dire banalità speculando che anche in altri periodi storici l’unione familiare, pur senza evidenziare la frequente conflittualità esteriore oggi rilevabile, sia stata spesso luogo di sopraffazione fisica o morale, in funzione dello stato di dipendenza sociale, economica, culturale di donne e figli, solo che veniva nascosta all’esterno o accettata come dato di fatto. Forse la famiglia cristiana tutta amore e rispetto, non solo fatica ad esistere nella sociatà attuale, ma era spesso in passato solo un rappresentazione esterna che nascondeva, nella migliore delle ipotesi, una subalternità femminile. Con ció non significa che la famiglia cristiana non sia possibile, solo, come lei evidenzia, non é un assoluto antropologico, non lo é mai stato. Cari saluti.

    • Completamente d’accordo. La violenza c’è sempre stata. L’infedeltà anche… Ciò che è successo nel passato è oggetto di inferenze, ma su ciò che accade oggi ci sono dati e riscontri, come documentati nel post; e a me interessava un’analisi contemporanea.

  • Sono sempre esistiti casi di violenza in famiglia come in tutte le parti, per un’ovvio motivo: la violenza fa parte dell’essere umano sin dagli albori.
    Se si studia bene la storia, senza letture ideologiche e pregiudizi, si scopre che la nascita della famiglia è servita per minimizzare e limitare la violenza.

    Risulta molto più probabile che la violenza riguarda casi di infanzie vissute senza famiglia che con essa.
    La fine della famiglia significherebbe anche la fine di molta solidarietà e l’altruismo, essendo essi delle sublimazioni di pulsioni.
    Essenzialmente si tornerebbe allo stato di natura, che non è la favola Disney che molti credono, ma la lotta di tutti contro tutti, senza radici e senza limiti da rispettare, e il cui unico fine sia quello di assicurarsi la sopravvivenza, anche a scapito degli altri, oltre ogni morale ed etica( creazione religiosa), quindi in tutti i modi possibili(violenti e non)…

    • Nell’articolo non sostengo, né esplicitamente né implicitamente, una “fine della famiglia” e un ritorno allo “stato di natura”, impossibile prima ancora che non auspicabile. Sottolineo, e denuncio, l’ipocrisia attorno a un concetto edulcorato e inesistente di famiglia ideale e “naturale”.

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