Regeni e quei pessimi mediorientali nostri alleati

sacha-baron-cohen-il-dittatore_mid.jpg

Il caso Regeni occupa giustamente le pagine dei nostri giornali e il tempo di moltissimi commentatori per la totale non credibilità delle autorità del Cairo e l’inaccettabilità delle diverse sciocche ricostruzioni finora date alla morte del giovane ricercatore italiano. Siamo sconcertati, anche come redazione HR, e come tutti i cittadini italiani vogliamo la verità, non una generica e inattendibile verità di comodo per mettere la parola “Fine” alla vicenda. Il nostro è un cordoglio sincero che si accompagna all’invito, alle autorità italiane, a fare di tutto, e poi ancora di più, per difendere quanto meno la memoria del povero ragazzo.

Ciò detto, questo non è un post sul caso Regeni.

Regeni fa scalpore in Italia perché è italiano e perché le autorità egiziane hanno veramente fatto di tutto per farsi biasimare ma non è il primo caso e non sarà l’ultimo di una pressoché infinita serie di assassinii, brutalità, torture, imprigionamenti, censure che un discreto numero di nostri alleati compie quotidianamente sui propri cittadini e su cittadini stranieri nell’assoluto silenzio occidentale. Perché questi alleati ci vendono gas e petrolio; perché ci sono bilance commerciali interessanti; perché ci piace andare in vacanza da loro; perché sono ostili ai terroristi salafiti…

Vorrei partire proprio dall’Egitto. Come per un’abbondante parte del Medio Oriente, la storia recente dell’Egitto ha a che fare con le debolezze e successiva caduta dell’Impero Ottomano, e con la conseguente e immediata ingerenza di potenze europee (prima di tutto Gran Bretagna, ma in questo caso anche Francia) che avevano grandi interessi economici nell’area (nel caso dell’Egitto primariamente il controllo del Canale di Suez); solo in seguito alla Seconda Guerra Mondiale il colpo di stato dei “liberi ufficiali” guidati da Naguib e Nasser (1952) impose un’indipendenza dall’occidente cui seguirono episodi sanguinosi che coinvolsero molte altre potenze fra le quali Unione Sovietica e Stati Uniti. Attenzione ora: da Nasser a Sadat e quindi Mubarak, costretto alle dimissioni da proteste di piazza nel 2011, l’Egitto è stato governato per sessant’anni da militari con artifici costituzionali arbitrari che hanno consentito per esempio a Mubarak di governare per quasi trent’anni con una facciata di legalità assolutamente risibile. Militari sempre attivi contro i Fratelli musulmani, sempre alleati, in forme più o meno esplicite, con l’Occidente. E gli occidentali hanno fatto affari d’oro. L’Italia è il primo partner commerciale europeo dell’Egitto e il terzo nel mondo: comperiamo petrolio e vendiamo loro macchinari (fonte), anche se gli affari in questi ultimi anni sono andati meno bene per ovvie ragioni. Ma torniamo alla storia recente dell’Egitto; dopo 18 giorni di manifestazioni di piazza e 800 egiziani morti, l’11 Febbraio 2011 Mubarak si dimette; dopo un anno di potere del Consiglio superiore delle forze armate si fanno libere elezioni e chi vince? Mohamed Morsi, leader dei Fratelli musulmani, quelli cattivi con la faccia appena appena vagamente buona. Morsi se la gioca malissimo sin da subito, mostrando concretamente la sua vocazione dispotica contro la quale gli egiziani scendono nuovamente in piazza; il 3 Luglio 2013, sull’onda della protesta popolare, il generale al-Sisi realizza un colpo di stato e si insedia al potere. Tutto normalizzato. E se leggete il dossier della Farnesina Info Mercati Esteri. Egitto non potete non cogliere l’ottimismo dei rapporti bilaterali e l’assoluta assenza a qualunque critica del regime. Eppure questo è il profilo in breve che Amnesty International offre dell’Egitto:

The human rights situation continued to deteriorate. The authorities arbitrarily restricted the rights to freedom of expression, association and peaceful assembly, enacted a draconian new anti-terrorism law, and arrested and imprisoned government critics and political opposition leaders and activists, subjecting some to enforced disappearance. The security forces used excessive force against protesters, refugees, asylum-seekers and migrants. Detainees faced torture and other ill-treatment. Courts handed down hundreds of death sentences and lengthy prison sentences after grossly unfair mass trials. There was a critical lack of accountability; most human rights violations were committed with impunity. Women and members of religious minorities were subject to discrimination and inadequately protected against violence. People were arrested and tried on charges of “debauchery” for their perceived sexual orientation or gender identity. The army forcibly evicted communities from their homes along the border with Gaza. Executions were carried out following grossly unfair trials. (fonte; QUI il Rapporto completo)

Il povero Regeni è finito suo malgrado in questa rete di violazioni e abusi contro dissidenti, giornalisti, ficcanaso. Non ha importanza se al-Sisi lo abbia saputo o ordinato; probabilmente al-Sisi ha saputo tutto in seguito; ai servizi segreti si danno direttive generali e margini discrezionali di manovra, e ogni tanto qualche pasticcio vien fuori come, d’altronde, sappiamo bene anche noi italiani (la Corte di Strasburgo ci ha di recente condannati per il caso Abu Omar).

Considerate che storie in qualche modo simili si sono sviluppate in molte altre parti del Medio Oriente (e non solo). Prendiamo per esempio la Turchia. Fine dell’Impero Ottomano dopo la Prima Guerra Mondiale, minaccia di potenze straniere, sviluppo di un movimento nazionalista (come in Egitto), proclamazione della repubblica nel 1923 a guida di un leader militare, Mustafa Kemal, detto Atatürk (padre dei turchi) che fu un illuminista di straordinaria apertura culturale, laico, liberale. Nel 1938 Atatürk muore; seguì, sulle sue orme, un altro militare, Inönü; poi un civile, Menderes, deposto da un colpo di stato militare nel 1960; negli anni successivi i militari intervennero pesantemente minacciano o realizzando colpi di stato che di fatto mantennero la Turchia in mano ai militari (direttamente o indirettamente) fino al 2002, anno in cui il Partito per la Giustizia e lo Sviluppo di Erdogan prese il potere. Poiché rischio di annoiarvi salto alle conclusioni per quanto riguarda la Turchia: progressiva perdita dell’identità moderata a favore di una di stampo islamista-autoritaria; crescente e feroce repressione delle libertà di espressione, repressione dei curdi, ambiguo (è un eufemismo benevolo) atteggiamento verso il terrorismo Daesh. Della Turchia ecco il profilo breve di Amnesty International:

The human rights situation deteriorated markedly following parliamentary elections in June and the outbreak of violence between the Kurdistan Workers’ Party (PKK) and the Turkish armed forces in July. The media faced unprecedented pressure from the government; free expression online and offline suffered significantly. The right to freedom of peaceful assembly continued to be violated. Cases of excessive use of force by police and ill-treatment in detention increased. Impunity for human rights abuses persisted. The independence of the judiciary was further eroded. Separate suicide bombings attributed to the armed group Islamic State (IS) targeting left-wing and pro-Kurdish activists and demonstrators killed 139 people. An estimated 2.5 million refugees and asylum-seekers were accommodated in Turkey but individuals increasingly faced arbitrary detention and deportation as the government negotiated a migration deal with the EU. (fonte e link per approfondimenti)

Però l’Italia è il quarto Paese verso cui la Turchia esporta e il quinto dal quale importa per giri d’affari vertiginosi (quasi 10 miliardi di euro di prodotti importati nel 2015 (fonte); è il quinto partner commerciale dell’Unione (fonte); è membro della Nato (in virtù di un passato laico e filo-occidentale ormai sconfessato da Erdogan). Insomma, sembra difficile fare a meno della Turchia se guardiamo a questi aspetti economici e strategici, e in fondo se mette in galera qualche giornalista a noi non deve importare più di tanto, no?

Anche se avete capito chiaramente quel che intendo segnalare vorrei concludere col principe degli stati-canaglia dell’area: l’Arabia Saudita, ma ve la farò breve perché ormai sarete stanchi. Il profilo di Amnesty è il seguente:

The government continued to severely restrict freedoms of expression, association and assembly. The authorities arrested, prosecuted and imprisoned human rights defenders and government critics, including under the 2014 anti-terror law, often after unfair trials. Some of those detained were prisoners of conscience. Torture and other ill-treatment of detainees remained common. Unfair trials continued before the Specialized Criminal Court (SCC), a special court for hearing terrorism-related cases, with some trials resulting in death sentences. Discrimination against the Shi’a minority remained entrenched; some Shi’a activists were on death row awaiting execution. Women faced discrimination in law and in practice and were inadequately protected against sexual and other violence. Thousands of migrants were summarily expelled, many to countries where they were at risk of serious human rights violations. The authorities used the death penalty extensively and carried out more than 150 executions (fonte e link per approfondimenti).

Ma anche qui, quanti interessi girano! L’Italia era il settimo fornitore dell’Arabia Saudita nel 2014 (fonte) e malgrado la pessima recente strategia petrolifera dei sauditi il loro ruolo economico resta determinante nell’economia globale. Malgrado sia il maggiore importatore di armi al mondo – vendute anche da noi (ne abbiamo già parlato su HR) – che finiscono per equipaggiare il Daesh, malgrado la terribile repressione di cristiani, donne, omosessuali, intellettuali e via discorrendo, malgrado tutto, ma proprio tutto, mai come in questo caso pecunia non olet.

Un Occidente artefice delle divisioni mediorientali e del suo attuale disfacimento fa da decenni affari con dittatori, golpisti, satrapi, torturatori e doppiogiochisti; affari. Loro ci vendono petrolio, presidiano aree strategiche ammiccando a governi occidentali che disprezzano profondamente e ridendo, probabilmente, della nostra inanità. Noi li riveriamo scandalosamente (vomitevole il baciamano di Berlusconi a Gheddafi, e se la Libia non è esattamente nel Medio Oriente il concetto è il medesimo), noi accettiamo accordi di medio e lungo termine sfavorevoli per piccoli e vaghi vantaggi immediati (come quello fra UE e Turchia sugli immigrati), noi chiudiamo occhi, bocche e coscienze di fronte violazioni palesi di ogni diritto, di ogni minoranza, di ogni giustizia. Purché non tocchino un italiano.

(In copertina: Sacha Baron Cohen interpreta “Il dittatore”, 2012)

2 commenti

  • areyooureallysayingthis

    Un punto: nella costituzione di Ataturk l’esercito era il garante della laicità dello stato. Quindi parlare di golpe militare non è del tutto corretto, qualora i militari intervengano in base a quato principio. Non a caso una delle prime cose fatte da Erdogan è stata la sostituzione dei vertici militari.

  • Iacopo Maffi

    A voler essere history geek l’esercito è al potere, in Egitto, fin dall’epoca dei Mamelucchi, iniziata tipo pelle 1256.

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...