Lo spettro delle farmacoresistenze

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Era necessaria la notizia di un super-batterio made in USA, per rispolverare la consapevolezza di quanto possa essere pericoloso coltivare la farmacoresistenza. In realtà, da novembre 2015 nel resto del globo (Europa, Asia, Africa e Sud America) si sono registrati casi di pazienti infettati da batteri resistenti alla colistina.

La resistenza ad un antibiotico non è, di per sé, un evento straordinario né così funesto. Laddove un farmaco non riesce ad agire, un altro è normalmente in grado di sopperire. La vicenda si complica quando la resistenza diventa multipla tanto da richiedere, a volte, l’impiego di farmaci definiti last resort che, per ignoranza, pigrizia o semplicemente superficialità, rischiamo di rendere del tutto inefficaci.

Per comprendere al meglio il come e il perché questo possa accadere, è necessario avvalerci di una piccola introduzione tecnica sull’argomento. In seguito, approfondiremo il problema dell’impiego massiccio di antibiotici nelle attività umane.

Perché la colistina è così importante. La colistina, insieme a pochi altri “colleghi”, ha rappresentato fino ad oggi l’”atomica” degli antibiotici, l’ultima ratio da usare solo nel caso in cui tutte le altre armi non siano state in grado di neutralizzare il nemico. Forse non è più così, il fatto che i casi registrati siano ancora pochi e sporadici non è sufficiente ad abbassare il nostro livello di guardia. Il più temuto responsabile della resistenza alla colistina è il gene mcr-1, scoperto per la prima volta in un ceppo di E.coli, un batterio normalmente presente nel tratto digestivo di tutti come commensale, isolato in alcuni maiali in Cina. Si tratta del primo gene, causante resistenza alle polimixine, in grado di trasferirsi orizzontalmente e, per tanto, di poter passare da un batterio ad un altro.

La colistina, e con essa gli antibiotici appartenenti alla famiglia delle polimixine, è ancora oggi molto importante nel trattamento di pazienti immunodepressi. Essi, infatti, possono essere infettati da uno o più patogeni farmacoresistenti, proprio in virtù del basso livello di sorveglianza del suo sistema immunitario. Di fronte ad una farmacoresistenza multipla c’è poco da fare se non appellarsi a qualcosa di più potente, di superiore per effetti curativi e collaterali, ma risolutivo. Il gene mcr-1 rischia di disarmare una categoria di antibiotici la cui efficacia è da preservare ad ogni costo.

L’antibioticoresistenza. Un batterio ha, sostanzialmente, una struttura molto più semplice, se comparata a quella delle cellule umane. Non ha un nucleo definito, non ha numerosi cromosomi, bensì uno solo, grosso e circolare. Rispetto alle cellule eucariotiche, tuttavia, presenta molto spesso delle “succursali” del genoma chiamate plasmidi: piccole porzioni circolari di DNA in grado di muoversi liberamente ed essere trasmesse da un batterio all’altro attraverso un processo noto con il nome di trasferimento genetico orizzontale.

 

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Fonte: Linkiesta

Potremmo, infatti, sostenere che i batteri siano più sociali e cooperativi degli esseri umani, se solo ponessimo maggiore attenzione a con quanta efficacia e dedizione essi condividono e si trasmettono informazione genetica, in particolare riguardante virulenza e resistenza. È proprio da questa cooperazione che dobbiamo guardarci e da cui deriva la preoccupazione generale degli enti sanitari nazionali e sovranazionali.
Il rischio di un batterio resistente non è limitato a ciò che lo riguarda in senso stretto. La capacità di vincere l’azione dell’antibiotico da parte di un batterio innocuo, infatti, è una possibilità di sopravvivenza in più anche per quello virulento: se presente su di un plasmide, il gene responsabile della farmacoresistenza può essere trasmesso dal primo al secondo senza colpo ferire, a volte anche se i due appartengono a specie diverse. Questo meccanismo diviene tanto più potente quanto più frequentemente selezioniamo, con il nostro comportamento scorretto, nuove specie resistenti: così facendo aumentiamo la possibilità di incontro tra batteri resistenti e non, spostando la battaglia su un nuovo livello, un livello su cui non abbiamo ancora le armi per combattere.

Il luogo ideale per la selezione di patogeni altamente resistenti è, incredibilmente, l’ospedale. Il continuo via vai di pazienti sottoposti alle terapie più disparate, il contatto inevitabile ed involontario tra patogeni, la presenza elevata di farmaci ed antibatterici praticamente su ogni superficie, tutto ciò offre l’ambiente perfetto per l’evoluzione di veri e propri “superpoteri”. Non a caso, il problema delle infezioni nosocomiali è da sempre serissimo, lo è ancor di più quando parliamo dei batteri CRE, i cosiddetti resistenti alla classe di antibiotici nota come carbapenemi, in grado di uccidere fino al 50% dei contagiati e, per ovvie ragioni, chiamati batteri-incubo.

2-timeline.pngLa percezione dell’uso degli antibiotici nella società. Dei rischi associati all’uso scorretto ed all’abuso di antibiotici aveva già parlato Ottonieri su queste pagine, sebbene la comunità scientifica ne sia cosciente e ne parli fin dai lontani anni ‘70. Da allora abbiamo imparato ben poco.
Nel grafico a fianco, prodotto dal CDC, sono rapportate sulla linea del tempo le nuove scoperte nell’ambito degli antibiotici e delle resistenze. Ciò che colpisce è il modo in cui gli avvenimenti divengono più fitti nell’ultimo tratto: appena un anno dopo l’introduzione in commercio di un nuovo antibiotico, c’è già un batterio che ha sviluppato l’adeguata resistenza. Al contempo, l’introduzione di nuovi principi attivi sul mercato è andata via via diradandosi. Questo schema sintetizza bene la situazione attuale che vede la concomitanza dello scorretto utilizzo dei farmaci esistenti, che porta al rapido sviluppo di nuove resistenze, e la scarsa ricerca farmaceutica a riguardo. Viviamo in un mondo in cui i batteri corrono più veloci di noi. Quello che, attualmente, si sta cercando di fare è correre ai ripari, anche se non è da escludere un ritorno di fiamma della ricerca di agenti antimicrobici per le industrie farmaceutiche, alla luce degli ultimi sviluppi che vedono ingenti stanziamenti di denaro, da parte di governi come quello Americano, per finanziare la ricerca sul tema.

In generale, la percezione che degli antibiotici ha la società, secondo i dati raccolti dal WHO, è irrealistica. L’argomento è, in generale, il regno dell’approssimazione e dell’automedicazione, guidate spesso da luoghi comuni. È diffusamente accettata l’idea che è possibile interrompere la terapia antibiotica prima della fine del suo ciclo, o utilizzare farmaci che sono andati bene per un parente nella stessa condizione o, peggio ancora, impiegare antimicrobici per la cura di patologie virali, come il raffreddore o l’influenza.
Chiaramente, si tratta di comportamenti scorretti, che si uniscono alla facilità con cui spesso questa particolare classe di farmaci viene prescritta e, al contempo, alla poca fiscalità di alcune farmacie che consentono l’acquisto anche in assenza di prescrizione medica, informazioni riscontrabili negli studi pubblicati tra gli approfondimenti.

Gli antibiotici in agricoltura e zootecnia. Un caso a parte, ma strettamente legato al consumo di antibiotici nell’uomo, è rappresentato dall’impiego di antibiotici nell’allevamento. L’impiego di agenti antimicrobici a scopo veterinario è noto da tempo e, per certi versi, anche ovvio. Così come noi necessitiamo di porre rimedio alle nostre malattie, è necessario farlo anche per gli animali. Sebbene gli antibiotici nascano e siano essenzialmente delle sostanze a scopo terapeutico, il loro impiego nell’allevamento intensivo è ormai diventato profilattico. Date le condizioni opinabili in cui gli animali vengono stabulati, e di cui non si intende parlare in questa sede, il danno economico derivante dal propagarsi di un’infezione sarebbe tanto rilevante da rendere accettabile l’impiego massiccio di antimicrobici.

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Impiego di antibiotici nell’allevamento di bovini (A), pollame (B), suini (B) (Van Boeckel et Al, 2014)

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Impiego di antibiotici in agricoltura (Review on Antimicrobial Resistence, dati del 2011)

I due diversi grafici ci illustrano l’impiego di antibiotici tanto in ambito zootecnico che in agricoltura. La situazione italiana non sembra virtuosa in nessuno dei due ambiti, sebbene vada decisamente meglio nell’ambito dell’allevamento, in cui l’impiego massiccio di antimicrobici è limitato alla Pianura Padana. Anche per questo nel Marzo 2016 il Senato ha approvato una risoluzione volta alla riduzione ed all’impiego consapevole dei farmaci in zootecnia. C’è, quindi, l’intenzione di muoversi nella giusta direzione, all’unisono con gli enti sovranazionali, per combattere, prima di tutto con un corretto comportamento, l’insorgenza delle nuove farmacoresistenze. Il rischio associato all’impiego eccessivo di Antibiotici nell’allevamento è, infatti, spesso sottovalutato. Oltre a rappresentare una problematica per i consumatori di derivati animali, costituisce un rischio per i lavoratori.

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Molti degli agenti antimicrobici attualmente impiegati per uso veterinario, sono importanti anche per la salute umana. Prendendo ad esempio i farmaci approvati a questo scopo dalla FDA, in tutto 41, ben 31 sono classificati come di rilievo per la salute umana. Aumentare la resistenza nel bestiame ad anche uno di questi 31 antibiotici, può comportare un danno per la salute collettiva e facilitare l’insorgenza di zoonosi, malattie in grado di compiere un salto di specie ed originare epidemie, argomento di cui vi abbiamo già parlato qui e di cui si sono occupate recentemente lo European Center for Disease Prevention and Control (ECDC) e la European Food Safety Authority (EFSA). Nel loro rapporto contenente i dati relativi al 2014, di cui vi forniamo il link alla fine dell’articolo, è riportato come l’uso intensivo di antibiotici in allevamento abbia portato allo sviluppo di resistenze proprio in quei batteri già noti perché in grado di causare zoonosi, come Campylobacter e Salmonella, famosi tra l’altro perché veicolati da cibo contaminato.

Conclusioni. Attualmente, il nostro paese è tra i più ghiotti consumatori di antibiotici, tanto in ambito strettamente sanitario, quanto in agricoltura e zootecnia. In questo humus affonda le radici il problema delle resistenze, sempre più reale e pressante anche alla luce della scoperta mcr-1, responsabile della resistenza alla colistina e, ahimé, trasmissibile da un batterio ad un altro. La politica europea in materia di antibiotici è sempre stata all’avanguardia e, proprio negli ultimi anni, si è premurata di lavorare ad un documento unico per regolare l’impiego di farmaci antimicrobici tanto a scopo umano, quanto animale. L’Italia, adeguandosi, ha approvato a Marzo di quest’anno una mozione a riguardo e dimostra, quindi, di non voler trascurare il problema, almeno in teoria. La politica internazionale, compresa quella americana, ha tutto l’interesse di fare quanto è in suo potere per far ripartire la ricerca sul tema degli agenti antimicrobici e di regolarne, in vista dello sviluppo di resistenze anche ai cosiddetti last resort. È necessaria unità su questo punto, soprattutto all’ombra dello spettro del TTIP, che potrebbe far decadere il grande impegno europeo in materia sanitaria in favore del libero mercato.
Cosa intende fare, tuttavia, la società? Come abbiamo già ripetuto più volte, la salute è materia della collettività e prevede che i gesti del singolo siano pensati in funzione della loro proiezione sulla società. La ricerca del nuovo richiede del tempo, la prevenzione è invece qualcosa di immediato. La diffusione della vaccinazione anche per malattie di origine batterica, che è già disponibile per molti patogeni, soprattutto in ambito zootecnico, ma anche in ambito umano, può realmente ridurre l’impiego di antibiotici ed aiutare a contenere il problema.

Alla voglia di fare, quindi, non resta che far seguire il fare e la diffusione di un’informazione corretta e puntuale che consenta a tutti noi di fare le scelte giuste e a chi sbaglia, avendo la responsabilità della salute di molti, di pagare il giusto prezzo.

Per saperne di più:

Contributo scritto per Hic Rhodus da Silvia D’Amico 
PhD Student in Biologia Molecolare, appassionata di scienza in 
genere, fotografia, musica e tutto quanto è realmente interessante.

3 commenti

  • Grazie del contributo dottoressa. Già avevo letto che se sommiamo il consumo zootecnico di antibiotici italiano (molto spesso in profilassi in alcune situazioni critiche di allevamento) con quello per uso umano, l’Italia é al primo posto, ed anche come consumo pro-capite nell’uomo, in testa ci siamo noi e la Grecia. Ció detto ci sono alcuni aspetti dei grafici che non mi sono chiari, probabilmente per mia incompetenza ma ci terrei a parlarne, se non disturbo. A giudicare dalle cartine geografiche che riportano il consumo zootecnico quantitativamente legato al colore l’Italia non ne uscirebbe così male (la Francia e la Germania molto peggio ad es.) ma il dato aggregato invece non ci premia, come risaputo: a cosa è dovuta questa discrepanza? Una questione di raccolta dati che non rende la densità dei capi trattati nelle singole aree? Poi mi piacerebbe capire cosa si intende per uso in agricoltura degli antibiotici visto che la maggioranza dei pesticidi agricoli sono diserbanti e antimicotici: forse l’uso su tutta la catena produttiva zootecnia compresa? (che così il dato torna). Infine mi par di ricordare che la parola antimicrobico (usata prima delle carte geografiche) comprenda categorie di prodotti come antisettici/disinfettanti di cute o ambientali che non pongono, se non in minima parte che io sappia, le problematiche di induzione di resistenza degli antibiotici dato che spesso agiscono con meccanismi di denaturazione: è un refuso o un volontario utilizzo di una parola che allarga il campo delle sostanze valutate? Grazie e cari saluti

    • Silvia D'Amico

      Grazie innanzitutto per il commento puntuale e per aver letto l’articolo.

      Una grossa problematica relativa alla statistica sull’impiego e sul consumo di antibiotici è legata certamente alla raccolta dati. Purtroppo, c’è molta variabilità nel modo in cui essi vengono raccolti e analizzati a seconda del gruppo di ricerca operante. Anche per questo ho preferito fornire due grafici di natura e provenienza diverse. Una prima giustificazione della discrepanza è dovuta alla differenza temporale esistente tra le due raccolte dati (il grafico sulla zootecnia è successivo a quello che parla di agricoltura). Inoltre, una certa componente è anche dovuta alla separazione tra le categorie di allevamento adottate nel primo grafico. Più nel dettaglio, il secondo grafico fa riferimento al dato sull’agricoltura. Questo, almeno in teoria, non dovrebbe tener conto esclusivamente dell’impiego in allevamento, ma anche dell’impiego indiretto in agricoltura in senso stretto, attraverso l’uso fertilizzanti di origine animale che spesso contengono una forte componente antibiotica, derivante di certo dalle condizioni degli allevamenti di provenienza. Quindi si, possiamo dire che il secondo grafico fa riferimento all’impiego su tutta la catena produttiva.
      Per quanto riguarda gli antimicrobici è effettivamente necessaria una precisazione. Sono certamente una categoria più ampia di composti, naturali e di sintesi, che hanno funzione tanto batteriostatica quanto battericida. Non solo, racchiudono in sé tutte quelle sostanze in grado di uccidere microrganismi diversi rispetto ai batteri, come funghi e protozoi.
      Le due categorie sono in larga parte, anche se non completamente, sovrapponibili. Nel caso specifico, la parola è stata usata volutamente per allargare il discorso a tutta una serie di altri composti che stanno subendo le stesse sorti degli antibiotici in relazione al loro uso eccessivo. Da notare, inoltre, che il termine antibiotico in senso stretto si riferisce a composti di origine naturale con funzione essenzialmente batteriostatica. L’uso del termine antimicrobico ci consente di includere, senza ambiguità, anche quelli di origine sintetica e con funzione battericida.
      Spero di aver risposto alle sue domande.

  • Pingback: Resistenza agli #antibiotici: allarme continuo, ma senza esito | il ragionevole dubbio

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