Mangeremo tutti OGM. In un TTIP

Non so bene cosa detti l’agenda delle priorità nelle coscienze collettive. Non è solo questione di diritti calpestati di cui indignarsi, notizie drammatiche che coinvolgono emotivamente, non è questione di manipolazione massmediale… Forse siamo semplicemente entrati in un’era in cui si consuma tutto troppo velocemente e fatichiamo a capire quali siano le cose fondamentali, quelle solo importanti e quelle trascurabili. Così ci accapigliamo sulle riforme istituzionali (importanti), chiacchieriamo sul seno nudo della Ministra (trascurabile) e semmai ci lasciamo passare sulla testa, inconsapevoli, notizie che cambieranno in peggio la nostra vita nell’imminente prossimo futuro, come la minaccia alla Network Neutrality di cui ha parlato Ottonieri la settimana scorsa o come l’accordo Ttip che minaccia di renderci tutti asserviti agli interessi delle multinazionali americane di cui vi parlo in questo articolo.

Poiché l’ultima riga qui sopra ha il sapore tipico della drammaticità complottista, inusuale per Hic Rhodus, userò pochissime parole mie e mi baserò ampiamente su testi altrui per spiegarvi cosa sia il Ttip e quali conseguenze avrà sulla nostra vita (che sono molte e articolate, inclusa la diffusione degli OGM indicata nel titolo); a questo proposito i link proposti nelle Risorse finali sono più numerosi del solito, per fornire strumenti autonomi ai nostri lettori.

Cos’è il trattato americano-europeo denominato Ttip. L’accordo di partenariato transatlantico (Ttip) negoziato a partire dal luglio 2013 tra Stati uniti e Unione europea è una versione modificata del Mai (accordo fallito una quindicina d’anni fa sull’onda della forte protesta popolare).

Esso prevede che le legislazioni in vigore sulle due coste dell’Atlantico si pieghino alle regole del libero scambio stabilite da e per le grandi aziende europee e statunitensi, sotto pena di sanzioni commerciali per il paese trasgressore, o di una riparazione di diversi milioni di euro a favore dei querelanti.

Il Ttip unisce aggravandoli gli elementi più nefasti degli accordi conclusi in passato. Se dovesse entrare in vigore, i privilegi delle multinazionali avrebbero forza di legge e legherebbero completamente le mani dei governanti. Impermeabile alle alternanze politiche e alle mobilitazioni popolari, esso si applicherebbe per amore o per forza poiché le sue disposizioni potrebbero essere emendate solo con il consenso unanime di tutti i paesi firmatari. Ciò riprodurrebbe in Europa lo spirito e le modalità del suo modello asiatico, l’Accordo di partenariato transpacifico (Trans-pacific partnership, Tpp), attualmente in corso di adozione in dodici paesi dopo essere stato fortemente promosso dagli ambienti d’affari.

Insieme, il Ttip e il Tpp formerebbero un impero economico capace di dettare le proprie condizioni al di fuori delle sue frontiere: qualunque paese cercasse di tessere relazioni commerciali con gli Stati uniti e l’Unione europea si troverebbe costretto ad adottare tali e quali le regole vigenti all’interno del loro mercato comune (Lori Wallach, Le Monde Diplomatique).

Che cosa regolerà il Ttip. Condotto in grande segretezza, il processo di costruzione dell’accordo, che dovrebbe concludersi a breve, riguarda sicurezza degli alimenti, norme sulla tossicità, assicurazione sanitaria, prezzo dei medicinali, libertà della Rete, protezione della privacy, energia, cultura, diritti d’autore, risorse naturali, formazione professionale, strutture pubbliche, immigrazione… in una parola tutto ciò che è passibile di interesse commerciale o che può incidere sugli interessi commerciali, come le legislazioni sul lavoro che non potrebbero contenere norme a qualunque titolo di ostacolo alla libera impresa per come indicata nel trattato. La storia degli OGM, che abbiamo utilizzato in maniera emblematica nella titolazione, è parte delle conseguenze di questo accordo in maniera simbolicamente esemplificativa; onestamente io non sono né a favore né contrario agli OGM e non voglio partecipare a un dibattito molto ideologico; ma voglio capire e voglio essere tutelato, mentre l’accordo Ttip impedirebbe alle autorità nazionali di prendere una posizione, per esempio impedendo alle aziende produttrici di non indicare in etichetta la presenza di OGM (già nelle attuali regole del WTO c’è il divieto di porre limiti all’importazione di questi prodotti e l’Unione Europea è stata oggetto di penali di diversi milioni per il suo rifiuto di importarli).

Anche se le questioni aperte sono molteplici, il dibattito internazionale sembra concentrato in particolare sulla sicurezza alimentare (fondamentale, certo, ma a mio avviso non unico tema “caldo”). Le divergenze fra USA e EU in questo campo sono molteplici, e riguardano specialmente:

99 Mangeremo tutti OGM 1

(fonte: www.grain.org).

I critici del Ttip (che sono una marea, difficile trovare in Rete commenti solo elogiativi) sottolineano come il trattato, diversamente dagli usuali accordi commerciali, segni un cambiamento importante proprio nella capacità di imporre gli interessi delle parti commerciali sopra quella dei Paesi firmatari:

Rather than “trade”, these agreements are really about creating legalised straightjackets to strengthen the power of transnational corporations while correspondingly diminishing the rights of governments to control them. […] the major components of the TTIP are ‘regulatory coherence’; the creation of a Regulatory Cooperation Committee to perpetuate this ‘coherence’; and something known as ‘investor State Dispute Settlement’ (Linda Kaucher, International Business Times, 15 gennaio 2014).

In che modo il Ttip potrà imporre il suo volere ai singoli Stati. Questa è la parte più interessante e preoccupante. Ovvio: è un trattato, se viene firmato deve essere rispettato; se viene trasgredito si ricorre al diritto internazionale, si fanno pagare penali, si impone il rispetto delle regole. Il fatto che il trattato sia europeo e non italiano, francese etc. non cambia la sostanza se non in peggio, in quanto tutto diventa fumoso, distante, opera e interesse di specialisti a Bruxelles… A leggere il mandato europeo, tramite il quale (in nome e per conto di tutti i cittadini europei aderenti all’Unione) si sta negoziando, il processo di “liberalizzazione” (che in sé appare una cosa buona) prevede il cambiamento delle regole nazionali giudicate di ostacolo:

The Agreement should provide for the progressive and reciprocal liberalisation of trade and investment in goods and services as well as rules on trade and investment related issues with particular focus in removing unnecessary regulatory barriers (UE Draft Mandate, Recommendation for a Council Decision […], Strasbourg 12.3.2013, p. 13; sottolineatura mia).

E chi deciderà quali siano le regole non necessarie, quelle che minacciano il libero scambio?

Un perverso meccanismo chiamato investor-state dispute settlement, previsto nel trattato, che si sottrae ai parlamenti e tribunali nazionali. Quindi se, per fare un esempio, l’Italia trasgredisse alla liberalizzazione degli OGM (per restare nel tema del titolo), il giudizio verrebbe preso da una “corte” arbitrale internazionale che avrebbe titolo di sanzionare l’Italia. E sulla composizione di questi strumenti arbitrali, e loro scarsissima autonomia giuridica al di fuori delle lobby commerciali intenzionate a far valere i propri diritti, vi rimando all’articolo di Wallach già citato.

In conclusione, i corni del dilemma sembrano essere i seguenti: l’accordo commerciale – sostengono i suoi fautori – favorendo lo scambio di merci e servizi e superando così, di slancio, le numerose controversie fra Stati Uniti ed Europa (spesso dovute ai più alti standard di sicurezza europei, specie in campo alimentare), produrranno ricchezza, lavoro e benessere in un periodo in cui l’Europa soffre di una stagnazione di cui non si vede uscita. Liberalizzare; intraprendere; commerciare liberamente: questo è il credo iperliberista che guida ovviamente gli interessi delle potentissime lobby che – sostengono in molti e non è difficile da credere – spingono per l’accordo. D’altra parte la segretezza sui dettagli dell’accordo (che sarà reso noto nella sua interezza solo dopo la firma), l’oggettiva perdita di sovranità dei Paesi firmatari nelle materie oggetto di accordo, l’impossibilità di garantire standard che in Europa sono, al momento e su diverse materie, piuttosto elevati a tutela dei cittadini, lasciano presagire conseguenze negative che moltissimi oppositori sono impegnati in tutta Europa a contrastare. Ma non in Italia, dove del Ttip non si parla proprio, forse perché tema in mano alla sinistra e alle organizzazioni ecologiste e quindi giudicato “di parte”. E Renzi – dopo i colloqui con Obama – preme per chiudere l’accordo il prima possibile

Risorse:

Una selezione in italiano:

Una selezione in inglese:

2 commenti

  • Ebbene di questa storia non sapevo praticamente nulla. Se non ne aveste scritto voi, probabilmente mi sarei trovata un TTIP in testa senza nemmeno avere il tempo di “provare” a mettere un casco. Intanto grazie, per commenti più critici è il caso di aspettare che abbia letto tutto il materiale informativo del caso.

  • Anch’io ne sapevo davvero poco, e questo DI PER SÈ è gravissimo: un trattato che impegna l’Europa in un ambito così generale, importante e IRREVERSIBILE, e che ha delle conseguenze così “nefaste” sull’ambiente, sulle aziende, ecc., non può essere deciso solo dai rappresentanti dei cittadini, senza sapere cosa questi ne pensano, o meglio (come io credo che sia in questo caso): senza lasciar loro la possibilità di esprimere un parere, che sarebbe sicuramente negativo per almeno il 70% delle persone.
    La sola mancanza di informazione sarebbe sufficiente a delegittimare coloro che stanno per firmare il trattato, ma il contenuto del trattato è molto più forte, e fatico a pensare che ci sia qualcuno che lo conosce e che lo sostiene senza essere un colluso.
    Inoltre siamo di fatto tenuti come colonia americana per molti aspetti, assolutamente non voglio che le multinazionali (soprattutto americane) possano decidere dello sviluppo della società, secondo la peggiore “mentalità americana”.

    [Commento sintetizzato redazionalmente per ragioni di spazio]

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