Il calcio italiano, dai ricchi scemi agli utili idioti?

Borgorosso

Si è appena conclusa la tragicomica vicenda dell’elezione del nuovo Presidente della FIGC, la Federazione Calcio italiana, con la nomina di Carlo Tavecchio, già presidente della Lega Dilettanti. Come si sa, Tavecchio, un settantunenne apparentemente destinato a essere un candidato “istituzionale” e piuttosto grigio, è diventato improvvisamente noto per una sua improvvida dichiarazione di sfondo razzista. Se questo incidente non è bastato a impedirgli di essere eletto a rappresentare il nostro calcio, è forse però una buona ragione per dedicare una breve riflessione alla degenerazione del mondo del calcio in Italia, osservando il fenomeno senza posizioni di parte da difendere.

Come mia abitudine, anche in questo campo un po’ particolare (ma che non dovrebbe essere troppo particolare), comincio con dei numeri. Il declino del calcio italiano infatti è facilmente misurabile:

  • La nazionale italiana è al 14° posto della classifica FIFA, preceduta da squadre come Belgio (5°), Svizzera (9°), Cile (12°) e Grecia (13°).
  • Nella classifica UEFA delle migliori squadre di club europee, non c’è nessuna italiana nelle prime dieci. Solo 14° è il Milan, mentre le altre italiane sono dopo il ventesimo posto.
  • Un po’ meglio figuriamo nella classifica stilata da Forbes del valore economico delle società di calcio europee: Milan e Juventus sono all’ottavo e nono posto, ma “valgono” un quarto del Real Madrid, e sono precedute dalle principali squadre spagnole, inglesi e tedesche.
  • Uno studio di Deloitte di qualche mese fa posiziona in modo simile le squadre italiane, aggiungendo che il loro posizionamento economico complessivo è in calo, specialmente perché praticamente solo la Juventus ha uno stadio di proprietà.
  • Il campionato italiano è quello in cui ai giovani talenti nazionali viene dato meno spazio, come ha rilevato la Gazzetta dello Sport. Qui sotto si vede ad esempio che da noi sono pochissimi i giocatori che vengono portati in prima squadra dopo essersi formati nel “vivaio”.

Fonte: Gazzetta dello Sport

Certo, il calcio non è solo numeri; è anche tecnica, stile, sportività, spirito di squadra, socializzazione… ahimè, non sono certo parametri in cui mi sentirei di dire che le cose da noi vadano particolarmente bene, tanto che il mio compagno d’avventura Bezzicante ha delle buone ragioni quando scrive che forse potremmo semplicemente lasciar perdere il calcio. Io forse sono un po’ più appassionato di lui, e quindi prima di sopprimere il calcio italiano mi piacerebbe che quest’ultimo facesse qualcosa per diventare un fenomeno più normale.

In un certo senso, il nostro calcio infatti è tutto meno che normale. Chi lo segue sa che negli anni è stato teatro di farse e drammi, diversi dei quali a sfondo poliziesco: sotto le bandiere del calcio sono stati commessi i delitti più vari, dai tragici omicidi alle onnipresenti scommesse clandestine, dalle infiltrazioni camorristiche nelle tifoserie alle false fidejussioni, fatti non di rado rimasti impuniti come le violenze negli stadi. Inoltre, intorno al calcio italiano si sviluppa un giro di personaggi come minimo equivoci che sostanzialmente costituiscono una “fascia grigia” che si alimenta dall’enorme circolazione di denaro che circonda il calcio. E, intanto, le nostre società di calcio sono in cronico passivo, nonostante che le entrate dai diritti televisivi crescano anno dopo anno, come dimostra la recente asta per i diritti televisivi, guardacaso condotta in modo opaco e con un esito decisamente “all’italiana”.

Insomma, un’analisi obiettiva indica che il nostro calcio ha bisogno di un cambiamento se non di una vera e propria rivoluzione, da un punto di vista tecnico, economico e istituzionale. Le infrastrutture obsolete e le istituzioni arcaiche sono infatti ancora quelle dei tempi in cui i presidenti delle squadre di Serie A, non a caso ribattezzati ricchi scemi dallo storico Presidente del CONI Giulio Onesti, finanziavano le società con capitali propri, con esiti talvolta in stile Borgorosso Football Club. Che questa rivoluzione sia necessaria lo sanno tutti; ma non a tutti la rivoluzione conviene. Ecco quindi che da un patto di ferro tra alcune società di Serie A, in particolare Lazio e Milan, e le “piccole” delle leghe inferiori è emersa la gattopardesca candidatura di Tavecchio, proprio quando il fallimento dei Mondiali e le conseguenti dimissioni di Abete e Prandelli avrebbero forse consentito un rinnovamento forzoso dei quadri della Federazione.

Ma una Federazione forte, con un Presidente forte, non conviene ai club. Per i presidenti di club può essere molto meglio avere un Presidente azzoppato, che “nasce” con un peccato originale, e del quale il Presidente della Lazio Claudio Lotito può dire “me lo so’ messo sulle spalle” (per trascinarlo oltre il traguardo della nomina), tra il plauso e le risate dei colleghi; non a caso, si dice già che Lotito abbia posto il veto alla candidatura di Mancini a nuovo allenatore della Nazionale. Una Federazione debole lascia campo libero alle manovre dei club, e un Presidente con dei debiti di riconoscenza favorisce la creazione di “cordate” di favori di cui il calcio ha visto esempi oscuri in passato.

Quindi non c’è niente da fare? In realtà sì: il calcio ha ancora un patrimonio enorme di appassionati e di attenzione, e gli sportivi che hanno progressivamente abbandonato gli stadi sono pronti a tornarvi se le condizioni lo consentono, come suggeriscono i “tutto esaurito” che riesce a ottenere uno sport come il rugby quando occupa gli stadi di calcio per le partite delle grandi occasioni. Ma l’indicazione più chiara del potenziale del calcio italiano è, alla fine, economica: come dicevamo, il valore del “prodotto calcio” in Italia è ancora alto, e in termini di diritti TV la Serie A in Europa è seconda solo alla Premier League, come mostra il grafico qui sotto, che peraltro è dell’anno scorso ed è aggiornato all’ultimo accordo della Bundesliga ma non a quello della Serie A che citavamo prima e che ha portato le entrate delle nostre squadre a superare 1 miliardo di Euro.

Ora, volendo essere grossolani, questo grafico rispecchia il valore che il calcio dei diversi Paesi ha per un investitore che lo compra come “materia prima” dei suoi servizi: quello che manca in Italia è “semplicemente” rendere il sistema calcio adeguato al valore naturale del prodotto.

Infatti, il gap finanziario delle squadre italiane rispetto a quelle straniere dipende tutto dalle fonti di reddito gestite in proprio dalle società: innanzitutto gli incassi allo stadio e poi le altre forme accessorie come il merchandising. A questo proposito, tutti gli analisti sono concordi nel concludere che quello di cui le squadre italiane hanno bisogno è costruire degli stadi di proprietà che consentano loro di garantire direttamente il livello di comfort e sicurezza per gli spettatori e di usare lo stadio come “vetrina” e punto di promozione dei prodotti collaterali. Non a caso, la Juventus, che nel 2011 ha fatto esattamente questo, ha già ottenuto notevoli risultati, sia economici che sportivi, ed è anche l’unica squadra italiana che può fare investimenti importanti sul mercato grazie alle nuove fonti di reddito.
Basti osservare che la Juventus, tradizionalmente, aveva una presenza di spettatori allo stadio mediocre, tanto che addirittura Umberto Agnelli, nel 2002, aveva minacciato il pubblico torinese “scarso ed esigente” di andare a giocare le partite interne altrove, realizzando la “minaccia” in alcune partite di Coppa Italia. Nel campionato 2005-2006, l’ultimo giocato in uno stadio di grandi dimensioni (poi fino al 2011 la Juve giocò al nuovo Olimpico dotato di soli 28.000 posti), la media spettatori della Juventus, in un campionato tecnicamente molto brillante, fu di 30.469. Nel 2013-2014, nel nuovo Juventus Stadium capace di 41.000 posti, le presenze medie sono state 38.328, cioè il 26% in più, e soprattutto pari a oltre il 93% di riempimento medio dell’impianto: praticamente lo stadio è sempre tutto esaurito (per i dati dell’ultimo campionato, v. qui). Non è un caso che quasi tutte le principali società di calcio (Milan, InterRomaUdinese, ecc.) progettino di costruire nuovi e moderni impianti; e quello che più conta è che un impianto moderno è anche più sicuro e più accogliente per le famiglie.

Insomma, la strada per la ripresa del calcio da un punto di vista tecnico-economico è chiara a tutti, e semmai il problema per alcune società è trovare i fondi necessari. Però quello che è stato dimostrato con grande evidenza dall’elezione di Tavecchio è che il calcio non fa invece nulla per rinnovarsi istituzionalmente dall’interno: chi vede nella modernizzazione del calcio italiano una minaccia sta facendo “catenaccio”, sapendo di non poter vincere la partita in campo aperto, e sta occupando le poltrone istituzionali grazie alla rete di alleanze difensive di cui dispone. In altre parole, riformare le istituzioni dell’italico pallone rischia di diventare un’altra sfida per la scricchiolante politica italiana, che pure ha altro di cui preoccuparsi. Dovrebbe essere Renzi a sfiduciare il vertice del calcio italiano? In realtà non può, o almeno non direttamente: istituzionalmente, spetta al CONI e al suo Presidente Malagò vigilare, se non per esautorare Tavecchio (Malagò riconosce molte delle cose scritte qui sopra ma ha adottato una posizione sostanzialmente pilatesca sulla sua elezione, salvo poi ipotizzare le dimissioni di Tavecchio…) almeno per fissare degli obiettivi che la FIGC debba rispettare. Insomma, ci sono forse due scenari possibili per la “salvezza” del nostro calcio, ed entrambi a mio avviso richiedono un intervento politico intelligente e non apertamente invasivo:

  1. Un rinnovamento “guidato” dal CONI e da una FIGC che rifiuti di essere ostaggio delle società che hanno interesse a tenere bloccato il sistema (sempre non a caso, la Juventus è stata una delle poche società a opporsi apertamente all’elezione di Tavecchio), probabilmente sotto la silenziosa pressione del Governo.
  2. Uno scardinamento del “catenaccio” da parte di quelle società (almeno Juventus, Inter, Roma) che sono guidate da imprenditori “globali” che desiderano avere i mezzi per competere con i loro equivalenti inglesi e tedeschi e potrebbero costituire la “massa critica” per trascinare con sé l’intera Serie A. Per ottenere questo probabilmente basterebbe che la politica facilitasse la costruzione dei nuovi stadi di cui abbiamo parlato (in questo senso qualcosa è già stato fatto con la “legge sugli stadi”); a quel punto, sarebbe il mercato a vanificare l’inerzia di FIGC e CONI e a imporre l’ingresso di figure imprenditoriali nuove e non compromesse con l’imbarazzante passato di cui abbiamo parlato.

Come conclude l’accurata e intelligente analisi che un sito specializzato addirittura indiano ha dedicato alla crisi del nostro football, “è più che ora che le autorità prendano atto della situazione e agiscano con responsabilità, o il Calcio potrebbe cadere in pezzi molto presto”.

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