I cittadini, il popolo, laggente. E la democrazia

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Non parlerò di Roma e della Raggi, state tranquilli, se non per dire che mai come in questa vicenda si scopre la debolezza dell’orizzonte culturale grillino, specie in tema di politica e democrazia. Dai direttòri alla multa di 150.000 euro in caso di dissidio, dall’idea giustizialista sui condannati in primo grado all’idea (ormai dimenticata, parrebbe) di trasparenza, tutto a partire dalla straordinaria idea dei parlamentari come portavoce di cittadini-sovrani che avrebbero deciso tutto su Internet. Insomma, ciascuno può notare le montanti contraddizioni fra vecchi precetti pentastellati e nuova pragmatica di governo ma, specialmente e di maggiore interesse, ciascuno può farsi finalmente l’idea di come funzioni il rapporto con la gente. Semplicemente non c’è. L’enorme disparità numerica fra iscritti che possono votare on line e decidere (?), simpatizzanti e cittadini che hanno dato loro il voto, mostra un imbuto insostenibile, non dico per un astratto concetto di democrazia ma per la vita di una forza politica che intende capitalizzare il suo successo per candidarsi come forza di governo reale, nel senso di capace.

Il caso Raggi è emblematico: è stata scelta come candidata sindaca con le note procedure on line degli iscritti che l’hanno scelta – fra altri – con 1.724 voti. Da candidata ha ricevuto i voti “veri” di 770.000 elettori romani, la grande maggioranza dei quali, potrei scommettere, non ha affatto votato Virginia Raggi, le sue qualità, la sua capacità politica e il suo programma per la capitale, né apprezzato particolarmente le sue opache apparizioni televisive, ma bensì votato contro la destra tradizionale e contro il PD per lo sfacelo in cui avevano ridotto Roma. 1.724 grillini certificati rappresentano lo 0,15% del corpo elettorale romano (1.147.000 al secondo turno), una percentuale lontanissima dai rapporti di rappresentanza tradizionali degli altri partiti, per quanto criticabili (il confronto con le primarie PD, pur con tutti i problemi che questo sistema ha mostrato, è impietoso). Il M5S mostra di essere, in sostanza, un minuscolo movimento con amplissimi consensi elettorali, dovuti alla crisi della politica e al conseguente emergere dell’antipolitica rappresentata ottimamente dal Movimento e dalla Lega di Salvini (con modalità e successi diversi). Il M5S, in sostanza, gode di un’enorme sovrarappresentazione che pone fortemente il problema di “chi rappresenta esattamente”. Non è sufficiente dire che rappresenta – come tutti – coloro che l’hanno votato.

Non è sufficiente per alcune ragioni – che si presentano differenti nelle altre forze politiche – che reputo importanti, fondative di un rapporto bilanciato e democratico fra élite politica e cittadini governati:

  1. una forza politica senza congressi democraticamente elettivi della maggioranza interna delegata a gestire il partito, è evidentemente verticista, padronale, orientato a logiche monocratiche; una conseguenza è il dirigismo anche riguardo la scelta della classe dirigente che, non votata ma nominata, non può che giurare fedeltà al Capo. Con le dovute eccezioni notoriamente espulse dal Movimento;
  2. l’idea degli iscritti certificati che decidono on line non ha alcuna giustificazione democratica ma rappresenta assai di più l’aspetto del piccolo gruppo, fortemente fidelizzato, radicalizzato, corale; l’abusata analogia con le sette è in gran parte sbagliata sotto il profilo antropologico, ma le difficoltà di iscrizione (non certo insormontabili, ma indubbiamente non apertissime e amichevoli), l’”uso” – se posso usare questa parola – degli iscritti, gestiti a intermittenza secondo logiche comunicative e di opportunità, e l’estrema facilità con la quale si può essere allontanati da quella comunità, certamente mostrano un rapporto asimmetrico e condizionato fra vertici e iscritti;
  3. va aggiunta l’estrema opacità del sistema di votazioni on line che, come è stato già spiegato su questo blog, sono quanto di più vulnerabile in un sistema apertamente democratico.

A queste ragioni pratiche ne vanno aggiunte alcune culturali:

  1. l’ostilità verso l’autonomia degli eletti (mancanza di vincolo di mandato), con tanto di multe per i dissidenti, per la pretesa di essere solo portavoce del volere popolare, senza diritto a idee proprie anche in dissenso; una vera bestemmia democratica di cui abbiamo già parlato;
  2. l’ostilità verso il confronto reale coi cittadini, in confronti pubblici a più voci e con reali contraddittori (niente a che fare con i rituali raduni in piazza, ovviamente).

Tutto ciò compendia in maniera esemplare il concetto di populismo, che se da un lato esalta la virtù del popolo, sede di saggezza e di capacità di autogoverno, dall’altra prevede pratiche verticiste e autoritarie agite in nome e per conto di tale popolo, di cui ci si arroga la pretesa di comprensione e interpretazione (diversamente da tutti gli altri partiti indegni). Il populismo pentastellato, oltre ai suoi riti, ha anche i suoi slogan (“onestà”, “trasparenza”…) che sono stati prima costipati in definizioni ristrette e scarsamente efficaci e poi, più recentemente, messe da parte come arnesi ingombranti. Dovrebbe per esempio apparire ai più che non necessariamente ‘onestà’ ha a che fare con un’indagine a carico o un avviso di garanzia; e che ‘trasparenza’ non significa lo streaming per umiliare Bersani e il non streaming per quasi tutto il resto.

La conclusione è che i paladini populisti della volontà popolare sana, nobile, sempre competente su qualunque argomento, onesta per definizione, altruista per costituzione, sono anche – e in virtù di questa ideologia naïf – prigionieri di una classe dirigente improvvisata e senza esperienze e competenze, di fumosi programmi farciti di fantasiose teorie sociali irrealizzabili, autocentrati e per ciò stesso incapaci di leggere le differenze, le necessarie inclusioni, il dialogo e il sano compromesso. È questa atroce immobilità ideologica e l’inemendabile equivoco sui fondamentali democratici che seppelliscono, a un dato momento, qualunque populismo. Succederà anche per il M5S. Non oggi, non per via di Roma e della Raggi, ma succederà.

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