Dall’uguaglianza al populismo

fascismo  non  è  impedire  di dire, ma obbligare a dire

(Roland Barthes, Lezione, 1977)

Uno dei concetti più evocati dal pensiero politico moderno e contemporaneo è quello di uguaglianza. Anche se presente nel pensiero greco classico (nello stoicismo) e ovviamente nel Cristianesimo, volendo qui parlare di temi politici non è utile andare più in là del ‘6-‘700 e in particolare, per abbreviare questo incipit, delle due grandi rivoluzioni che caratterizzarono il XVIII Secolo, quella americana (1776) e quella francese (1789). Il concetto di uguaglianza è stato declinato in molti modi, e quell’uguaglianza additata dai ribelli americani e dai rivoluzionari francesi ha per esempio pochissimo a che fare con l’uguaglianza invocata da Marx e da Lenin (la voce “Uguaglianza” del Dizionario di filosofia Treccani citato in fondo è sufficientemente chiaro e ad esso rimando).

Volendo restare sull’attualità, mi permetterete di semplificare al massimo indicando due opposti concetti di uguaglianza che oggi si scontrano, anche nel dibattito fra Destra e Sinistra di cui abbiamo già parlato:

  1. l’uguaglianza nelle opportunità di partenza;
  2. l’uguaglianza nelle condizioni d’esistenza finali.

Il primo caso significa immaginare una società in cui funziona una Sanità accessibile a tutti, un reddito minimo disponibile per tutti (principalmente come reddito da lavoro ma eventualmente anche come reddito minimo garantito), una scuola pubblica ben organizzata per tutti e poi, oltre a questi fondamentali diritti universali, tutele per le minoranze, parità di genere etc. Queste disponibilità sono universali e tendono ad evitare per esempio che condizioni familiari, sociali, biologiche svantaggiate conducano i giovani verso minori opportunità e, conseguentemente, a destini deprivati non dipendenti dalle loro reali capacità. Ciò detto, questo modello sociale non evita affatto che una molteplicità di fattori produca, comunque, delle successive disuguaglianze (lavori diversi, redditi diversi…).

Il secondo caso, non escludendo necessariamente le condizioni precedenti, persegue un’uguaglianza che si traduce, nei casi più radicali, in uguale accesso alle risorse, redditi (più o meno) uguali per tutti, uguale accesso alle carriere e così via. In realtà non esiste nessun esempio storico di un egualitarismo così totale, anche se i regimi comunisti più duri e puri hanno in qualche modo tentato, a tratti, di perseguirlo.

La differenza fra i due modelli ha a che fare con l’uguaglianza formale e quella sostanziale. Nel primo caso la società garantisce uguali diritti civili e politici e, in epoca più moderna, alcuni uguali diritti sociali ma quasi nessuno economico, perseguiti invece nel secondo caso. Siamo tutti consapevoli che, in misura diversa, sono entrambi modelli utopistici e scarsamente realizzabili; almeno se guardiamo alla storia. Ma le utopie hanno una loro funzione di stimolo e di guida e quindi, con tutte le implicazioni della modernità, anche oggi reagiamo politicamente orientandoci con uno di questi due modelli in mente; un solo esempio: la cosiddetta flessibilità del lavoro in uscita è figlia della prima idea di uguaglianza, mentre la garanzia del posto di lavoro è figlia del secondo modello. Comunque, con tutti i limiti evidenti che non occorre rammentare, ricordo che l’Occidente più o meno democratico e all’incirca liberale ha sostanzialmente preferito la prima strada, ovvero: garantire (dove più e dove meno, anche molto meno) un’uguaglianza formale dei diritti e delle condizioni di partenza fondamentali per una vita dignitosa, ma non l’uguaglianza sostanziale fra le persone.

Fin qui avrei scritto una semplice appendice al mio precedente post Essere di destra o di sinistra? se questo non mi servisse come introduzione a un nuovo concetto di uguaglianza che vedo prendere piede, almeno in Italia.

Tale nuovo concetto non ha a che fare con l’organizzazione della società in vista della vita dei cittadini ma, al contrario, asserisce una precondizione politica di uguaglianza fra le persone per determinare, a partire da questa, l’organizzazione della società. L’idea che anima tale declinazione egualitaria è sintetizzabile così: le persone sono uguali (moralmente, sociologicamente, politicamente) a prescindere da ogni altra considerazione (intelligenza, competenza…), e quindi possono agire ugualmente e paritariamente la scena politica.

Questa idea sfugge alle precedenti categorie, liberaldemocratica una (dove non si riconosce affatto questa universalità) e socialista-marxista l’altra (nella cui antropologia l’uguaglianza è un obiettivo, non un tratto ascrittivo). Si pone come terza in modo piuttosto eccentrico e, oltre a non essere sostenibile, credo possa produrre danni.

Innanzitutto non è vero che siamo uguali. A prescindere dalle diverse fortune, e restando dentro l’idea egualitaristica di tipo politico, chiunque viaggi, lavori, incontri e discuta constata senza troppa fatica che siamo in realtà tutti diversi. L’intelligenza (che non è ugualmente distribuita), le occasioni esperienziali, formative e culturali (come nascere e crescere in una grande città moderna e aperta oppure in un piccolo villaggio sperduto e chiuso), le successive competenze sviluppate con lo studio, il lavoro, le inclinazioni personali, e via aggiungendo, contribuiscono a far sì che qualcuno diventi ingegnere e qualcun altro poeta, qualcuno abbia il carisma di trascinare gruppi e qualcun altro la capacità operativa di risolvere problemi, qualcuno capisca al volo le implicazioni della politica economica del governo e qualcun altro non ci capisca un’acca… Alcune di queste differenze sono biologiche e ineliminabili (l’intelligenza) e non si configurano come “ingiustizie”, mentre altre indubbiamente sì… Ma non possiamo immaginare, per fare un unico esempio paradossale, di far nascere tutti i bimbi in città moderne e aperte e chiudere, perché poco stimolanti, i piccoli villaggi chiusi… Siamo diversi. Abbiamo capacità diverse, aspirazioni differenti, competenze assolutamente specifiche.

Affermare questa uguaglianza estremizzandone la portata provoca danni, in conseguenza della sua falsità. Nell’egualitarismo fondamentale e fondativo di questo genere gli individui diventano opachi e indistinti in uno sfondo in cui contano in realtà solo come massa. Ciò determina quello che usualmente viene definito populismo, concetto sfaccettato, probabilmente abusato, che qui – in coerenza con alcuni usi attuali – così definisco: Populismo è l’atteggiamento politico che intende far risalire la fonte primaria dell’autorità alla volontà del popolo, ritenuto depositario di virtù e quindi incontestabile nella sua capacità di giudizio (di questo ho parlato in precedenti post, fra i quali Dall’indignazione all’antipolitica e Dal fascismo all’omologazione di massa). La connessione fra questo demagogico egualitarismo e il populismo è basato su due passaggi fondamentali:

  • poiché ciascuno è uguale a chiunque altro, non può far valere competenze specifiche come elemento di differenza e di leadership; le sue competenze (se ne ha) sono donate al gruppo di uguali come parte di un lavoro partecipativo comune;
  • nessuno quindi si staglia dallo sfondo opaco, nessuno deve emergere dal gruppo; ognuno è massa come gli altri; ciascuno è popolo al pari degli altri. Tranne, ovviamente, il Capo…

Il populismo è quindi l’espressione di una (reale? opportunistica?) esaltazione del ruolo del popolo nel suo insieme, come composizione di molteplici individui uguali, dove “ognuno vale uno”, dove nessuno è indispensabile ma neppure particolarmente importante ma dove tutti hanno diritto a decidere (assieme a tutti gli altri) su tutto e tale decisione è sacra (“lo vuole il popolo”, “è il popolo che mi ha eletto”…). Pretendere per esempio – come fa Grillo – di far scegliere al popolo i candidati alla Presidenza della repubblica, le leggi da approvare, la formula migliore della nuova legge elettorale da sostenere e così via, non è un esempio di democrazia diretta, ma un esempio plastico di populismo in salsa Internet dove: i) di fatto è il capo assoluto che decide, semmai orientando la sua base oppure scavalcandola se non conforme ai propri desiderata (il recente “Comunicato politico numero cinquantaquattro” è chiarissimo in merito); ii) la soluzione “tecnologica” (decidere on line) è apparentemente innovativa ma sostanzialmente sospetta perché non controllabile; iii) le questioni oggetto di decisione sono solitamente complesse ma rese apparentemente semplici e alla portata di qualunque “cittadino”.

Il desiderio legittimo di uguaglianza viene trasformato, dal populismo, in un’uguale considerazione e partecipazione alle attività del gruppo che includono una fortissima componente simbolica e una limitata portata pratica. “Ognuno vale uno” nei riti collettivi, nel linguaggio omologato, negli obiettivi politici, ma non nelle decisioni su cosa valga la pena perseguire come obiettivi, sulle strategie più opportune, e sia Forza Italia (inclusa la parentesi come PDL) che M5S hanno proposto nel tempo una ricchissima collezione di casi espliciti che mostrano come il ruolo del leader, nel populismo, sia quello del monarca assoluto e indiscutibile. La linea è dettata esplicitamente dal leader; i collaboratori sono dal leader scelti fra i più rigorosi fedeli al capo e lo spazio per il dissenso è annullato; l’accesso ai livelli decisionali è rigidamente regolato e controllato e fornisce solo un’illusione di partecipazione. Non ci sono Congressi (se non di facciata), non ci sono antagonisti che competono per la leadership, non c’è costruzione di strategie. C’è il leader. C’è la base fedele. Una base, però, che si sente “uguale”, dove ciascuno crede di valere “uno”.

Dovremmo prestare attenzione al linguaggio dei populisti. Un linguaggio omologante che vale, vincola, e diventa “vero” in quanto ripetuto senza varianti, in quanto mantra inclusivo, segno di riconoscimento fra affiliati, verità carismatica da diffondere. Assai più di quanto hanno fatto i berlusconiani, i grillini si identificano per usare e ripetere, con grande fervore, le parole per loro costruite da altri e, attraverso le parole, pensare i pensieri di altri (delle relazioni fra linguaggio e potere ho trattato QUI); l’epigrafe di Barthes posta in testa a questo articolo fa appunto riferimento al fascismo del linguaggio del potere, un fascismo dell’omologazione in cui non è ammessa altra parola, perché non sono previsti altri pensieri.

Quale uguaglianza, quindi? Se non si vuole scadere nella demagogia egualitarista-populista, occorre fare i conti con la realtà delle diversità. Una concezione egualitarista democratica si fa carico delle diseguaglianze oggettive, strutturali, biologiche, culturali e le assume come proprie responsabilità; ma senza inventarsi che le differenze (che possono tramutarsi in disuguaglianze) non esistano. L’intelligenza non è ugualmente distribuita fra gli esseri umani, e sotto un certo livello non c’è istruzione o sostegno che tenga; l’educazione formale deve essere a disposizione di tutti, ma quelle non formale e informale prevedono un accesso elettivo e volontario solo da una minoranza perseguito. Molteplici fattori fanno sì che gli individui siano diversi anche come capacità di interpretare il mondo e competenze per farlo. Una società egualitaria ha la responsabilità di accompagnare tutti: a tutti gli stessi accessi a sanità e istruzione; a tutti un reddito dignitoso per vivere; a tutti socialità, inclusione e una speranza di felicità. Ma poi cresciamo diversi. Non tutti con la stessa possibilità di partecipare allo sviluppo della Comunità. Non tutti con le competenze necessarie, con la pazienza, l’esperienza, il carisma, le nozioni, l’opportunità per fare e decidere su qualunque argomento. E questo è ciò che differenzia egualitarismo reale da populismo egualitarista.

Populismo è seduzione e inganno. È fascinazione del popolo, esaltazione del suo ruolo e della sua importanza finalizzate alla sua alienazione ed espropriazione culturale e morale.

Piace a tutti essere sedotti. Ma il populismo annulla la politica, frena l’innovazione e lo sviluppo ed è destinato a deludere perché non può mantenere alcuna delle sue promesse messianiche.

Non omologhiamoci!

#Nonomologatevi!

Risorse:

3 commenti

  • Gli elementi ricorrenti, poi, dei “movimenti” populisti sono tutti presenti nel M5S:
    1) Individuazione di un nemico (pratica cara anche a FI/PDL) sia esso la tanto odiata “KA$TA” od i “Troll pagati da PD”;
    2) Suggestione di un continuo stato di assedio (“Le toghe Rosse” / Tutti contro di noi/ Siamo in Guerra/ Fine della democrazia);
    3) Presenza di un Leader illuminato (B. / Grillo/) che deve “guidare” i seguaci verso una “nuova era” che si realizzerà grazie a proprietà o qualità proprie del Leader o dei Seguaci;
    4) Velleità di rinnovazione dell’ordine costituito poiché a)vecchio b) corrotto c) perfettibile

    • Lasciamo perdere il M5S, è propedeutico al sistema e lo è talmente tanto nei fatti che le parole e i paradossi – anche quelli forti – contano molto meno di quel che si crede e servono a creare una valvola di sfogo ai cittadini. Sono convinta che il movimento abbia evitato il peggio nel nostro paese. Piuttosto la bellissima analisi di Bezzicante offre non pochi spunti di riflessione sul partito unico, sul modello unico e sul pensiero unico rappresentati da Renzi. Più che Tatcher direi che è un pò Peron. Della prima gli manca decisamente il talento, del secondo ha una bella vena populista, anche rozza. A me personalmente mette paura, senza scherzi.

  • marcellomoscatelli

    Anche la democrazia si basa sull’eguaglianza politica. Eguaglianza intesa non come identità ma come parità di diritti. Poi si può discutere se sia preferibile la democrazia rappresentativa, la democrazia diretta o un mix delle due. Per quanto riguarda le diseguaglianze “di fatto” non è detto che siano diseguaglianze naturali. Potrebbero essere diseguaglianze sociali che un cambiamento radicale potrebbe eliminare o ridurre ad un livello tale da renderle insignificanti.

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