Boia la squola, viva la libertà da regole e istruzione!

Bambina che studia

La rivolta dei genitori contro i compiti a casa continua. È iniziata con scalpore a Varese a metà Settembre e sta continuando con baldanza a Milano, ma il confronto sempre più aspro fra ragazzi+famiglie e scuola dura da anni sottotraccia. Anche se il tema dei compiti a casa fa notizia, occorrerebbe aggiungere l’astio di molti genitori verso insegnanti che si permettono di riprendere i propri pargoli, o di dar loro voti troppi bassi inadeguati alla genialità del frutto dei loro lombi, oppure le critiche esilaranti di genitori ai menù scolastici (nella scuola materna di mio nipote un’insurrezione contro verdure e legumi che “ai bambini non piacciono”) e via discorrendo. Nei tempi andati della Prima troppo denigrata Repubblica, a scuola comandavano gli insegnanti, e se ti beccavi una nota prendevi un bel paio di sberle anche da tuo padre. Orrore!

Grazie al cielo ci sono gli Organi Collegiali dove, con funzione consultiva nella scuola di base o deliberativa (deliberativa!) nelle superiori i docenti, il dirigente scolastico, rappresentanti dei genitori e – scuola secondaria – degli alunni discutono di varia umanità, per esempio del fatto che nel menù scolastico si dà poca pasta e dolci infischiandosene alla grande se quel menù è l’elaborazione di dietologhe della ASL, controllato dalla ASL, realizzato per dare varietà bilanciate di cibo a molteplici bambini, molti dei quali, a casa, fruiscono di menù poveri e sbilanciati (e certamente se a pranzo offrissero merendine i bimbi sarebbero contenti e anche le loro mamme, probabilmente). Gli organi collegiali rappresentano un evidente esempio di fallimento drastico di un’idea apparentemente buona: far partecipare i cittadini. Che sarebbe una cosa bellissima se codesti cittadini studiassero, si informassero e proponessero, in reale collaborazione con gli insegnanti, attività e soluzioni adeguate ai problemi, e non scemenze legate alla loro personale umoralità.

Ma torniamo ai compiti a casa, baluardo delle istanze post moderne dei genitori che desiderano per i loro figli gioia, felicità, attività sportive ed educazione genitoriale, fantasticando chissà quale glorioso futuro per loro. I compiti a casa vanno fatti. Metterei un punto, invece voglio insistere. Benché sia assolutamente d’accordo che ci sono insegnanti poco capaci, insensibili, tendenzialmente sadici, che moltiplicano inutilmente i compiti a casa (così come ci sono genitori distratti, poco affettivi, bla bla…) la regola generale è che bisogna eseguire i compiti, per una quantità di ragioni; per quelle strettamente pedagogiche, non di mia pertinenza, rinvio a questa facile lettura e a quest’altra segnalando per dovere che trovate in rete moltissimi altri testi opposti, lasciando il genitore confuso, o abbandonato ai suoi preesistenti pregiudizi.

Io vi intratterrò su altri argomenti, che non saprei come definire, se sociologici o semplicemente etici… Premesso, come detto, che ci sono ovviamente casi specifici di insensatezza (ma tratterò più avanti anche questi), i genitori dovrebbero ricordare che i docenti sono degli specialisti che hanno titoli di studio appropriati e fruiscono di diverse forme di confronto, supervisione e aggiornamento; se propongono dei compiti a casa, questi si inseriscono in un progetto didattico loro necessario (se avete letto i testi ai link precedenti capite perché); ma oltre a questo aspetto gli insegnanti, e la scuola tutta, sono un micro-modello di società: la classe è una piccola comunità che opera secondo le direttive dell’insegnante e la supervisione generale del dirigente, tutti operanti secondo leggi e regolamenti. A scuola, come nella vita comunitaria, non si ruba, non si bestemmia, non si urla, si dice buongiorno e buonasera, si elaborano le istruzioni ricevute e si adempie ai doveri nei modi prescritti. È così difficile da capire? La scuola è la più importante agenzia educativa dopo la famiglia; è lì che – oltre all’italiano e alla matematica – si imparano regole sociali fondamentali, tanto che la critica marxista degli anni ’70 (per es. Althusser) la definiva “apparato ideologico dello stato” per sottolinearne l’importanza nella formazione dell’individuo (formazione piegata all’ideologia capitalista secondo Althusser, o comunque all’ideologia dominante – per usare una categoria marxiana); sul fronte opposto educatori come Freire hanno costruito una pedagogia sul rapporto della scuola con la sua comunità. Insomma, in maniera più o meno critica è innegabile che a scuola si imparano regole sociali; mentre si studia latino o mentre si fa il compito in classe di matematica, come durante i compiti a casa, si svolgono compiti attinenti al micro cosmo scolastico, si imparano quelle regole, prodromiche delle regole sociali. Se in queste regole si impara, per esempio, che il cellulare non si porta, o va spento, oppure che ci si deve comportare in un certo modo, quelle regole riguardano quell’universo ma assomigliano alle mille regole del nostro vivere quotidiano. Se ci si ribella all’insegnante trattandolo con insolenza, e l’insegnante punisce l’allievo, ciò riguarda un ruolo asimmetrico tipico di tutta la nostra società. Essendo io stato un indisciplinato grave non posso non riconoscere, ai giovani ribelli, il “diritto” ormonale alla loro indisciplina. Quello che è inaccettabile è la successiva difesa a oltranza del figlio “offeso”, con tanto di non rare vie di fatto. E guardate che dal mio punto di vista non ha molta importanza se l’insegnante ha avuto ragione al 100%, o solo al 50% oppure niente; è l’insegnante, e il suo giudizio è insindacabile (ripeto: tranne gravi casi di abuso). Proteggere i pargoli contro gli insegnanti cattivi, evitare di far fare loro i compiti perché poverini si stancano, brontolare perché alla mensa ci sono i broccoli che non sono abituati a mangiare, violare regole e richieste perché prima di tutto viene il pargolo poi, forse, il mondo, è la via più rapida per creare un disadattato, un insicuro, uno sfigato.

C’è poi un’altra questione rilevante che potremmo descrivere così: ma voi, genitori, che aspettative avete per i vostri figli? Pur considerando che fino all’avvento massiccio dei robot avremo pur bisogno di braccianti, camerieri e pizzaioli, resta il fatto che pochi genitori auspicano per i figli un futuro da bracciante; semmai da ingegnere, chimico, medico; grandi professori, ma che dico? Premi Nobel! Se voi siete fra questi non potete ragionevolmente pensare che la disciplina severa (paragrafo precedente) e lo studio rigoroso non siano parte della ricetta. Se invece pensate che il bimbetto tanto dotato per il calcio potrà diventare una stella della serie A, va bene, dopo l’obbligo mandatelo a una scuola di calcio e buonanotte (e semmai non sfonda e farà il cameriere, come detto sempre necessario).

Dovere, responsabilità, studio, sacrificio. È troppo? Allora imbottite gli eredi di merendine, insegnate loro i trucchi per copiare, non fate fare i compiti e insultate quei bastardi di professori che osano dire che non sono bravi, educati e pure intelligenti; poi, da grandi, raus! a fare gli stradini che ci sono tante buche da riempire.

Resta il problema degli insegnanti ritenuti poco bravi e che danno oggettivamente troppi compiti a casa. Ma la risposta non è allearsi col figlio e spalleggiarlo nel suo ozio (come nei casi citati a inizio articolo) ma assolvere alla funzione genitoriale, adulta, aprendo un confronto con l’insegnante e con la scuola. È peraltro a questo che dovrebbero servire gli organi collegiali, ma l’adulto che ritiene improprio il ruolo assunto dall’insegnanti ha molti modi per chiedere un confronto maturo, dialettico, dove far maturare nell’insegnante la consapevolezza dell’eventuale errore mostrando parimenti al figlio quale sia il corretto comportamento di fronte all’autorità che non convince, o che sbaglia: la denuncia argomentata, il confronto e il convincimento. Questo confronto non avrà successo? “Figliolo, mi spiace, ci abbiamo provato ma senza successo. E ora sbrigati a fare i compiti”. Un autentico confronto sensibilizza la scuola, e mostra al figlio che sì, ci sono le regole da rispettare, e parimenti sì, c’è un modo per contestare quelle regole che passa attraverso le regole stesse.

Comunque, se non vi ho convinto, c’è pure la raccolta firme contro i compiti (su Change.org) proposto da un pedagogista e sottoscritto da numerose e importanti associazioni di genitori.

3 commenti

  • Leggo sempre volentieri le sue argomentazioni, anche quando non sono d’accordo. Come in questo caso, un pezzo ben argomentato, ponderato, articolato con maestria. Ma io non credo che la scuola assolva con sufficienza (per stare nel linguaggio scolastico) il ruolo di ” più importante agenzia educativa dopo la famiglia” ;

    Semmai evidenzia sin da subito ai bambini una società in difetto su molti campi. A partire dall’organizzazione interna della scuola stessa sempre carente, superficiale e trascurata. Spesso incontrando persone mediocri nel ruolo apicale dove uno studente dovrebbe trovare un messia talvolta incontra un inetto frustrato che, al di fuori della struttura scolastica a mala pena è capace di fare una spesa in autonomia.

    Lo dico sbagliando, ma forse il ruolo del genitore deve essere quello di provare a cambiare, giustamente all’interno delle regole. Dovremmo dare più importanza a metodi complessi e ricercati invece che strumenti che semplificano e su questo sono in linea con il post. Meglio sbatterci il muso a scuola. Se il compito deve essere il momento in cui il ragazzo, da solo, si trova ad affrontare il vero salto allora bene. Credo sia gousto farlo all’interno della scuola. Con metodo e ore dedicate.

    Veramente lei crede che la struttura scolastica sia ad un livello sufficiente in grado di accompagnare la crescita e lo sviluppo costruttivo della nostra giovane società? Io non credo, personalmente, conservo molti dubbi e davanti ai limiti comprendo chi, con le poche ore “libere dal lavoro” a disposizione, cerca di superare le carenze anche in barba ai compiti a casa, provando a offrire il massimo ai propri figli e non solo un comodo atterraggio.

    Buonagiornata.

  • La prof. I.

    Ammetto che leggendo questo articolo, da persona coinvolta in quanto insegnante, provo un forte senso di gratitudine. Prima di tutto perché raramente vedo riconosciuto nei confronti della mia professione il ruolo globale del lavoro che faccio tutti i giorni, che non è quello di riempire delle testoline di nozioni, bensì di offrire loro una struttura.
    In realtà penso che ci sia un concorso di colpa.
    1) Molto spesso gli insegnanti non sono adeguati. Sono d’accordo, l’ho visto e lo vedo tutti i giorni in sala professori. Ma non facciamo di tutta l’erba un fascio: da un lato ci sono persone entusiaste, ma dall’altro quanto può durare l’entusiasmo se il denominatore comune del nostro lavoro è la frustrazione? (sistema scolastico tremolante, continue lotte con le famiglie, gestione della classe ai limiti del surreale, desiderio di dare una mano a chi è in difficoltà e allo stesso tempo impotenza davanti al desiderio di aiutare chi è molto bravo a fare ancora meglio, etc…)
    2) Molto spesso le famiglie remano contro o hanno completamente dimenticato il loro ruolo. L’educazione di base -dire grazie per favore prego buongiorno, non urlo e non picchio nessuno, etc- credo sia un prerequisito di chi viene a scuola, se no non è possibile con-vivere in un’aula. Cosa deve dire l’insegnante di scuola dell’infanzia che passa una settimana a insegnare ai bimbi che si sta seduti a tavola quando si mangia e il lunedì al rientro trova tutto resettato? Cosa deve dire una docente di scuola primaria che quando dà da scrivere una pagina di lettere A in corsivo trova la comunicazione sul diario che il suo è un esercizio “stupido e ripetitivo”? Non mi pare che noi abbiamo imparato diversamente a scrivere…
    Potrei continuare all’infinito perché si è toccato un nervo scoperto del sistema scuola, e sottolineo che il “SISTEMA SCUOLA”, in quanto sistema, è formato da tanti elementi (alunni, docenti, genitori, dirigente, amministrativi…): se un elemento non va, anche gli altri ne risentono. Il problema è che in questo preciso caso che chi ci va di mezzo sono i ragazzi, il nostro futuro.
    A volte mi stupiscono gli alunni di origine straniera, le cui famiglie -in alcuni casi- vedono ancora la scuola come una strada di riscatto sociale, finalità che gli italiano hanno completamente dimenticato.
    Nessuno mi toglierà il piacere di entrare in classe con il sorriso, anche se dentro di me sono dispiaciuta di vedere come si lavora meno rispetto alle possibilità che i nostri ragazzi avrebbero.

  • claudio luiongo

    leggo e condivido con piacere.
    Forse, l’attuale “apparato ideologico dello stato” lo rappresenta degnamente. Fare i compiti a casa, significa acquisire maggiore conoscenza anche per migliore le proprie capacità negoziali nel rispetto dei propri diritti e doveri e comprendere che, in una società ideale, il senso del dovere e dell’impegno sono atti dovuti verso la comunità. Ma quali compiti? Quali docenti e quale società?

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