L’Open Source come risorsa per la PA. Il caso confuso (e incompetente) di Roma

Open Source Software

Il tema dell’Open Source nella pubblica amministrazione è serio e importante, oltre che complesso. È serio perché potrebbe contribuire alla efficienza e allo svecchiamento della PA, se condotto con competenza e all’interno di un quadro di Governance nazionale di miglioramento legislativo e tecnologico dei processi (ne abbiamo parlato qui, qui e qui). È  serio anche perché troppo spesso, per motivi di bassa politica, si “vende” l’open source come una ricetta miracolosa per risolvere problemi di tutt’altra natura.

Vale la pena rilevare come il tema dell’open source non si limiti al software, ma a molti altri ambiti (in inglese).

A Roma, capitale dell’Italia, l’assessore “alla Roma Semplice” Flavia Marzano annuncia su Facebook e altrove, con un video apposito, che finalmente si adotta per il Comune il “software libero”.

Il contenuto di questo comunicato lascia aperte molte perplessità.

Originale dal comunicato: “Addio licenze software proprietarie, Roma passa al #SoftwareLibero”

Commento: un sistema informativo consiste di decine, se non centinaia di differenti pacchetti software, di solito integrati profondamente tra di loro per supportare i processi della organizzazione (senza contare l’hardware che li supporta, che deve essere a sua volta compatibile con i sistemi informativi: qui si comprende superficialmente la situazione di Roma). Senza la pretesa di esaurire le possibilità, questi pacchetti possono essere:

  • sviluppati da zero: il comune è proprietario del sorgente del software e ne cura direttamente o tramite fornitore esterno l’assistenza e l’evoluzione (di questo software il Comune di Roma potrebbe, se volesse, disporre la immediata disponibilità pubblica tramite una delle licenze di “Software Libero”, come dal 2016 invita a fare il Governo USA (in inglese));
  • sviluppati personalizzando pacchetti commerciali: il comune è proprietario della personalizzazione ma paga licenze ed assistenza al produttore del pacchetto originale;
  • affittati da terzi, e in tal caso si paga l’affitto, di soluto su base annuale;
  • nei casi più complessi, una qualsiasi combinazione di questi (e di servizi offerti su internet) e tra loro integrati con sviluppo software o personalizzazione.

Ognuno di questi singoli sistemi evolve indipendentemente dagli altri; mantenere il funzionamento e curare contemporaneamente lo sviluppo di nuovi servizi per i cittadini del comune è quindi la complessa sfida di chi gestisce questi servizi.

La locuzione “Software Libero” è riferita a una specifica tipologia di software, definita qui; le quattro libertà di cui dispone il “software libero” sono:

  • Libertà di eseguire il programma per qualsiasi scopo.
  • Libertà di studiare il programma e modificarlo.
  • Libertà di ridistribuire copie del programma in modo da aiutare il prossimo.
  • Libertà di migliorare il programma e di distribuirne pubblicamente i miglioramenti, in modo tale che tutta la comunità ne tragga beneficio.

Software libero non significa software senza licenza, o senza copyright, anzi, va usato rigorosamente secondo le regole stabilite nella licenza prevista per il software specifico.

Originale: “La giunta capitolina ha approvato una delibera che prevede l’utilizzo del software libero. D’ora in poi, l’amministrazione capitolina valuterà la migrazione dagli attuali sistemi informatici a software liberi.”

Commento: non c’è mai stato nulla che impedisse di valutare l’uso o la la migrazione degli “attuali sistemi informatici” a “software liberi”, che anzi è stato da tempo normato. La valutazione di tutte le opzioni disponibili fa parte anzi della normale amministrazione di una buona gestione ordinaria di sistemi informativi complessi. Come nota, “Open source” non si traduce come software libero, ma come sorgente “codice sorgente aperto”, regolato da apposite licenze.

Originale “Il software proprietario mette l’amministrazione in condizione di essere ricattabile dal fornitore; il software libero permette di eseguire il programma come si desidera, di modificarlo e di distribuire copie in modo da aiutare la comunità.”

Commento: tenendo da parte l’assurdità delle parole “eseguire il programma (sic!) come si desidera”, l’idea di essere ricattati da un fornitore è quantomeno singolare. Infatti, in qualsiasi migrazione di qualsiasi pacchetto software da A a B il fornitore del software A non solo opporrà resistenza ma non collaborerà alla migrazione (durante la quale, ovviamente, i servizi dovranno continuare a funzionare, per gli impiegati ed i cittadini): è questo che rende ogni migrazione molto complessa e difficile, e che rende importante le competenze del cliente nel conoscere davvero la materia e nel gestire i fornitori software (che sono, in contesti come quello di Roma, decine). L’idea di “modificare il programma come si desidera”, ritenendo che qui si parli con molta imprecisione del software sorgente di un pacchetto software, è particolarmente preoccupante. Infatti i pacchetti di “software libero” sono anche distribuiti da società che ne garantiscono l’assistenza (a pagamento), il versioning, e la integrazione con altri pacchetti (che dovrebbe altrimenti essere fatta da chi usa il “Software libero”). Se il Comune di Roma ritiene di imboccare la strada delle modifiche in casa dei pacchetti di software libero eventualmente acquisiti, le competenze di cui dovrebbe dotarsi ed i relativi costi crescerebbero rapidamente ed in modo incontrollabile (cosa che potrebbe anche non dispiacere, se il fornitore fosse gradito), dato il numero e le peculiarità degli stessi; in alternativa, ci sono da valutare e pagare le assistenze delle società che gestiscono questi pacchetti in modo industriale, di solito solo su versioni sulle quali l’ente che li usa non “mette le mani” per modifiche.

Per fare una analogia, un conto è avere la necessità di una automobile funzionante e comprarla, e un’altro è ottenere (supponiamo gratis) tutti i componenti di una macchina, modificare a piacere quelli che si vuole, montarli ed avere una macchina funzionante. Le competenze, i tempi, la complessità ed il risultato sono diversi.

Originale: “Con questa Delibera si segna una svolta nell’approccio di Roma Capitale all’acquisizione di software. Niente più scelte che vincolino l’amministrazione a un solo fornitore, ma soluzioni aperte e modulabili nel tempo che permettano un confronto concorrenziale tra diversi operatori. Obiettivo di questo provvedimento, e di questa Giunta, è quello di favorire il pluralismo informatico e la diffusione del software libero nell’amministrazione capitolina come strumento di maggiore efficienza, trasparenza, sostenibilità e indipendenza nell’esercizio delle proprie funzioni.”

Commento: come abbiamo visto, non esisteva, a norma di legge, nessun vincolo precedente, quindi la valenza innovativa di questa frase è nulla. Si tratta di farlo, bene e rapidamente, mantendo i costi bassi e i servizi funzionanti ed in evoluzione.

Originale: “L’adozione del software libero non va inquadrata come una scelta per ridurre i costi ma per le sue capacità di generare valore economico e sociale. Oggi sono disponibili ottime soluzioni di software libero: poter contare su quanto producono le comunità di sviluppatori e poter accedere al codice sorgente diventano opportunità importanti anche per il progresso e la modernizzazione dell’Amministrazione capitolina.”

Commento: sembra che la coscienza che non si ridurrano i costi con la opzione di eventuale passaggio al “software libero” sia presente nell’assessore Marzano. Sfugge invece del tutto quale sia il valore economico e sociale. I software liberi di titolarità italiana e di possibile interesse comunale sono pochissimi, ammesso che esistano, ed altrettanto pochi sono gli sviluppatori, che comunque non sono pagati per lo sviluppo. L’accesso al codice sorgente, comunque possibile da sempre per i software liberi, potrebbe apportare progresso e modernizzazione all’amministrazione solo se essa avesse le competenze interne per trarne vantaggio, con i temi relativi ai costi precedentemente toccati.

Originale: “Al via anche l’analisi delle spese affrontate per l’acquisto di licenze per software di tipo proprietario, necessaria a identificare le aree di sostituibilità con software libero. In questo modo si potrà definire la roadmap per la transizione al software libero già per i mesi a venire.”

Commento: le aree di sostituibilità non si identificano certo con l’analisi della spesa delle licenze acquistate, ma con l’analisi delle funzionalità del software presente e di quello che debba eventualmente sostituirlo, la stesura di un piano di migrazione di funzionalità e soprattuto informazioni, e di continuità nella erogazione dei servizi. Su questo va fatta l’analisi economica ripetto all’esistente. Questo sembra essere un punto di fondamentale incomprensione della situazione e una preoccupante ombra sulle capacità attuali e future del Comune.

Originale: “Il software libero è in grado di garantire all’amministrazione comunale il pieno controllo sulle scelte operate in ambito informatico ed è uno strumento importante per la diffusione della conoscenza e del libero sapere.”

Commento: la libertà delle scelte è sempre stata garantita, quello che occorre fare è saperla esercitare, in modo da garantire in primis i compiti di cui si è responsabili, nel quale la libertà di scelta, per chi ha la schiena dritta, è sempre presente. Quello che non è garantito è la razionalità delle stesse. Lo scopo invece della gestione dei sistemi informativi del comune non è la “diffusione della conoscenza e del libero sapere” ma l’erogare servizi efficienti e completi a costi bassi, compito impegnativo che nulla ha a che fare, in prima istanza, con il software libero.

Originale: “Uno dei pilastri dell’Assessorato RomaSemplice è il principio di condivisione della conoscenza. Il software è conoscenza, impariamo a condividere anche questo.”

Commento: una frase ad evidente valenza demagogica, priva di alcun riferimento con il compito istituzionale del Comune. La mancanza di conoscenza della gestione del software, ed in generale dei sistemi informativi complessi, sembra invece essere un problema esistente.

La delibera corrispondente a questo annuncio (è sempre bene andare a verificare cosa c’è di reale dietro un annuncio di questo tipo) indica, a parte la necessità di fare una valutazione e un piano e una valutazione economica (cosa ovvia, e appartenente alla normali buone pratiche di gestione), la precedente delibera (del 1997) da sostituire. La lettura di quest’ultima è interessante, perché anche questa fa lodevolmente riferimento, con il linguaggio dell’epoca, a standard e sistemi il più possibile aperti (in particolare a ISO/OSI, DCE dell’Open Software Foundation, X/OPEN, Open Environment Corporation e TCP(IP) con le seguenti eccezioni:

  • sistema operativo Windows/NT per serventi periferici in grado di garantire specifiche realtà operative;
  • adozione del sistema operativo Windows/NT workstation per i singoli posti di lavoro client;
  • adozione del Data Base Management System in ambiente UNIX: Oracle;
  • adozione del software di produttività individuale: Microsoft Office Professional;
  • adozione del software groupware: Lotus Notes;
  • adozione del software GIS: arcinfo su piattaforma UNIX;
  • adozione del software CAD: autocad su piattaforma windows;

evitando per un attimo di domandarsi se oggi i pc del comune funzionino davvero con un sistema operativo il cui supporto è terminato da parecchi anni (windows nt), e premesso che la delibera del 1997 è superata da tempo anche dal punto di vista legale dal CAD e dalla nomativa AGID precedentemente ricordata, l’intento di migliorare gli standard è lodevole. L’impressione però è che le competenze che si suppone avere, e che sono determinanti nel caso si usi “sotware libero” siano proprio quelle che hanno finora impedito, se il caso, di procedere ad un miglioramento ragionato dei servizi basati sul software comunale (perché i servizi, e non il software, sono lo scopo del Comune). O, ipotesi peggiore, che si voglia rimuovere un fittizio paletto normativo in ragione di una non dichiarata ma esistente “guerra” con uno o più fornitori oggi in posizione di prevalenza, situazione che andrebbe risolta con opportune e ben fatte gare e non introducendo probabilmente un altro vincolo normativo, destinato, data l’evoluzione del settore, ad essere rapidamente superato.

Conclusioni: le dichiarazioni dell’assessore su un tema reale, urgente e delicato (il ridurre la dipendenza da tecnologie che richiedono elevati costi di manutenzione delle licenze software: da tempo le maggiori corporation software hanno nella “manutenzione” e non nella ” vendita” i maggiori flussi di cassa dai clienti corporate), per il quale occorrebbero reali competenze, sono purtroppo equivalenti, temo senza intenti sarcastici, a una delle migliori scene del cinema terrestre:

5 commenti

  • Dottissimo articolo. Come mai in Germania l’uso del cosiddetto software libero è imposto per legge da anni alle pubbliche amministrazioni?

    • Sarei interessato a leggere la legge cui si riferisce, non vorrei si confondesse la obbligatorietà di adesione a degli standard vendor neutral (cosa più che necessaria per avere una architettura di supporto ai servizi poco rigida) con l’adesione all’open source. L’open source è una ottima cosa, con solide e usatissime applicazioni, che induce una più che salutare pressione sulle grandi corporation del software.

      E’ cosa diversa, tuttavia, da una strategia di gestione di servizi efficaci basata su IT, come ci si auspica debba avere sia la PAC che la PAL. In Italia, come citato nell’articolo, sono normate fin dal 2013 le “Linee guida per la valutazione comparativa prevista dall’art. 68 del D.Lgs. 7 marzo 2005, n. 82 “Codice dell’Amministrazione digitale” (Circolare 6 dicembre 2013 n.63 AGID).

      Normare e proclamare son tuttavia cose diverse dal fare, campo dove, come sempre, entrano in gioco competenze necessariamente molto solide e del tutto aliene dalla demagogia di qualsiasi natura.

  • Francesco Vitellini

    Alla fine saranno queste le “consulenze strategiche” della Casaleggio Associati?

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