Cartesio non abita più qui

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Nella storia del progredire culturale e scientifico occidentale un giro di boa fondamentale l’ha fatto Cartesio (René Descartes) che ha posto i fondamenti di una scienza moderna e rigorosa. Naturalmente prima di Cartesio c’erano stati altri giganti, perché nessuno si sveglia alla mattina ribaltando il mondo se non superando e rielaborando i maestri, i precursori, gli anticipatori venuti prima (e quindi menzioniamo almeno Bacone). Cartesio vive e opera nella prima metà del ‘600 e nella sua opera principale (almeno sotto il profilo della rivoluzione scientifica), Discorso sul metodo, scrive – fra le oltre cose – questo:

Il buon senso è a questo mondo la cosa meglio distribuita: ognuno pensa di esserne così ben provvisto che anche i più incontentabili sotto ogni altro rispetto, di solito, non ne desiderano di più. Non è verosimile che tutti s’ingannino su questo punto; la cosa, piuttosto, sembra attestare che il potere di giudicare rettamente discernendo il vero dal falso, ossia ciò che propriamente si chiama buon senso o ragione, è naturalmente uguale in tutti gli uomini. Sicché la diversità delle nostre opinioni non deriva dall’essere gli uni più ragionevoli degli altri, ma solo dalle vie diverse che seguiamo nel pensare, e dalla diversità delle cose considerate da ciascuno.

Le ultime due righe rappresentano la rivoluzione cartesiana che ha dato vita al pensiero scientifico moderno: “la diversità delle opinioni – dice Cartesio – deriva dal fatto che abbiamo fonti differenti, o che ne trascuriamo alcune” o cose simili perché – implica Cartesio nella prima parte della citazione – la verità è ovviamente unica, e non si potrebbe spiegare in altro modo la differenza di opinioni se non nel fatto che qualcuno “ha seguito una via diversa nel pensare”. Esiste una verità; col metodo rigoroso tutti la vedranno, quella medesima verità.

A partire da questo pensiero (all’epoca) rivoluzionario si sviluppa la scienza occidentale che acquisirà metodo, determinerà leggi, separerà rigorosamente mondo osservato e osservatore e diverrà modello di tutte le scienze, incluse quelle sociali che scimmiottarono fortemente quello fisico considerato (siamo nell’800) perfetto. Ecco allora la “fisica sociale” di Comte, da lui stesso poi rinominata sociologia e quindi – rimanendo in quest’ambito – tutto l’empirismo positivista della prima metà del ‘900 sul quale, rassicuro i lettori, non intendo annoiarvi più di tanto. La conclusione a questa premessa è che l’idea positivista di un mondo oggettivo, univoco nella sua realtà, rappresentabile per intero solo avendo gli strumenti tecnici per farlo, sopravvive anche al declino del positivismo classico e percola in vari ambienti del nostro mondo quotidiano indifferente al fatto che la scienza ha progredito, e che se in fisica è arrivato Einstein poi, in particolare, Bohr, Heisenberg, Schrödinger e tutti coloro che svilupparono la meccanica quantistica, nelle scienze sociali si è sviluppata un’imponente critica costruttivista, relativista, anti-positivista che mostra e spiega come la realtà sociale sia cangiante e molteplice, legata a fattori sociali e intrapsichici mutevoli e molto altro ancora di cui abbiamo già parlato.

L’idea cartesiana, poi positivista, di un mondo unico e uguale per tutti, sopravvive in moltissimi elementi della nostra vita sociale: per esempio che la legge debba essere “uguale per tutti” riflette l’idea di una uguale volontà, di un’uguale capacità di giudizio del bene e del male, di uguali circostanze di vita che anche il più sprovveduto comprende non essere reale. La democrazia egualitarista a suffragio universale riflette l’idea che ogni cittadino abbia la stessa visione del mondo, o che la possa avere informandosi e documentandosi esprimendo poi, nell’urna, un giudizio oggettivo. La stessa progettazione e pianificazione sociale ed economica vive dell’illusione ingegneristica di una realtà univoca riproducibile astrattamente in un progetto che stabilisca obiettivi, risorse finanziarie adeguate, tempi di realizzazione (questo punto è importantissimo perché milioni di euro sono spesi annualmente per finanziare questi progetti che, inevitabilmente, producono meccanismi sociali ed economici inattesi). L’organizzazione aziendale predilige spesso organigramma logici e funzionali che poi si inceppano e devono essere analizzati alla luce del clima interno…

La ragione fondamentale del fallimento della verità cartesiana nei processi sociali è dovuta al fatto che tutto ciò che si muove sul pianeta si muove per volontà di persone, e le persone, oltre che diverse l’una dall’altra, hanno motivazioni, desideri, ambizioni, odi e amori, ignoranze e curiosità che interferiscono con la logica cartesiana. L’agire sociale di ciascuno di noi non solo non è per niente informato della realtà “vera” del mondo (qualora ce ne fosse una) ma è condizionato dalle sue paure, da eventuali rendite di posizione, da simpatie e antipatie, da motivazioni nobili o ignobili e così via. Se pensate che questo garbuglio che è ciascun essere umano si relaziona poi ad altri ingarbugliati esseri umani, con motivazioni e paure e simpatie forse a volte simili ma più spesso dissimili, e che tutto questo si colloca in processi storici in divenire dove la borsa crolla, la BCE annuncia, il terremoto arriva, la zia si ammala e insomma, per farla breve, tutto questo si colloca in processi non dominati da noi, ecco che avete una bella e plastica rappresentazione di ciò che si chiama “complessità sociale” (QUI per saperne di più).

Se a questo punto vi chiedete perché mai abbia proposto questo complicato e tortuoso pensiero vi tolgo dalle ambasce. Perché il mondo più o meno perfetto oggetto di organizzazione, pianificazione, gestione, controllo e valutazione è una mera astrazione che deve sempre fare i conti con le persone, i loro mal di pancia, le bizzarre idee che albergano nelle loro teste (e guardate che esistono serissime correnti di studio che cercano di affrontare le cose proprio con questo taglio). E poiché le persone sono quei grovigli detti sopra, la conclusione è che i logici, i razionali, i freddi, i vulcaniani non hanno scampo. Inutile segnalare i disastri imminenti, argomentare sulla necessità di determinate leggi anziché altre, auspicare la competenza alla guida del Paese… la gente potrà anche leggere e ascoltare, ma se in groviglio che rappresenta la loro essenza decide diversamente non c’è nulla da fare. L’esempio più calzante mi pare il prossimo referendum costituzionale, dove anziché capire la riforma e votare pro o contro la sua presunta efficacia si finirà col votare pro o contro la simpatia di Renzi. Un altro esempio è stato il referendum britannico sulla permanenza nell’Unione, dove indipendentemente da ciò che sostenevano i razionalissimi e scientificissimi studi disponibili (che invitavano caldamente a restare nell’Unione) una gran parte di britton sono andati a votare per un vago senso nazionalista stufo di un’Europa a trazione germanica.

E quindi ragioniamo, scriviamo, dibattiamo, incerti sull’azione pedagogica della parola e del razionalismo, e sulla sua efficacia.

Comunque sia, viva Hic Rhodus!

P.S. Questo articolo è motivato dalla necessità di dare conclusione a due precedenti, coi quali forma una sorta di trittico sull’aporia fra competenza e opinioni, scienza e approssimazione, razionalità (in politica) e umoralità. I due articoli ai quali faccio riferimento sono:

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