Ce l’abbiamo un Piano “B”? Come sopravvivere all’impatto del populismo

Una delle più belle analisi di questi ultimi tempi del grillismo, delle strategie di Casaleggio e del modo in cui il populismo sta per straripare anche in Italia (si legga: vincere le elezioni e mandarci tutti a carte quarantotto) è quella di Giuliano da Empoli sul blog VoltaItalia. Vi consiglio caldamente di andarlo a leggere; da Empoli, nel suo pezzo, discute anche le tre “tentazioni a cui resistere”, che rappresentano a suo avviso tre modalità tentennanti del PD (ma, mi permetto di dire, non solo del PD ma di tutta la società italiana, o almeno di quella parte più democratica, pensante e preoccupata) nell’affrontare la minaccia populista; scrive l’Autore:

– la tentazione giacobina consiste nell’inseguire i grillini sul loro terreno, diventando più populisti, più antipolitici e più giacobini di loro, denunciando una per una le frequenti cadute degli amministratori pentastellati, celebrando gli avvisi di garanzia come altrettanti goal inflitti alla squadra avversaria;

– la tentazione élitaria consiste nell’attribuire il successo del M5S all’ignoranza e alla manipolazione, facendo leva sull’opacità della macchina comunicativa di Casaleggio, sui legami con la Russia, sui bot, sui troll, sulle operazioni di disinformazione e sulle fake news per dimostrare che è tutta una grande truffa, che va smontata con il faro accecante della Ragione, incarnato dal ditino alzato del fact checker;

– la tentazione dorotea consiste nell’asserragliarsi nel bunker del sistema, in un grande revival nostalgico della prima repubblica, scommettendo sulla tenuta di un argine contro la barbarie che metta insieme tutto e il contrario di tutto in una santa alleanza rispetto alla quale il governo Forlani del 1981 apparirebbe come un esempio di fantasia al potere.

Queste tre tentazioni sono ben individuate e descritte e ci servono, innanzitutto, per fare autocritica. Io sono certamente attratto dalla “tentazione élitaria”, e Hic Rhodus ha provato molte volte a smontare bufale grilline, loro inconsistenze programmatiche e incapacità politiche ma, come dice più avanti da Empoli, le balle girano più in fretta e sono più convincenti della verità, e poiché abbiamo più volte spiegato, su questo blog, i meccanismi che fanno funzionare in questo modo distorto la comunicazione, non possiamo lamentarci se la nostra prosopopea intellettuale resta politicamente sterile, perché il problema è politico, ovviamente, e non banalmente comunicativo. l’Autore critica tutte e tre codeste tentazioni, in maniera condivisibile, e conclude poi con una proposta, o meglio la proposizione di un tematica che ripropongo per intero:

Nei suoi momenti migliori – le primarie del 2012 e poi soprattutto i primi mesi del governo Renzi e le elezioni europee del 2014 – il PD ha saputo intercettare la rabbia degli scontenti, quella che è all’origine del successo di Grillo e degli altri trumpisti. […]

Il PD ha ancora voglia di andare là fuori, a ristrappare uno per uno i voti ai grillini e ai trumpisti, provando a dare una risposta politica e di governo alla loro rabbia? Oppure si dichiara sconfitto in partenza e si asserraglia nel fortino del sistema sperando che Dio gliela mandi buona?

[…] Nel primo caso si apre un cantiere enorme, dall’esito incerto. Il cui punto di partenza è un interrogativo molto semplice: come fa un vecchio arnese come l’unico partito sopravvissuto alla fine dei partiti, una specie di tartaruga preistorica della politica, a confrontarsi con un ectoplasma mutante perfettamente contemporaneo come il M5S? […] Di fronte alla sfida della quantità [del M5S], il PD dovrebbe diventare il partito della Qualità. Non solo la Qualità di una classe dirigente che va selezionata sul serio, a partire dai territori e fino al vertice. Ma soprattutto il partito della Qualità nelle politiche e negli obiettivi delle politiche.

La mia sintesi è estrema, da Empoli argomenta meglio e torno a invitarvi a leggere l’originale.

L’idea, insomma, è quella di lavorare sul partito. Ricostruire il PD, o come si chiamerà dopo che il polverone delle scissioni si sarà posato, e lavorare pancia a terra per una grande, enorme sfida sulla quale vorrei ragionare un pochino, perché sposo in pieno l’idea di da Empoli, ma anch’essa può diventare poco più di un buon proposito velleitario se non lo riempiamo di contenuti. Ci provo:

  1. serve una chiara visione politica complessiva, un orizzonte da indicare ai cittadini elettori in maniera chiara, semplice, ma non demagogica e irrealistica; e poiché questa visione – vista la storia del PD recente e di Renzi – non si gioca in campo vetero-comunista ma liberalsocialista, occorre sapere veicolare questo radicale cambiamento antropologico, l’ultimo per compiere con completezza la metamorfosi da PCI a nuovo soggetto moderno (ne ho parlato QUI). Non è semplice; non basta un ordine del giorno della direzione o un articolo sull’Unità per far transitare a milioni di iscritti, militanti e simpatizzanti un messaggio così forte. Renzi stava provando a cambiare “la ditta” in un partito liberale (e non venitemi a dire che i liberali stanno con Berlusconi; il cavaliere ha ucciso tutte le idee di liberalismo che sopravvivevano in Italia). Teniamo poi a mente che “liberalismo” assomiglia a “liberismo” e quindi a “neoliberismo”, che è quasi una parolaccia. Incredibile quante volte ho sentito “neoliberismo” in questi giorni uscire dalla bocca della sinistra dem. Quindi: il messaggio sarà difficile, occorrono una grande capacità comunicativa e un grande leader;
  2. serve un leader credibile e attrattivo; su questo punto mi scuso ma insisto; un bel partito di brave persone, intelligenti e oneste ma senza chiara leadership non andrebbe da nessuna parte. So che puzza di elitismo ma è così: io sono probabilmente elitista, ne ho parlato a lungo su HR, e un’analisi sociologica veloce basterebbe a convincervi. Ora: chi ha le qualità di leadership necessarie, nel campo democratico, progressista, liberalsocialista? Franceschini? Del Rio? Orfini? Boschi? Tutte ottime persone, capaci a modo loro ma senza carisma da leader, almeno non nel senso che serve. Resta Renzi. Ma Renzi si è in buona parte bruciato sia per l’antipatia che esprime naturalmente, sia per i provvedimenti che ha preso durante il suo governo sia per la pesante sconfitta referendaria. Può sorgere un altro leader? Può risorgere credibilmente Renzi?
  3. serve la capacità di operare una lotta immane contro l’organizzazione interna. Si ha un bel dire, come fa da Empoli, che occorre selezionare una classe dirigente qualitativamente seria dai territori periferici fino al vertice, ma come si dovrebbe fare? Chi ha anche un’idea vaga di come funzionano i partiti, PD incluso, sa che molti politici poco pregevoli sono intoccabili perché controllano pacchetti importanti di voti; che amministratori locali sono incontrollabili perché una volta decapitati rimarrebbe il vuoto… Quel che accade in periferia è spesso discutibile, arrogante, clientelare e lontano mille miglia dalla purezza e nobiltà che dovrebbe accompagnare una rifondazione politica; a volte è anche mafiosetto. Ma nessun leader può dire “fuori tutti”, anche perché sarebbe antidemocratico, mentre i passaggi democratici richiedono un congresso dove ogni boss locale porta i suoi voti; che alla fine pesano;
  4. infine: se anche si risolvessero i problemi di cui sopra, non è pensabile che gli italiani, alla vista del meraviglioso nuovo partito guidato dal carismatico nuovo leader, improvvisamente si sveglino e corrano in massa a votarlo. Il nuovo partito avrebbe bisogno di alleanze, presumibilmente al centro dello schieramento e, forse, in una eventuale sinistra non massimalista (qualora sorgesse, vedi Pisapia…). Ma – salvo credere alle favole – è improbabile assistere a queste trasformazioni titaniche anche al centro, destra e sinistra, e ci si avvierebbe ad alleanze con persone del calibro di Alfano e Verdini, proponendo repliche di governi che per stare assieme devono concedere molto a compressi ormai inaccettabili, che non potrebbero più essere accettati dagli elettori.

È inutile: non ci riusciremo mai. Ammesso (e assolutamente non concesso) che qualcosa di simile a quanto enumerato sopra possa in qualche modo realizzarsi, abbiamo il grave problema di un sistema elettorale sconcertante (al momento in cui scrivo: più in là si vedrà). Può il Nuovo E Fantastico Partito Che Sarà convincere gli elettori (punto 1 sopra) grazie a un grande e credibile e carismatico leader (punto 2), sconfiggendo abilmente le resistenze interne (punto 3) e raggiungere subito e da solo una maggioranza in grado di governare senza accordicchi con terzi (punto 4)? Mi dispiace molto deludervi ma, per quanti sforzi faccia, non lo credo onestamente possibile.

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Serve un piano “B”. Un piano B che sia consapevole del fatto che il populismo è rampante in tutto il mondo, che probabilmente voteremo presto con un sistema proporzionale, che ci sarà nel PD una scissione a sinistra, che la destra di fatto sarà populista o si alleerà coi populisti. Io credo che lo scenario sarà questo ma, anche qualora fossi eccessivamente pessimista, meglio ragionare sulle condizioni peggiori. In questo scenario il futuro leader di ciò che sarà il PD (assai presumibilmente, che vi piaccia o no, Renzi) dovrebbe lavorare per fare la maggior pulizia che può nel suo partito (via i vecchi comunisti, via gli screditati, i ras locali tesi solo al proprio personale tornaconto) con un obiettivo temporale lungo. Le prossime elezioni, che siano anticipate o che arrivino a Primavera 2018, arriveranno in un lasso di tempo troppo breve per potersi muovere adeguatamente. Quelle elezioni saranno perse senza ombra di dubbio, ma il governo che ne uscirà non potrà durare più di un paio di anni, massimo tre (per le eccessive contraddizioni interne, per incapacità, per pressioni esterne); saranno le elezioni successive quelle importanti, quelle da vincere. Saranno quelle decisive perché l’Italia, in quel momento, sarà allo sbando come non mai, e solo un partito democratico e riformista, di natura liberalsocialista, con un forte consenso nel Paese, potrà chiedere i sacrifici enormi che saranno necessari per risollevarsi. Sacrifici chiesti da un partito di onesti e capaci; da rappresentanti credibili di forze sociali e civili; espressione della pluralità sana che pure esiste in Italia; con una chiara visione politica; con una vocazione maggioritaria.

In questa direzione occorre investire alcuni anni di duro lavoro dentro il PD, dentro la politica e la società italiana, raccogliendo il meglio e raccontando la verità. Smettendola con la demagogia, con le scorciatoie elettorali, con la ricerca del facile consenso. Dopo due o tre anni di governo fascio-lega-grillino, che purtroppo credo inevitabile, il popolo italiano potrebbe essere pronto per la verità, per la politica, per gli argomenti.

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