Antropologia dell’italica corruzione (e altre cialtronerie)

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Le classi superiori d’Italia sono le più ciniche di tutte le loro pari nelle altre nazioni. Il popolaccio italiano è il più cinico di tutti i popolacci (Giacomo Leopardi).

Come sapete l’Italia non brilla per niente nelle classifiche internazionali sulla corruzione e la stampa ha parlato recentemente dell’analisi sul lobbying curata – come la maggior parte delle ricerche su questo tema – da Transparency International, dove emergono l’opacità e il ritardo italiano (culturale e normativo) anche su questo versante (da qui il download del rapporto). Guardando un po’ di dati di Transparency troviamo la drammatica conferma delle nostre convinzioni. Il Rapporto 2013 dedicato all’Italia è sconfortante. Il corruption barometer (indagine demoscopica fra cittadini di tutto il mondo, un migliaio anche in Italia) indica un’altissima sfiducia nelle principali istituzioni ma, dato ancor più sconfortante a mio avviso, solo il 56% dichiara di essere disponibile ad esporsi per denunciare un fatto corruttivo.

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Il noto corruption perceptions index (indice di corruzione percepita dai cittadini nel settore pubblico inclusa la politica) colloca l’Italia al 69° posto su 200 Paesi classificati. In Europa non siamo ultimi solo grazie a Bulgaria e Grecia e condividiamo la terzultima piazza con la Romania.

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Un altro rapporto di Transparency verifica i programmi anti-corruzione e la trasparenza delle 15 maggiore aziende private italiane. L’indice globale riprodotto qui di seguito premia ENI, salva Enel, ma poi vede precipitare prestigiosi marchi e aziende per l’opacità delle loro regole interne in tema di corruzione (rinvio al rapporto per i dettagli, molto chiari e accessibili).

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Non voglio andare oltre con la presentazione di dati comunque facilmente reperibili in Internet. Quel che mi voglio chiedere è perché? Un ‘perché’ non retorico e demagogico che mi aiuti a capire. Da un punto di vista sociologico, infatti, non possiamo adagiarci su risposte generiche, qualunquiste o populiste; i ‘perché’ relativi ai vari popoli (“Perché i tedeschi sono così precisi ma pedanti?”; “Perché i russi sono così aggressivi?”…) col codazzo di stereotipi e cliché semplificatori, devono trovare una spiegazione che si presti a una verifica operativa. Come sapete queste diversità di carattere fra popoli sono note da secoli e se ne trova traccia importante in letteratura; per esempio Tolstoj, in Guerra e pace, scrive:

solo i tedeschi possono essere sicuri di sé sulla base di un’idea astratta, com’è la dottrina, cioè la pseudo-conoscenza della verità assoluta. Il francese può sentirsi sicuro di sé perché si crede personalmente, sia per doti fisiche che d’intelletto, irresistibile e affascinante, di fronte agli uomini come alle donne. L’inglese è sicuro di sé perché è cittadino del paese meglio ordinato del mondo; perciò, in quanto inglese, non può che esser ben fatto. L’italiano è sicuro di sé perché è irrequieto ed esaltabile, e facilmente si dimentica di se stesso e degli altri. Il russo è sicuro di sé perché non sa e non vuol sapere nulla, nella persuasione che nulla si può sapere. Il tedesco è sicuro di sé nel peggiore dei modi, nel modo più disgustoso e inesorabile, perché è ciecamente convinto di sapere la verità: una scienza, cioè, da lui stesso elaborata.

e in un altro passo allude alla furbizia francese e alla gigioneria italiana. Più di un secolo prima Voltaire, nel Candido, scrive:

“Sì, scrivere come si pensa è una bella cosa,” rispose Pococurante; “è il privilegio dell’uomo. In tutta la nostra Italia si scrive unicamente quel che non si pensa; gli abitanti della patria dei Cesari e degli Antonini non ardiscono avere un’idea se prima non gliene dà licenza un domenicano. La libertà che ispira gl’inglesi mi piacerebbe, se passione e spirito di parte non guastasse tutto ciò che quella libertà ha di migliore.”

alludendo evidentemente a un’ipocrisia un po’ servile (nei confronti della Chiesa) degli italiani rispetto all’attitudine inglese viziata invece – secondo Voltaire – da faziosità. Certi tratti caratteristici italiani quindi (come quelli di altri popoli) erano già oggetto di luogo comune secoli fa.

Ma per comprendere il carattere degli italiani credo che nulla sia meglio del Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani scritto da Giacomo Leopardi nel 1824 (quasi due secoli fa!) dove il poeta descrive filosoficamente e sociologicamente la natura cinica e opportunista degli italiani. E che dire della sentenza popolare (ormai antica ma da me ancora udita anni fa) Franza o Spagna purché se magna? Che equivale a dire: “Purché si abbia un tornaconto non importa a chi si è fedeli”. E il voltagabbanismo come pratica militante e militare è noto, basti ricordare l’ambiguità diplomatica e la giravolta che ci fece schierare contro gli alleati della “Triplice Alleanza” nel primo conflitto mondiale, poi l’ambiguità opportunistica con cui siamo entrati in guerra nel secondo salvo poi fare il disastro badogliano sperando che gli Alleati si dimenticassero delle nostre colpe…

Vignetta Ellekappa400Se i mali italiani sono noti, notissimi ai loro stessi interpreti, quella che rimane spesso sospesa è la risposta a quel “perché?” posto sopra. Rifuggendo interpretazioni genetiche, o a maledizioni divine, da vecchio storicista non posso che cercare le radici di questo nostro caratteraccio nella storia secolare che ci ha plasmati come siamo. Due sono i principali fattori, a mio modo di vedere e con una forzata semplificazione: le stratificazioni successive di dominazioni straniere (e non) e la Controriforma. La prima questione è nota (ed è all’origine del proverbio sopra ricordato, Franza o Spagna…) ed è la più evidente: sopravvivere ai nuovi conquistatori, adattarsi ai nuovi dominatori, garantirsi una possibilità chiunque comandi in quel momento (potenze straniere, nuovi capitani, famiglie emergenti…) ha contribuito a sviluppare grande flessibilità ma anche “machiavellismo” (chiedendo scusa a Machiavelli), adattabilità ma anche facilità a cambiar bandiera, invisibilità presso i potenti ma anche ipocriti occhi chiusi di fronte agli eventi che non ci riguardano direttamente. Le conseguenze moderne le vediamo nel coro universale indignato contro la casta che si mescola tuttora alla ricerca della prebenda, del favore, del piccolo illecito (e quindi la corruzione, la concussione e i tanti tipici delitti nel rapporto con la pubblica amministrazione); nella difesa di privilegi denominati “diritti acquisiti” per coprire ideologicamente la loro inaccettabilità sociale; nella doppia morale che contraddistingue tutti i temi etici (di queste cose ho parlato di recente in un post che vi invito a leggere).

Sul tema della Controriforma presumo che troverò lettori scettici e critici. La Riforma luterana, indipendentemente da elementi prettamente teologici, fu una rivoluzione della modernità e in quanto tale favorì un’ideologia modernista e progressista sia di tipo economico (come ha notoriamente indicato Weber) che sociale, con un’idea di comunità che superava l’intermediazione ecclesiastica ma che, contemporaneamente, favoriva i concetti di nazione e di responsabilità. Le conseguenze per i Paesi riformisti si dipaneranno nei secoli con grandi effetti sul modo che i cittadini del Nord Europa hanno di intendere il loro ruolo nella società, la responsabilità di fronte alla collettività, il contributo necessario che ciascuno deve dare a tale comunità. La Controriforma cattolica ha invece difensivamente imboccato la strada opposta: la mediazione fortissima degli apparati ecclesiastici nel rapporto con Dio, l’articolato culto dei santi, la distanza accentuata fra sacerdote (da considerare come un proto-intellettuale) e popolo, tutto ha concorso, come conseguenze, a quella separazione fra popolo e “letterati” (preti, intellettuali, politici… qui rileggere i Promessi Sposi vale più di un’analisi storico-sociologica) già ben giustificata dalla necessità sopra accennata di sopravvivere ai cambiamenti politici. Il popolo cattolico si rifugia sempre più nel particolarismo e nell’individualismo mentre quello protestante viene spinto nella socialità e nella responsabilità di fronte alla comunità.

11La storia della tardiva formazione dello Stato italiano (molto tardiva rispetto ai principali Paesi europei) è storia di minoranze intellettuali romantiche, non di popolo. Il popolo ha generalmente accettato la retorica risorgimentale, l’epopea garibaldina e quindi l’unificazione come un’ennesima successione di potere, e in particolare al Sud il dominio sabaudo non fu per niente un governo dei liberatori. Ciò coinvolge, come sempre, sia il popolo che le classi dominanti che al Sud si seppero adattare molto in fretta, traendo nuovi vantaggi dall’unificazione, come già osservò Gramsci, attraverso un’alleanza di fatto (che Gramsci chiama blocco agrario-industriale) fra latifondisti del Sud e industriali del Nord. Questa ricerca del vantaggio relativo anche attraverso alleanze di comodo e “innaturali”, l’estrema adattabilità a situazioni controverse e una spiccata spregiudicatezza non ideologica caratterizzerà tutta la storia politica italiana fino ai nostri giorni.

Non c’è una vera e propria conclusione a questo articolo salvo segnalare che i processi culturali come questi descritti impiegano secoli – o almeno decenni – per imporsi e altrettanto lentamente possono scemare. Voglio dire: non è una condanna biblica, possiamo uscirne, ma certamente non in pochi anni. Purtroppo a nostro sfavore c’è una questione che complica e rende più problematiche e fragili le nostre eventuali speranze. I processi culturali sono molto più lenti a cambiare rispetto a quelli sociali, e questi sono oggi enormemente più lenti di quelli scientifici e tecnologici. Ciò significa che nell’epoca di Internet e delle NTC sappiamo tutto e subito, ma agiamo con procedure e modelli di comportamento obsoleti e comunque sotto l’egida di modelli culturali ancora più obsoleti. Questa sfasatura spiega molte contraddizioni della nostra contemporaneità, sia a livello locale (per esempio il declino sindacale in Italia) che globale (per esempio il radicalismo jihadista).

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