La Consob e il bue che dà del cornuto all’asino

L’otto maggio il Presidente della Consob Giuseppe Vegas, giunto alla fine del suo mandato, ha tenuto il suo ultimo discorso annuale agli operatori finanziari. È un peccato dover constatare che, nell’enorme complessità del panorama economico-finanziario, le sue parole siano state dirette essenzialmente a dare a qualcun altro la colpa degli errori dell’organismo che ha presieduto negli ultimi sette anni.π

Si tratta, me ne rendo conto, di un giudizio estremamente severo; spero quindi nel seguito di riuscire a giustificarlo, non tanto per accanimento nei confronti di Vegas, quanto per dare un’idea dell’importanza che l’azione, o l’inazione, della Consob può avere. Vediamo quindi perché la relazione di Vegas, così come il ruolo stesso della Consob, non riguarda solo gli addetti ai lavori ma tutti i cittadini.

Innanzitutto, un brevissimo inciso forse non superfluo sui doveri della Consob, l’autorità che controlla il mercato finanziario italiano. Secondo il suo sito web:

Verifica la trasparenza e la correttezza dei comportamenti degli operatori per la salvaguardia della fiducia e la competitività del sistema finanziario, la tutela degli investitori, l’osservanza delle norme in materia finanziaria.
Vigila per prevenire e, ove occorra, sanzionare eventuali comportamenti scorretti; esercita i poteri attribuiti dalla legge affinchè siano messe a disposizione dei risparmiatori le informazioni necessarie per poter effettuare scelte di investimento consapevoli.
Opera per garantire la massima efficienza delle contrattazioni, assicurando la qualità dei prezzi nonché l’efficienza e la certezza delle modalità di esecuzione dei contratti conclusi sui mercati regolamentati.

Questo compito, normalmente delicato, diventa cruciale in una fase in cui l’asimmetria informativa tra i grandi investitori e i piccoli risparmiatori è tale che questi ultimi rischiano continuamente di essere vittime di operazioni predatorie; questo è tanto più vero in quanto i tradizionali “rifugi” dei piccoli investitori, titoli di Stato e obbligazioni di grandi imprese a partire dalle banche, non sono più al riparo delle fluttuazioni di mercato e anche della speculazione. Il settore bancario, anzi, negli ultimi anni è stato al centro di clamorosi crac e di abusi della buona fede di piccoli investitori, tanto che i titoli bancari, azionari o obbligazionari, sono diventati sinonimo di rischio occulto. Proprio il tipo di scenario, verrebbe da dire, che la Consob dovrebbe prevenire.

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Giuseppe Vegas

Eppure, la relazione di Vegas è tutta improntata all’attribuzione di colpe e insufficienze all’esterno della Consob. Come spesso accade, la relazione spazia anche ben oltre l’ambito di competenza della Commissione, e il suo presidente vi espone considerazioni condivisibili sul differenziale di competitività tra l’Italia e gli altri paesi dell’UE e dell’Eurozona, e sulla necessità che le riforme solo parzialmente avviate negli ultimi anni, e spesso annacquate dagli stessi governi che le promuovevano, trovino una realizzazione piena. Anche i rischi di una possibile uscita dell’Italia dall’Euro, anzi, anche solo della prospettiva di questa uscita, sono chiari a tutti gli osservatori equanimi, e noi stessi ne abbiamo parlato già molto tempo fa. Insomma, per un po’ Vegas si limita a esporre considerazioni “ovvie”.

I guai vengono quando la relazione arriva al suo nocciolo, ossia agli argomenti di competenza della Commissione. Essa infatti rileva in particolare due problemi di cui però la Consob non sembra farsi minimamente carico:

  1. La disaffezione, e anzi l’aperto timore, degli italiani per il mercato azionario. Questione non piccola, verrebbe da dire, per una Consob. Vegas constata che “oggi la borsa ha perso centralità. Gli italiani tendono sempre di più ad allocare il proprio risparmio, oltre che nei fondi, presso conti correnti bancari o postali, voltando le spalle a Piazza Affari. È un segno di ansia per il futuro”. Certo, ma non solo. È la presa d’atto da parte dei risparmiatori che in una fase di crisi gli strumenti finanziari della nostra Borsa comportano rischi sproporzionati e non trasparenti. Non si tratta di una semplice “ansia” psicologica, come se i risparmiatori fossero affetti da timori irrazionali: è invece una forma di prudenza dettata dalla sfiducia nella correttezza complessiva del sistema. E il primo a dover constatare il fallimento del proprio operato in una simile situazione dovrebbe essere proprio il Presidente della Consob (considerazioni più estese le trovate in un interessante articolo su lavoce.info).
  2. L’introduzione del bail-in per le banche, e i suoi effetti “fortemente distorsivi”. Qui la relazione è inusualmente dura, e si potrebbe anzi dire che il lungo passaggio polemico contro il bail-in sia il centro della relazione stessa. Si tratta, se vogliamo, quasi di uno strappo istituzionale, viste le critiche pesanti e la puntigliosità con cui Vegas tiene a elencare tutti gli atti che la Consob ha fatto per frenare o sterilizzare l’introduzione di questa diabolica normativa. Tra le altre cose, fa notare che è stata “infelice e poco ponderata la scelta di adottare la nuova disciplina con effetto retroattivo”.  Invano la Consob fin dal luglio 2013, quando la normativa europea ha fatto i suoi primi passi verso l’approvazione, ha tentato di limitare i danni di una legge “che ha contribuito a minare la fiducia nel sistema bancario”. Insomma, se la gente ha paura di investire nelle banche italiane la colpa è dell’Europa cattiva.

Ma stanno proprio così le cose? Io penso di no. Certo, senza la normativa sul bail-in gli obbligazionisti non rischierebbero i loro soldi. Ma resta francamente da capire perché un’autorità come la Consob, che vigila su tutto il mercato finanziario, debba desiderare che chi compra titoli di un’azienda a rischio debba rischiare di rimetterci se quell’azienda è ad esempio manifatturiera o tecnologica, e debba invece essere garantito a spese dei contribuenti se quell’azienda è una banca. La Consob avrebbe dovuto salutare con favore la rimozione di un’asimmetria di mercato simile, e l’eliminazione di un così evidente caso di moral hazard, in cui i profitti di un investimento andavano a chi investe, e i rischi andavano all’Erario.
Quanto alla retroattività della norma, e all’eroica “resistenza” della Consob, ci sarebbe parecchio da dire. Prendiamo un caso notoriamente emblematico: la buona cara Banca Etruria. Come è noto anche dalla stampa, diversi dirigenti di Banca Etruria sono stati accusati di truffa aggravata, per aver venduto indebitamente a piccoli risparmiatori come titoli a basso rischio (e rendimento) obbligazioni subordinate della banca per “scaricare” su di essi i rischi patrimoniali della banca. Questo avveniva nel 2013, quindi quando secondo la Consob il bail-in neanche era all’orizzonte… giusto?

No. Come tutte le norme europee di questo tipo, il bail-in ha avuto una lunga gestazione. Tanto per dire, già il 29 novembre 2012 la BCE aveva pubblicato un parere (favorevole) alla proposta di direttiva del 10 luglio 2012 che sarebbe poi diventata la famigerata norma sul bail-in. Se si legge questo parere, si ritrovano in esso tutti gli elementi necessari per capire dove si sarebbe andati a parare. In altre parole, i cittadini certo non sapevano ancora che quei titoli sarebbero stati a rischio, ma gli addetti ai lavori lo sapevano benissimo. E la Consob, già allora vigorosamente guidata dal nocchiero Vegas, cosa fece? Il fatto che banche come Etruria vendessero al pubblico titoli obbligazionari subordinati con tassi tali da implicare un rischio bassissimo la turbava particolarmente? La relazione lo rivendica, eccome: “Nel dicembre 2014 abbiamo adottato una Comunicazione finalizzata ad evitare che gli intermediari potessero vendere ai piccoli risparmiatori prodotti finanziari complessi, ivi comprese le obbligazioni subordinate”. Capito? Immagino il terrore che si sarà sparso nelle banche sull’orlo del dissesto davanti a una così implacabile azione della Commissione: nientemeno che una Comunicazione! Il relativo testo, ricco di riferimenti ad opinions delle autorità internazionali di vigilanza, include effettivamente la raccomandazione a non vendere ai clienti retail titoli “per i quali, al verificarsi di determinate condizioni o su iniziativa dell’emittente, sia prevista la conversione in azioni o la decurtazione del valore nominale”; tutto questo dopo che simili titoli erano stati abbondantemente venduti ai piccoli risparmiatori. Ma al pubblico, cioè a coloro che dovrebbero essere tutelati, cosa fu detto, in termini che loro potessero comprendere? Come poteva un risparmiatore essere informato sui rischi qualora una banca avesse deciso di non seguire la “raccomandazione” della Consob? Possibile che l’interlocutore di un’Autorità che deve tutelare il cittadino non sia mai il cittadino?

La verità è che il bail-in è una norma sacrosanta, che tenta di contrastare la fondamentale convenzione di “profitti privati e perdite pubbliche” che ha sempre accompagnato le banche. Questa norma sacrosanta è stata aggirata e distorta da politici, autorità di viglianza e da non pochi truffatori, che anziché vendere titoli a rischio a investitori a rischio hanno pompato titoli tossici nei portafogli di piccoli risparmiatori ignari; ebbene, chi avrebbe dovuto prevenire e vigilare a difesa di quei risparmiatori, anziché fare mea culpa e chiedere che quei truffatori siano perseguiti e risarciscano loro i truffati, oggi dice che la norma era sbagliata e che “alla prova dei fatti, l’idea di circoscrivere ai soli investitori di una banca i costi del salvataggio si sta mostrando illusoria”. Uno sfoggio di faccia di bronzo quale alle nostre istituzioni non fa, bisogna dire, mai difetto.

Come sempre, insomma, chi sbaglia non paga, che sia un politico, un banchiere “spericolato”, un investitore speculativo o un controllore che fa finta di controllare. Tutti sono d’accordo su una sola cosa: bisogna che a pagare il conto dei loro errori e delle loro frodi sia il contribuente italiano, e bisogna che a questo scopo siano neutralizzate le norme europee che quel contribuente cercherebbero di difendere.

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