Italia: niente meritocrazia, niente produttività

Di recente, l’Istat ha pubblicato il suo Rapporto Annuale sulla situazione del Paese, e come sempre ci sono molti dati e analisi che meriterebbero un commento. Riservandomi quindi di ricorrere nuovamente a quel volume per nuovi argomenti, in questo post vorrei toccare un argomento fondamentale per il nostro Paese, e di cui pure si discute pochissimo, forse perché nessuno sa come intervenire, o più probabilmente perché non porta voti: la produttività incredibilmente bassa delle imprese italiane.

Il problema della produttività in Italia in realtà ha radici lontane, fin dagli anni Settanta, quando la competitività dei nostri prodotti cominciò a fondarsi sulle svalutazioni valutarie; tuttavia è particolarmente drammatico il ritardo di produttività che l’Italia ha accumulato dall’inizio di questo secolo, e che, in corrispondenza di questo prolungato periodo di crisi, ha determinato uno speculare calo del PIL:

produttivita

Fonte: Istat, Rapporto Annuale 2017

Come si vede, l’Italia è lontanissima dai risultati di tutti gli altri paesi dell’OCSE, anche quelli, come Spagna e Portogallo, che non sono esattamente di natura teutonica. Quali le ragioni che caratterizzano così in negativo l’Italia rispetto a tutti gli altri? Possibile che nell’arco di una quindicina d’anni la nostra produttività sia addirittura scesa?

Inutile dire che non ho una risposta semplice a questa domanda. Tuttavia, il Rapporto Istat offre un livello ulteriore di analisi che ho trovato molto interessante, e che è però piuttosto tecnico, quindi cercherò di riassumerlo qui sperando di non tradirne il senso.
Cominciamo a chiarire che quando parliamo di produttività tout court intendiamo la produttività totale dei fattori, ossia la produttività complessiva che è “classicamente” definita come il rapporto tra il valore aggiunto prodotto e il totale dei fattori di produzione, ossia lavoro più capitale. Cercando di evitare le discussioni tecniche, sempre la teoria (neo)classica scompone la produttività in efficienza e innovazione tecnologica; in pratica, un aumento di produttività può essere dovuto a un progresso della tecnologia “a processi invariati” (che so, un macchinario che consuma meno energia e quindi meno capitale), oppure a un miglioramento dei processi di produzione, oppure a entrambi. Vale però anche la pena di ricordare che la produttività fa riferimento al valore aggiunto prodotto: se per ipotesi io diventassi efficientissimo, ma il prodotto del mio lavoro venisse deprezzato sul mercato, la mia produttività scenderebbe perché il valore aggiunto si avvicinerebbe a zero.

Per tentare di comprendere meglio l’annosa questione della produttività in Italia, che come ripeto è, rispetto agli indicatori economici fondamentali, la nostra vera palla al piede, l’Istat ha quindi tentato di analizzare individualmente i fattori della produttività utilizzando una metodologia per la quale vi rinvio al Rapporto stesso.
Una prima informazione, su un periodo più ristretto (2011-2014) in cui la produttività è in realtà leggermente cresciuta, è offerta dalla figura qui sotto, che evidenzia i contributi distinti dei due fattori citati sopra (efficienza e tecnologia):

produttivita per settore

Come si vede, le variazioni dell’efficienza tecnica sono o moderatamente positive o negative, mentre quelle derivanti dall’innovazione tecnologica sono positive o praticamente nulle. In altre parole, possiamo dire che dove la produttività cresce essa è trainata dall’innovazione tecnologica.

Il Rapporto propone poi un’ulteriore scomposizione della componente di efficienza, per comprendere meglio come mai questa benedetta “efficienza” nelle nostre imprese resti così “inefficiente”. Per trovare qualche indicazione, l’Istat ha diviso il contributo dell’efficienza alla variazione di produttività in tre componenti:

  1. Variazione di efficienza “persistente”: quella relativa ai processi delle imprese che sono rimaste attive in tutto il periodo di osservazione; in pratica, questa variazione è quella che dipende dai miglioramenti (o peggioramenti) introdotti da ogni impresa ai propri processi produttivi;
  2. Variazione di efficienza “allocativa”: quella derivante dal fatto che a crescere maggiormente siano le imprese più o meno efficienti; la definirei una misura del funzionamento del mercato;
  3. Variazione di efficienza “demografica”: quella derivante dalla differenza di efficienza tra le aziende create nel periodo e quelle scomparse; in un certo senso, si tratta di una componente “darwiniana”.

Vediamo ora i dati di decomposizione della produttività in tutte le componenti che abbiamo descritto, con la suddivisione secondo la dimensione delle aziende:

scomposizione produttivita

Ebbene, i dati sono, almeno per me, abbastanza sorprendenti. Provo a riassumere alcune considerazioni che mi vengono dall’esame di questo grafico:

  • Le aziende che vedono migliorare complessivamente la loro produttività sono quelle medie, soprattutto, come dicevamo, grazie all’innovazione tecnologica; in quelle grandi, paradossalmente, il cambiamento tecnologico dà un contributo addirittura negativo.
  • L’unico fattore che dà sempre un contributo positivo è quello che ho chiamato “darwiniano”: la variazione netta tra produttività delle imprese neonate e imprese morte è sempre positiva. Questo contributo, però, si azzera per le grandi imprese, presumibilmente perché tra le grandi imprese “nascite” e “morti” sono molto più rare.
  • Il contributo del fattore “allocativo” è prevalentemente negativo, ed è tanto più negativo quanto più grandi sono le imprese. In altre parole, il mercato dei grandi contratti non premia le imprese più efficienti, anzi al contrario tende ad aumentare il peso di quelle inefficienti.

La somma di questi elementi delinea uno scenario che, in particolare per le grandi imprese, sarebbe sconcertante se non ne avessimo esempi quotidiani: per innovare i processi nella direzione di una maggiore efficienza è necessario essere “grandi”; ma le imprese medio-grandi che non investono in maggiore efficienza interna sono quelle che crescono di più (o che riducono meno il loro personale).

Quindi, sulla base di questi dati che comunque vanno presi con cautela, mi sentirei di dire che la scarsa produttività delle imprese italiane non è dovuta né all’incapacità di utilizzare tecnologie innovative né a quella di migliorare l’efficienza dei processi, ma è un fallimento di mercato, che non premia l’efficienza, anzi al contrario la scoraggia. Le imprese inefficienti, se sono sufficientemente grandi, non vengono chiuse (abbiamo visto in merito il disgraziato caso di Alitalia), liberando risorse e spazi di mercato per imprese più moderne, ma rimangono sul mercato, e riescono a ritagliarsi quote protette del mercato stesso a scapito dei concorrenti più competitivi. Il mercato delle imprese non è meritocratico, insomma, e a pagarne il prezzo è l’intero sistema Italia.

2 commenti

  • Articolo molto interessante. La situazione mi ricorda la situazione dell’Unione Sovietica negli anni ’70 e ’80. Qualcuno si prese la briga di stabilire se il PIl sarebbe diminuito o aumentato, se da un giorno all’altro avessero chiuso i battenti tutte le aziende industriali, eccetto quelle riguardanti la produzione e il trasporto di petrolio. La risposta fu che sarebbe aumentato. Anche l’ambiente ci avrebbe guadagnato. Insomma il paese sarebbe diventato più ricco e pulito e l’Ucraina non avrebbe ricevuto in dono, per centinaia di anni, un disastro ambientale come quello prodotto dall’esplosione di un reattore nucleare a Chernobyl. Qui il pensiero corre a Taranto e alla gestione negli ultimi decenni di uno dei maggiori centri siderurgici europei.
    Infine: più che il merito qui c’entra la concorrenza. Banche che divorano il risparmio e vengono “salvate”, aziende che ottengono e ricevono “incentivi”, imprese che non falliscono come dovrebbero. Gli esempi sono infiniti. Un giorno qualcuno ricostruirà i costi (giganteschi : feci una stima approssimata di questa voragine alla fine degli anni ’80) del mantenimento in vita dagli anni ’70 in poi di aziende come Poste Italiane e Ferrovie dello Stato. E’ l’idea diffusa (non solo tra politici e sindacalisti) della prevalenza della “politica industriale” (nella versione italiana del termine), della regolazione da parte dello Stato rispetto al mercato.

  • Grazie dottore molto interessante. A mio parere sarebbe anche interessante associare alle variazioni del PIL pro-capite, nello stesso periodo, quelle dell’indice di Gini, delle % di povertà assoluta e relativa e l’evoluzione della mediana dei redditi. Questo per verificare come, nell’ambito di una innegabile massima di Catalano, “meglio crescere che calare”, possano esserci state traiettorie diverse nel godimento degli incrementi (decrementi) a seconda delle policies. Saluti

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