L’omeopatia, il sonno della ragione e l’identità perduta

Dopo la tragica fine della vicenda del bambino malato di otite e “curato” con preparati omeopatici finché l’infezione non è diventata inarrestabile, la mia reazione riflessa sarebbe unirmi al conseguente coro di indignazione, forte del mio inattaccabile pedigree di razionalista, illuminista, convinto assertore del metodo scientifico. Potrei sottolineare che la diffusa riluttanza a seguire le prescrizioni della medicina “ufficiale” (ammesso che ne esistano altre) è irrazionale e autolesionista, visti i risultati ammirevoli che la medicina stessa ha dimostrato di saper ottenere, e che questa stessa riluttanza rischia di diventare criminale quando si estende ai bambini di cui si ha la responsabilità. Lo hanno scritto in molti, ad esempio Gramellini sul Corriere, in un pezzo eloquentemente intitolato Omeopazzia, mentre i social sono pieni di invettive contro la stupidità e l’ignoranza di chi ecc. ecc.

E però se scrivessi un post così sarebbe un post inutile e sbagliato. Inutile perché non c’è bisogno di chi lanci l’ennesima pietra, e sbagliato perché la spiegazione della triste popolarità dell’antimedicina, anzi dell’antiscienza, non sta nell’ignoranza o nella stupidità: come dicono le statistiche, e come sa chiunque di noi abbia amici che usano le cure omeopatiche, o sono “antivaccinisti”, o altro, costoro non sono né meno informati né più stupidi degli altri, né particolarmente irragionevoli al di fuori di questi specifici argomenti.
E quindi? Per cominciare a inquadrare il problema, partirei proprio da cosa avrei potuto scrivere nel post razionalista “inutile e sbagliato” di cui dicevo prima, perché certi elementi saranno utili.

La prima considerazione banale che possiamo fare è che la ricerca scientifica e tecnologica, e quella in ambito medico in particolare, è responsabile in larghissima parte della sostanziale trasformazione delle nostre condizioni di vita diciamo dall’Ottocento a oggi. Qualunque cosa si pensi dello stile di vita moderno occidentale, un dato è certo: le condizioni di salute e la longevità sono migliorate in modo stupefacente. Ne siamo tutti consapevoli, ma è bene tenere presente i dati (il grafico qui sotto è di un rapporto Istat aggiornato al 2011, e da allora la mortalità infantile in Italia è ulteriormente scesa dal 3,3 al 2,8 su mille nati vivi). Dal 1887, insomma, quando oltre un terzo dei nati moriva entro i primi cinque anni di vita, la mortalità infantile in Italia è scesa di oltre 100 volte. L’Italia è oggi uno dei paesi con più bassa mortalità infantile del mondo, ma questo è il risultato di un progressivo affinamento e diffusione delle pratiche sanitarie: come mostra il grafico ancora negli anni Sessanta (quando non avevamo vaccini “inutili” come quelli contro il morbillo o la pertosse) l’Italia era ai livelli in cui si trova oggi il Bangladesh.

mortalita infantile italia

Questo crollo della mortalità è in gran parte attribuibile al virtuale azzeramento delle morti per malattie infettive, che erano la prima causa di morte e che la medicina ha contrastato grazie all’igiene, ai vaccini e agli antibiotici, e ovviamente al servizio sanitario pubblico per tutti. E infatti, anche se allarghiamo lo sguardo dalla mortalità infantile a quella generale, la situazione non cambia: un recentissimo articolo pubblicato su Lancet, utilizzando un nuovo sistema di indicatori basato sulla mortalità evitabile con le migliori terapie, mostra che la qualità e accessibilità dell’assistenza sanitaria sta migliorando in tutto il mondo, e che l’Italia è al dodicesimo posto in questa classifica, davanti a paesi come Francia, Germania, UK, Stati Uniti.

HAQ index 2015

Indice di Accessibilità e Qualità dell’assistenza sanitaria, dati 2015 – Fonte: Lancet

Insomma, tutte le evidenze obiettive ci suggeriscono che se c’è una singola cosa al mondo che dovremmo tenerci stretta e difendere con tutte le nostre energie è la sanità pubblica italiana fondata sulla medicina scientifica. Queste evidenze non sono opinabili, sono un dato di fatto; tutte le lacune a noi ben note di questa sanità pubblica sono buoni motivi per lavorare per migliorarla, ma certamente non per screditarla e svuotarla, magari a favore di alcuni privati ma sicuramente a danno della generalità dei cittadini. Appunto la combinazione tra la medicina scientifica e un servizio universale pubblico erogato da medici mediamente bravi e responsabili è il carattere che distingue, in positivo, la situazione italiana rispetto ad altre dove magari i ricchi hanno cure eccellenti ma la media non è altrettanto brillante.
Per converso, dovremmo concludere che non c’è atto più insensato che un cittadino italiano possa fare che rifiutare la protezione di questo sistema e ricorrere a trattamenti alternativi di incerta o nessuna efficacia (per quanto in particolare riguarda l’omeopatia, un’accurata rassegna dei dati disponibili è stata pubblicata nel 2015 dal Consiglio Nazionale della Salute australiano  con la conclusione “Non ci sono malattie per le quali ci sia un’evidenza affidabile che l’omeopatia sia efficace”, nel Regno Unito una commissione nominata dal Parlamento concluse che “Le rassegne e metaanalisi sistematiche dimostrano in modo conclusivo che i prodotti omeopatici non funzionano meglio dei placebo”, mentre in USA le autorità hanno stabilito che sulle confezioni di preparati omeopatici deve essere dichiarato che non esistono prove valide a indicare che abbiano un effetto. Cito anche, sul “fronte” opposto, uno studio del 2011 commissionato dal governo svizzero che invece attribuisce efficacia per alcune malattie ai preparati omeopatici). Tanto meno è razionale dedicarsi al “fai da te” medico-sanitario basato magari sulla lettura di qualche articolo su Internet o sul tam-tam all’interno di comunità di scettici, sostituendosi alle raccomandazioni della medicina istituzionale “collusa con le multinazionali del farmaco” (ancora una volta, non è che questi legami non esistano o non siano pericolosi, sono le alternative a non offrire alcuna garanzia).

Qui sarebbe finito il mio “post inutile”, che avrebbe molto gratificato me e chi come me è un razionalista che crede nella scienza e nelle sue istituzioni, ma che non avrebbe neanche sfiorato le motivazioni di chi compie appunto questo “atto eccezionalmente insensato”. Vorrei quindi chiedervi ancora un po’ di pazienza per tentare di andare oltre.

Perché, quindi, persone informate, intelligenti e attente al benessere proprio e delle loro famiglie compiono appunto quella che a quelli come me appare la scelta più assurda possibile? Forse non sanno quello che ho appena scritto?
Certo che lo sanno. Come mi facevano osservare ieri (questo post è anche il frutto di diverse conversazioni private sull’argomento), alla fine in genere anche gli utilizzatori di pratiche alternative ricorrono come ultima istanza alla corsa in ospedale per tentare di salvare sé o i loro congiunti. Nonostante tutte le discussioni sui vaccini, dopo i recenti casi di meningite i centri per le vaccinazioni anti-meningococco sono stati presi d’assalto, da migliaia di adulti che reclamavano quello stesso vaccino la cui obbligatorietà per i bambini è oggi un casus belli. Insomma, nel profondo, tutti sanno bene che è negli ospedali pubblici che si trova la medicina “vera”.

Vuol quindi dire che ci sono all’opera forze psicologiche più potenti della protezione di sé e dei propri cari? In un altro post, intitolato La ribellione contro la tirannia della Ragione, ho cercato di dare una risposta almeno parziale, evidenziando una debolezza della razionalità, ossia la sua impersonalità. Ebbene, credo che questa debolezza sia presente in modo direi quasi strutturale nella nostra Sanità, e che questa impersonalità sia parte della risposta che sto cercando. La medicina “ufficiale” è ormai una medicina in larga parte “industrializzata”; il medico è sempre più simile a un meccanismo che, sulla base di alcuni input il più possibile oggettivi (analisi ed esami di laboratorio), e rispettando le linee guida fornite dalle autorità sanitarie, elabora una strategia terapeutica in cui la persona del paziente è ben poco in gioco. Poche settimane fa, mi sono sottoposto a un check-up in un buon Centro Diagnostico convenzionato; mi è stato assegnato un numero (“per la privacy”) e sono stato palleggiato da una sala d’aspetto all’altra senza neanche sapere benissimo quale sarebbe stato il prossimo esame che avrei affrontato. In tre ore tutto era completato, e sono uscito dal Centro come un prodotto commerciale esce da un controllo di qualità. Niente da dire, per carità, ma nessuno che si confronti con questo tipo di sanità può sentirsi in controllo di quello che gli accade.

Ecco quindi che determinati bisogni degli appartenenti alla società (non solo in quanto pazienti) sono ignorati e anzi contrastati dalla nostra organizzazione sanitaria. Le persone hanno bisogno di potersi attribuire un’identità, una capacità decisionale, un controllo sulla propria vita; e sospetto che questi bisogni, salvo che nei momenti in cui ci troviamo di fronte alla paura fondamentale della morte, in molti siano più forti del desiderio di curarsi e curare nel modo più efficace possibile. Per alcuni, è forse meglio una cura sbagliata, ma in cui si riconoscono, di una cura efficace che nega la loro individualità. Chi sceglie trattamenti estranei alla medicina per curare sé e i propri cari si sente parte di una comunità a parte, fatta di persone che “pensano con la propria testa”, che sono critici nei confronti di istituzioni corrotte e colluse con “Big Pharma”, che stabiliscono un rapporto di fiducia con “medici” comunicativi e attenti. E anche gli omeopati, che in realtà “sanno” meglio di chiunque che i trattamenti che offrono sono privi di un razionale terapeutico, non ci “credono” anche perché così si sentono evidentemente non più anonimi terminali di una macchina sanitaria, ma autori in prima persona di ogni guarigione che ottengono, sacerdoti e guide di una comunità esclusiva e consapevole. Fanno leva sull’effetto placebo, e l’effetto placebo è figlio di una convinzione trasmessa da persona a persona, non di una ricerca di laboratorio. Potenziare quell’effetto con la propria credibilità cambia davvero la “terapia”.

Leggiamo infatti alcuni passi di un’agghiacciante intervista al nonno del povero ragazzino ucciso dall’otite, e non solo da essa, vista la descrizione del comportamento dell’omeopata:

«Ha spaventato a morte mia figlia. Quando lei lo supplicava di dare l’assenso per portare il bimbo in ospedale perché lo vedeva peggiorare, lui le ha risposto che gli avrebbero somministrato tachipirina con la conseguenza di farlo diventare sordo. Non solo, sarebbe potuto finire in coma epatico. Li ha come paralizzati dalla paura […]
Ci aveva posto la scelta: o la pediatra oppure lui. […] La nostra famiglia è stata uccisa dal suo delirio di onnipotenza. L’omeopatia non c’entra»

È ovvio, ma val la pena ribadirlo, che questo non è certo un esempio rappresentativo del comportamento degli omeopati. Eppure, a me pare evidente che un rapporto di questo tipo con un pediatra del SSN sarebbe inconcepibile: si tratta dell’estrema degenerazione di quel tipo di rapporto personale e identitario di cui cercavo di parlare. Tanto è irrinunciabile questo elemento identitario che il nonno insiste ad affermare che “l’omeopatia non c’entra”: accusare l’inefficacia dell’omeopatia sarebbe negare se stessi.

Anche qui, bisogna intendersi: esistono ovviamente medici “tradizionali” che hanno commesso errori e anche abusi, non è questo il punto. Un altro modo di mostrare quello che penso è ricorrere a un caso che non c’entra con l’omeopatia ma che offre forse un’altra prospettiva sullo stesso fenomeno: si tratta dell’ormai famigerato metodo Hamer per la cura dei tumori, che ha di fatto provocato la morte di numerose persone colpite da tumori probabilmente trattabili (non sto qui sostenendo alcuna equivalenza tra omeopatia e metodo Hamer). Una donna 34enne, secondo il racconto del chirurgo che era inizialmente intervenuto per rimuovere la massa tumorale, sarebbe ad esempio stata convinta da un uomo non identificato a rifiutare la necessaria chemioterapia a favore di un “trattamento” a base di ortica e ricotta. In altri casi, a sconsigliare le terapie “ufficiali” è stata la famiglia, oppure gruppi Facebook raccolti intorno alla “testimonianza” di qualche “celebrità”. Non sto, ripeto, equiparando clinicamente le mille forme di “cure” alternative; voglio sottolineare che quasi sempre a raccomandarle c’è qualcuno che “ne sa di più”, che aiuta il prossimo ad aprire gli occhi ed entrare nella piccola comunità di quelli che “hanno capito”.

La mia conclusione? Difficile averne una, non essendo a mia volta uno specialista della psicologia umana. L’idea che mi sono formato, e che ho cercato di illustrare, è che l’omeopatia e altre pratiche “mediche” non rispondano tanto al desiderio di liberarsi delle malattie, quanto a un bisogno diverso e reale, di essere riconosciuti, compresi e gratificati come individui e parte di una comunità coesa, in un momento in cui la risposta “ovvia” a questo bisogno non è più data da uno Stato di cui molti rifiutano come falsa ogni manifestazione, reagendo con un No a 360°. Penso che l’organizzazione della nostra medicina sia strutturalmente ostile a questo bisogno, e che, se vogliamo che la salute della nostra società non consista solo nei livelli di colesterolo o nel peso forma, è necessario che da qualche parte esso venga preso in carico e indirizzato in modo civile e laico. Altrimenti ci troveremo sempre di fronte, in mille diverse forme, all’irrazionale e “incomprensibile” comportamento di chi non riesce a soddisfarlo.

In apertura: particolare da Il sonno della ragione genera mostri, di F. Goya

7 commenti

  • Conclusione impeccabile.

  • Nel caso specifico da quello che si legge dalla stampa sia il papà del povero bimbo che il medico (che non era pediatra per il SSN quindi anche qui da capire le omissioni di chi doveva controllare) potrebbero essere definiti secondo il vecchio DSM degli schizoidi o schizotipici, e non dimentichiamo almeno per il medico il noto ” follow the money ” (più di 2000 pazienti da vedere come attività extra ambulatoriale son soldi): insomma io avrei delle riserve sul considerare “normali” questi personaggi (imho)

  • stefano sappino

    Quindi invece di impiegare le riorse per innalzare la comprensione dei meccanismi non solo scientifici ma anche di una sanità di massa, intesa come in grado di seguire bene tutti, usiamole per coltivare la convinzione che, qualsiasi cosa si faccia, non sia abbstanza (i fenomeni descritti non sono evitabili, fanno parte delle deviazioni di comportamento umano derivante dalla statistica) e magari diamogli la possibilità di diventare prevalenti, e di conseguenza diatruttivi. Non mi sembra una grande idea.

    • Veramente, non è proprio questo che suggerisco. Ad esempio (ma è solo un esempio) potrebbe servire una formazione psicologica per i medici.
      Semplicemente, il problema dei comportamenti irrazionali è un problema diverso da quello delle malattie, e non sparirà migliorando le cure. Il modo migliore per farlo “diventare prevalente”, come per tutti i problemi, è ignorarlo.

  • La seconda parte del post é illuminante dottore, ma la risoluzione é molto difficile. Consideri che già la medicina tradizionale tracima in risposte laterali come la pletora di integratori che prescrivono medici di base e specialisti, e l’inutilità (a detta ad esempio della fondazione Gimbe) di tante pratiche, a diversi livelli, che rispondono alla necessità di far qualcosa più che di migliorare qualcosa, vista l’assenza spesso di una chiara prova di miglioramento rispetto al non agire.
    Grazie e saluti

  • Chiara Giuliana

    Un paio di giorni in cui imperversava la “bufera ” ,avevo acceso Google +ma era impossibile non scandalizzarsi di fronte a commenti aggressivi, offese gratuite gli uni verso gli altri “schierati”: una drammatica vicenda strumentalizzata ad arte per piacere del torbido, dello sberleffo e dell’odio reciproco come succede di solito.
    Mi ha fatto piacere, sono quasi commossa del fatto che ,almeno *qui* ho trovato punti di vista molto simili ad una riflessione che ho fatto io nel merito.
    I social stanno diventando sempre peggio, Google +sta diventando come Facebook. Che tristezza!
    Grazie x questo bel contributo. … anche se il tutto non può essere di facile soluzione.

  • Splendido post
    L’aspetto psicologico e,aggiungo la mancanza di empatia che attraversa tutto l’occidente decadente,arricchito,sono concause di questa situazione

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