Virginia Raggi e il “pacco” di Roma

Mentre s’avvicinano le elezioni politiche del prossimo marzo e si combatte all’arma bianca per una legge elettorale che a mio avviso ben difficilmente determinerà i rapporti di forza in Parlamento, un malinconico autunno pervade la Capitale d’Italia. Anzi, il sentimento di malinconia dei cittadini romani (di cui faccio parte) è venato, più che di giustificata rabbia, di un paradossale senso del grottesco, molto romano peraltro, di fronte a una situazione che avrebbe dato pane per i suoi denti anche alla fulminante penna di Belli o alla feroce ironia di Pasquino.

Non è però Hic Rhodus il luogo per sonetti dissacranti, né per invettive che inevitabilmente si presterebbero a una lettura qualunquista. Proprio per questo finora, nonostante la “spettacolarità” delle vicende della Città Eterna, ho evitato di scriverne, consapevole che anche la più asettica delle enunciazioni dei disastri che ci affliggono sarebbe apparsa come un attacco politico alla giunta Raggi. Né, francamente, credo sia possibile alcun commento della realtà romana che non includa una critica impietosa dell’attuale amministrazione, salita al potere con grandi promesse e rivelatasi peggiore delle meno lusinghiere aspettative, come il titolo di questo post dovrebbe far chiaramente intendere.

E, pure, la situazione romana è ormai un problema nazionale, anzi, arrivo a dire, uno dei più gravi. Non perché Roma sia il “biglietto da visita” del nostro paese verso turisti e viaggiatori professionali, o perché la risonanza di ciò che accade a Roma superi i confini nazionali; questo è senz’altro vero, ma non è il punto. E se è altrettanto vero che i cronici disagi cui è da tempo sottoposta la cittadinanza hanno assunto la forma di vere e proprie piaghe d’Egitto, questo riguarda chi, vivendo all’interno del Grande Raccordo Anulare, ha in fondo il sindaco che ha votato. Per disastrosa che sia la situazione dei rifiuti o del trasporto urbano, possiamo sempre sperare che in futuro i servizi migliorino.

Dove invece i danni rischiano di essere irreversibili (anzi, lo sono già) è l’economia, di cui pure si parla molto meno che dei topi o degli autobus guasti. Una città delle dimensioni di Roma, e ancor più la capitale di un paese eterogeneo come l’Italia, per poter esistere ha bisogno di un tessuto economico che sostenga occupazione, servizi, flussi economici, manutenzione e ammodernamento urbano, sicurezza. Tutte cose che, specie con le vacche terribilmente magre che affliggono la Pubblica Amministrazione centrale e comunale, non è pensabile che neanche nella Capitale siano finanziate esclusivamente da fondi pubblici; anzi, il pubblico deve investire in modo strategico e per il resto essere un fattore di stimolo e facilitazione all’impresa privata.

Purtroppo, a Roma la situazione dell’economia è altrettanto disastrosa di tutto il resto. Di fatto, per ragioni legate anche ai “costi di sistema” derivanti dal degrado cittadino e all’assenza di strategia e interlocuzione per i grandi imprenditori, si sta aggravando il fenomeno di una vera e propria desertificazione delle attività produttive, con crisi o abbandono delle grandi aziende e stagnazione o paralisi di tutte le principali attività. Se Alitalia è ormai da tempo uno zombie, anzi un vampiro, molte aziende che tradizionalmente costituiscono, o costituivano, l’ossatura produttiva dell’area romana sono in crisi, come Almaviva, o stanno abbandonando Roma per spostare il centro delle proprie attività altrove, ad esempio a Milano, come Sky, Esso e diverse altre. Il fenomeno è stato rilevato anche dai principali giornali, come La Stampa e il Corriere della Sera, il Foglio e il Manifesto: tutti gli osservatori, di qualsiasi orientamento, concordano: motivi per investire a Roma non ce ne sono, e chi può scappa.

In una situazione del genere, le cui radici (diciamolo chiaramente) non sono certo riconducibili all’attuale amministrazione del Comune, l’azione del sindaco e della Giunta è però (o dovrebbe essere) decisiva per creare occasioni di sviluppo, attirare iniziative, dare un indirizzo e un’identità all’anima produttiva della città. Da questo punto di vista, lo spettacolo offerto a Roma è disarmante: se gli amministratori di Milano si muovono per portare attività nella “capitale morale” lombarda, ivi inclusa l’Agenzia Europea del Farmaco, la Giunta Raggi si segnala soprattutto per l’indifferenza se non l’ostilità verso le iniziative che potrebbero portare investimenti e lavoro a Roma. Se il sindaco rivendica come un fiore all’occhiello aver “salvato” la città dalle Olimpiadi (e dai molti investimenti che avrebbero attratto), non si può dimenticare che ha anche il “merito” di aver bloccato indecorosamente la ristrutturazione delle Torri dell’Eur (con un rischio erariale non insignificante), di aver mutilato e sostanzialmente affossato il progetto del nuovo stadio della Roma, di rivolgersi ai giovani imprenditori di Confindustria parlando di mercati rionali. Tutto questo, spesso propagandato come opposizione alle speculazioni edilizie, sarebbe accettabile se esistesse un modello di sviluppo dell’economia capitolina alternativo alla tradizionale “locomotiva” immobiliare, ma non c’è: l’unica “iniziativa” di Virginia Raggi in campo economico è stato battere cassa nei confronti del Governo per avere soldi a fondo perduto (“per non fare le Olimpiadi”, “per la Metro D” [pochissimo credibile, da parte di chi aveva dichiarato di non voler completare neanche il tratto già previsto per la Metro C], “per le periferie”, “perché sì”). Peccato che poi la stessa Giunta, e la Raggi in prima persona, abbia perso sistematicamente occasioni per ottenere fondi regionali o per aprire un dialogo serio e proficuo con il Governo per finanziare progetti e non chiacchiere.
Nel frattempo, parlando di economia, non si può dimenticare la condizione del bilancio del Comune stesso e delle sue partecipate, in particolare ATAC e AMA. Anche qui, le magagne vengono da lontano, fin dalle gestioni Veltroni e Rutelli, per non parlare della sciagurata stagione di Alemanno, che un vecchio articolo del Sole 24 Ore sull’argomento riassumeva in un’eloquente grafica:

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Fonte: Il Sole 24 Ore

Ancora oggi, ci sono scheletri finanziari che, temo, non siano stati tirati fuori dall’armadio (del Comune o della gestione commissariale del debito pregresso) e che potrebbero finire sulle spalle dei romani. I debiti delle partecipate sono un buco nero, e sono tutt’altro che convinto che i contratti basati su derivati stipulati ai tempi di Veltroni (appunto) siano stati del tutto neutralizzati. Ma questa è un’altra vicenda.

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Gianni Lemmetti, attuale Assessore al Bilancio del Comune di Roma

Insomma: per amministrare efficacemente una città come Roma ci vorrebbe un politico-manager di altissimo livello, con una squadra di grandi professionisti, e farebbero molta fatica. Invece Virginia Raggi è totalmente impreparata per un compito simile, e anziché una Giunta abbiamo avuto un casting permanente di personaggi a volte qualificati e spesso improvvisati, con alcuni assessorati passati di mano anche più volte, con i dimissionari (Muraro, Berdini, Raineri, Minenna, fino alla recentissima uscita di Colomban) che hanno poi sistematicamente detto peste e corna del sindaco e del M5S. In particolare, per tenere in ordine le finanze del Comune occorrerebbe un Assessore al Bilancio autorevole ed espertissimo; invece proprio in questo cruciale ruolo il tourbillon grillino ha proposto prima Marcello Minenna, poi l’ex magistrato della Corte dei Conti Angelo De Dominicis (che però in pratica non è mai neanche entrato in carica), poi Andrea Mazzillo e infine Gianni Lemmetti, ex Assessore a Livorno e dottore commercialista. Inutile dire che questo caos e il profilo non esattamente stellare di Mazzillo e Lemmetti non consentono minimamente di indirizzare l’enorme complessità del bilancio capitolino, mentre si verificano episodi tragicomici come quello relativo al bilancio consolidato del Comune, che l’Assessore Lemmetti ha sottoposto alla verifica dell’Oref, salvo poi, una volta incassato il parere negativo dell’organismo di controllo perché le risultanze di bilancio non rappresentano in modo “veritiero e corretto” i rapporti tra Comune e partecipate, dichiarare che l’Oref esprimeva una posizione indebitamente politica e che in fondo il parere non era dovuto e “nessuno glielo aveva chiesto”.

A proposito di questo episodio, è istruttivo segnalare anche un piccolo dettaglio indicativo del rapporto della Giunta Raggi con la verità dei fatti. Il 22 settembre, approvato in Giunta il Bilancio Consolidato, viene pubblicato sul sito del Comune un comunicato nel quale è scritto che “il documento è stato immediatamente trasmesso all’Oref, Organo di revisione economico-finanziaria del Campidoglio”. Il 29 settembre, dopo il parere negativo dell’Oref, l’Assemblea approva ugualmente il Bilancio. Curiosamente, anziché emettere un nuovo comunicato, il comunicato del 22 settembre viene leggermente modificato come se riguardasse fin dall’inizio il voto in Assemblea (ma lasciando la data del 22 mentre il voto è del 29), facendo sparire la frase che citavo qui sopra, e sostituendola con il riferimento a una “raccomandazione” dell’Oref recepita nell’ordine del giorno n. 116 ugualmente approvato il 29 che impegna il Sindaco e la Giunta entro fine anno “a porre in atto i provvedimenti necessari ai fini della riconciliazione delle partite debitorie e creditorie delle società partecipate appartenenti al Gruppo Roma Capitale”. Insomma, il tanto vituperato parere dell’Oref è stato confermato dalla stessa Assemblea, visto che la “riconciliazione” è ancora da fare, e senza una simile riconciliazione è impossibile che un bilancio consolidato sia corretto. Spettacolare.

Come chicca finale, è una fortuna che Google conservi, nella sua cache, la versione originale del comunicato, che vi offro insieme a quella “revisionata”:

trova le differenze
Il comunicato stampa prima e dopo la cura. Aguzzate la vista!

Conclusioni? Per complessa che fosse la situazione economica sia di Roma in generale, sia del Comune, non era evidentemente così critica da non poter essere peggiorata dalle azioni, dall’inazione e dall’inaffidabilità della Giunta Raggi.

LaLuigi-Di-Maio-M5s-Miliardo baldanza con cui due anni fa Luigi Di Maio annunciava che il M5S ormai “conosceva a fondo” i segreti della macchina amministrativa comunale e sapeva dove prendere tutti i soldi necessari per un felice rinascimento della Capitale suona oggi beffarda; “Metteteci alla prova”, scriveva Di Maio. I romani l’hanno esaudito, e ora sono alle prese con “la prova”.

Appunto due anni fa sottolineammo che la caduta del sindaco Ignazio Marino era frutto di un’alleanza quantomeno sospetta tra i vecchi poteri romani che Marino aveva “disturbato”, le opposizioni più o meno “candide” e quanti nel Pd centrale e locale lo vedevano come una scheggia impazzita. Era evidente che l’attenzione dedicata agli scontrini delle cene di Marino di fronte alla complessità e al degrado (anche allora, ovviamente, per quanto meno di oggi) della città era ipocrita e in malafede. Tanto per fare un solo esempio, uno degli “scontrini” di Marino riguardava un pranzo offerto in un ristorante di lusso al magnate uzbeko Alisher Uzmanov, costo ben 3.500 Euro; naturalmente, questa fu presa ad esempio delle “spese pazze” dell’ex sindaco. Peccato che a presentare esposti sulle spese di Marino in Procura e alla Corte dei Conti e a chiederne a gran voce le dimissioni sia stata la stessa Virginia Raggi che, da sindaco, ha inaugurato senza un accenno al suo predecessore la sala degli Orazi e Curiazi nei Musei Capitolini, restaurata grazie a una donazione di due milioni di Euro fatta appunto da Uzmanov grazie a Marino. Anche questo fa parte del ruolo del Sindaco della Capitale più ricca di storia e arte del mondo, per favorire tra l’altro un indotto anche economico, visto che storia e arte appunto sono il principale patrimonio della nostra città. Storia e arte, bellezza e memoria, non sono un “pacco”.