Sicilia: perde solo Renzi

Oggi molti compagni fanno il voto disgiunto: quelli d’ordine sosterranno me, quelli confusionari il grillino (Nello Musumeci).

Cos’è successo in Sicilia? Risposta sbagliata: niente o quasi niente. La Sicilia non è “il laboratorio politico d’Italia” e il suo voto non ha quasi mai anticipato alcuna strada intrapresa poi a livello nazionale. Le modalità del voto siciliano sono state differenti da quello che avremo alle politiche (per esempio il voto disgiunto, molto utilizzato in Sicilia). La Sicilia è una regione, grande e importante ma, insomma, è una regione. Infine: coi chiari di Luna della politica attuale un voto dato a Novembre ’17 non è, e non sarà, il voto dato a Primavera ’18. Aggiungere a piacere: è colpa di Bersani, è colpa di Grasso, ah, il vile Di Maio si è sottratto al dibattito pubblico… Chiunque argomenti in questi modi non fa il bene della democrazia riformista italiana che, fra pochi mesi, sceglierà un nuovo Parlamento.

Cos’è successo in Sicilia? Risposta più meditata e articolata: parecchie cose importanti, che a mio avviso non si possono non cogliere. Sia pure con le necessarie cautele, io credo di vedere quanto segue:

  1. La destra unita vince, la sinistra litigiosa perde. Sembra una stupidata quasi tautologica, ma a mio avviso lo è a metà. Cosa unisce la destra? Nulla, salvo la voglia di vincere. Da più di vent’anni la destra unite vince le elezioni e poi si divide su tutto e perde il potere. Succederà anche in Sicilia, a meno che… vedremo. Cosa fa la sinistra invece? Si divide da cent’anni su tutto, perché agitata da una pretesa di purezza ideologica dove c’è sempre qualcuno più “puro” che decide di fare il suo partito. Con l’arrivo di Renzi l’orizzonte ideologico si era spezzato, perché il segretario era un liberale pragmatico (almeno quello delle origini, ora è più che altro un centrista tatticista), e tutti i nostalgici del Novecento se ne sono andati sbattendo la porta. I D’Alema, i Bersani, Gotor, Fassina eccetera non possono e non vogliono rinunciare a un bagaglio di idee che anziché costituire un patrimonio più o meno nobile, ma superato, vogliono credere ancora attuale e realizzabile, malgrado decenni e decenni di sconfitte dalle quali nulla hanno imparato. Dati alla mano i voti di Micari e Fava, sommati, sono ben lontani dal risultato accettabile per porsi alla guida della Regione (e dai risultati delle precedenti regionali) ma sappiamo, grazie al voto disgiunto, che non pochi elettori di Micari hanno votato liste di centrodestra o, probabilmente, si sono astenuti, o ancora, disperati, avranno votato 5 Stelle. La depressione dell’elettore riformista, dopo gli anni della lacerazione anti-renziana, ha infatti indotto un buon numero di elettori a non votare, o votare altrove, o a votare turandosi il naso, rendendo la percentuale congiunta delle due liste di sinistra assai inferiori numericamente di quanto avrebbe potuto essere una buona, unica, lista di centrosinistra, con un buon programma, un leader non contestato, una comunità rispettosa delle differenze interne ma capace di dialogare e di fare sintesi. La sinistra divisa, quindi, non perde semplicemente per una scissione, ma per la perdita di credibilità, per la mancanza di serietà, per le scarse garanzie di continuità che offre, per la dilapidazione di capitale sociale che è il crimine politico più grave perpetrato al Nazareno, sia che voi – lettori – riteniate sia colpa di Renzi che degli altri.
  2. Chi vince veramente è il Movimento 5 Stelle. Arriva primo come partito e secondo dopo la coalizione di destra, non a grande distanza e senza alleati. Ciò permette ai leader pentastellati di dire che sono “i vincitori morali” (che non significa nulla), di prepararsi alla grande per le politiche, e infine di stare a guardare il prossimo sfascio siciliano dalla posizione che a loro piace di più, quella dei moralisti col ditino alzato che criticano, contestano, giudicano, senza sporcarsi le mani. Anche perché, dove se le sporcano (Roma, Torino…) fanno solo guai, quindi meglio non aggiungere altri danni. Inutile comparare i dati con quelli che fanno più comodo; la comparazione logica ed omogenea è con le regionali 2012 dove il Movimento, sempre con Cancelleri, prese il 15% scarso, quindi: fantastico successo.
  3. I risultati non dipendono da candidati straordinari, sia a destra che a sinistra, e questo deve far fare nuove riflessioni sul fatto che un discreto numero di motivazioni, dietro al voto, non riguarda i programmi né l’appeal di Musumeci e Cancelleri, ma proprio un’indicazione politica. Vi propongo a questo proposito una carrellata dell’amico Riccardo Gueci (scritta prima dell’apertura delle urne; si veda in coda all’articolo). Appare abbastanza chiaro da questo squarcio – soggettivo quanto volete, certo – che nessun candidato brilli di grande luce propria, e che a destra come a sinistra si paga (o ci si avvantaggia) per strategie più complesse che hanno investito le coalizioni e i partiti in questi anni recenti.
  4. Renzi ha perso alla grande. Inutile che dica che se l’aspettava o che irrida al rifiuto di Di Maio al confronto televisivo. Ha perso Matteo Renzi. L’arrembaggio del rottamatore è finito da un pezzo e ora il segretario si muove fra tatticismi che tradiscono l’impostazione iniziale. La sinistra interna gli ha dato filo da torcere, certo, perché lui personalmente è divisivo e ha voluto acuire lo scontro ma, accidenti, tu sei il leader e tua è almeno parte di questa responsabilità. Le periferie non sono Roma, e come segretario del partito non ha fatto un gran che per eliminare consorterie e malaffare e candidati poco credibili, che a tratti agiscono come viceré nelle loro regioni (sì, in Sicilia c’era un brav’uomo candidato, ma…). Ora Renzi dovrà sprecare energie per contrapporsi a coloro che vorrebbero cogliere il momento per un ricambio che, in realtà, non è al momento possibile.

Allora, quali conseguenze? Probabilmente la destra, ringalluzzita, può immaginare una strategia comune per le politiche, sapendo di piazzarsi bene senza potere vincere, lasciando Berlusconi a meditare se stare con Salvini o fare il salto della quaglia con Renzi. Il Movimento, analogamente, può gongolare per le continue vittorie a dispetto di ogni logica, e sa di potersi mettere molto di traverso nella prossima politica nazionale senza, però, poter mai governare. La sinistra-sinistra, fiera di avere sottratto voci al mortale nemico del popolo Matteo Renzi, continuerà a percorrere la strada di tante liste di sinistra, raccattando pochi voti, sufficienti al diritto di tribuna grazie al ridicolo sbarramento del Rosatellum. E il PD? Ecco, il PD, fra tutti, è veramente l’unico che non ha nulla di cui gongolare. Il miserrimo risultato siciliano non sembra l’occasionale inciampo di un’elezione particolare, di una terra difficile, di un incidente locale. Ha invece i connotati di un maligno male oscuro che credo si chiami, banalmente, disaffezione. Il Renzi delle origini non si vede più da un bel po’; il 40% delle europee pare legato alla momentanea novità del personaggio e al clima cupo dal quale si stava cercando di uscire, e non va accostato al 40% di Sì al referendum, che non era patrimonio personale di Renzi ma indicatore di una sua pesante sconfitta. Se il centrodestra da solo non potrà governare, così come il Movimento, potrebbe essere il PD a dovere fare da stampella minoritaria a una grosse koalition all’amatriciana. A mio avviso il progetto di grosse koalition Berlusconi-Renzi è nelle cose da tempo; e probabilmente non ci saranno altre scelte, grazie alla sciagurata legge elettorale. Ma Renzi sperava di arrivarci da una posizione di forza, potendo dettare le regole. Il ruolo inverso potrebbe costargli politicamente troppo e segnare una volta per tutte la sua fine. Comunque, abbiamo davanti alcuni mesi indubbiamente interessanti.

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