Le ragioni del debito pubblico per dummy; ovvero: come da cinquant’anni la politica compera il consenso degli italiani

In quanti, come me, si sono fatti la domanda: “ma com’è che non cala mai ‘sto maledetto debito pubblico, malgrado anni di sacrifici?” Chi fra voi capisce di queste cose sorriderà all’ingenuità ma, santi numi! un telegiornale sì e uno no qualche autorevole esperto alza gli occhi al cielo e, commentando questo o quella disgrazia italiana, mette al lato dei vincoli, degli impedimenti, delle difficoltà, il debito. Non parliamo poi dei politici che quando il debito cala dello zero-virgola rilasciano comunicati a raffica, e poi quando devono fare la legge di bilancio si scusano per la necessità di tappare buchi fatti da… fatti da…? Ora, come sanno i nostri lettori più affezionati, questo è un tipico tema di Ottonieri, che ne ha parlato più e più volte (per esempio QUI e più recentemente QUI, ma troverete molti altri spunti nei suoi articoli). Ma questa volta ne voglia trattare io in maniera forse più semplice e meno dotta, come parte di una riflessione generale che guarda alle prossime elezioni e a chi ci chiederà il voto.

Entriamo subito sul tema del debito cercando di capirne le origini: il primo grafico mostra il debito pubblico dall’Unità al 2012.

grafico2012

Se la prima parte è interessante più per motivi storiografici, a partire dal secondo dopoguerra troviamo ciò che ci interessa. Già da questo grafico anche i non competenti capiscono questo:

  1. l’andamento del debito è mirabilmente curvilineo con una curva via via crescente fino a metà degli anni ‘90; nessuno scossone, nessuna controcurva in corrispondenza di qualche fattore esterno (come nella prima parte del grafico, per esempio in corrispondenza dei due conflitti); se nell’epoca del boom economico il PIL avanzava baldanzoso con un certo scostamento dal debito, a un certo punto la nostra curva prende un ritmo assai accelerato in corrispondenza – i più vecchi non si stupiranno – dei primi governi di centro-sinistra. Moro I (1963) ancora ancora resistette, salvo cadere subito e succedere col Moro II e III in un epoca difficile di tentativi di colpi di Stato della destra, di ingerenze che limitarono pesantemente i progetti riformisti e – questo è il punto – di incremento della spesa pubblica per due semplici ragioni: i) la volontà di pagare le riforme col debito, secondo una formula tipica del pensiero socialista di quegli anni; ii) pagare col debito la pace sociale; oltre ai golpisti neri si stava per assistere all’esplosione delle lotte operaie e del ’68, e bisognava “comperare” posti di lavoro finanziando faraoniche opere pubbliche e dare sviluppo a un welfare universalistico e “popolare” (scuola dell’obbligo, 1962; pensione sociale, 1969; servizio sanitario nazionale, 1978). La storia di quel periodo, la nascita di poteri corporativi, il fallimento di un riformismo strutturale a favore di uno particolaristico, il ruolo del ceto medio dell’epoca in questo processo, sono tutte questioni note e documentate (alcune parzialissime note nelle “Risorse” a fine capitolo, ma si leggano anche gli articoli di Alberto Baldissera qui su Hic Rhodus).
  2. Arriva “Mani pulite” (1992), crolla la cosiddetta Prima Repubblica e arriva il Nuovo Che Avanza. Berlusconi I e Dini, poi Prodi e la sciagura che conosciamo (1996-1998); anni di contenimento del debito per raggiungere il Grande Obiettivo: entrare nella zona Euro (guardare il tratto rosso che mostra il freno del debito a fronte – linea nera – dell’aumento del PIL). A scanso di scontentare leghisti e sovranisti assortiti la cura un pochino funziona, arriva l’Euro e noi cosa facciamo? Ostriche e champagne, ovviamente; sperperiamo una grande occasione: il debito ci pensa un pochino e poi torna a correre felice mentre il PIL si blocca causa crisi. E di cosa cresce il debito, considerando che ormai da anni contiamo annualmente su un discreto avanzo primario? Dove diavolo spariscono i nostri quattrini? Naturalmente vanno a pagare il debito contratto in decenni di impieghi in ferrovia e alle poste, di pensioni insostenibili e… sorpresa!

La sorpresa ha bisogno di una grafica che arrivi ai giorni nostri, e la rubo dal già citato articolo di Ottonieri:

debito

  1. Dal 2008 arriva la Grande Crisi, ovviamente, e la necessità di risposte “sociali”; le industrie chiudono una dopo l’altra, ai Centri per l’Impiego ci sono lunghe file. Quale la risposta? Qui occorrerebbe un trattato che non è nelle mie corde (anche qui segnalo alcuni buoni riferimenti nelle “Risorse” finali). La crisi, nata in America  per una bolla speculativa immobiliare (semplificando), ha generato globalmente un grave carenza di liquidità che, mettendo a rischio il sistema bancario, rischiava di riverberarsi negativamente nel sistema industriale e quindi economico più in generale. La prima risposta, quindi, ha riguardato (in Europa) riduzione dei tassi, espansione monetaria e facilitazioni al credito. Considerando i vincoli fra i Paesi di zona Euro, le politiche fiscali europee sono state particolarmente pesanti in Italia, anche per l’incapacità dei governanti dell’epoca di agire un confronto reale con Bruxelles (Berlusconi IV, poi san Mario Monti che ci mise una pezza assieme a santa Elsa Fornero, poi cacciati a furor di popolo appena si è potuto). Tutto questo c’entra col debito perché il sostegno del sistema bancario (in Italia di gran lunga inferiore a quello di altri paesi), il pagamento di interessi sul debito (debiti contratti quando il cambio euro-dollaro era sotto la parità e pagati, negli anni della crisi, quando stava circa all’1,4-1,5) e le misure anticrisi dei governi dell’epoca (con misure di contrasto alla crescente povertà) non potevano essere sostenute se non aumentando il debito.

Questo terzo punto, effettivamente, non è coerente col filo della nostra storia. La crisi è stata la crisi; non può essere imputata la colpa a Berlusconi. Poi, sì, Berlusconi non ha avuto una sola idea di cosa fare e come, la faccia ce l’hanno messa un uomo e una donna che niente avevano a che fare con la politica per una di quelle supplenze che periodicamente i nostri incapaci e incompetenti governanti devono concedere: una volta ai sindacati, una ai professori, più volte alla magistratura… Questa sì è una colpa che ha a che fare con la storia che andiamo a continuare con gli anni più recenti. Perché il grafico sopra – non vi avrà stupito – mostra un nuovo vigoroso risorgere del debito nel 2010-2014 circa. Consumato Monti arriverà Letta e, dal 2014, Renzi per quasi tre anni, e ora Gentiloni. Se anche la curva del debito non è più impetuosa (grazie a san Mario Draghi e al suo Quantitative easing) pure macina record su record. Considerando la debole crescita economica italiana (che sarà pure migliore delle attese ma giusto poco più di ridicola) e la bassa inflazione, senza il QE il rapporto debito/PIL rischierebbe un balzo vigoroso con conseguenze disastrose (QUI una riflessione con scenario da default).

  1. L’ultimo punto, quindi, riguarda questi anni recenti. Le scelte di Renzi hanno riguardato l’espansione del debito, malgrado la propaganda. Dagli ottanta euro alla buona scuola (QUI una pertinente critica di Ottonieri) le manovre “politicanti” non sono mancate ma, soprattutto, c’è stata un’evidenza debitoria col braccio di ferro con Bruxelles per pretendere (e ottenere) una flessibilità che si è tradotta inevitabilmente in licenza di spendere, come hanno segnalato pochi critici di minoranza fra il tripudio popolare per la capacità di battere i pugni sul tavolo di quei burocrati. E non è cambiato un granché con Gentiloni, a giudicare dalle promesse pre-elettorali di maxi concorsi nel comparto pubblico (si parla di 500.000 assunzioni) e di pensioncine per i giovani con lavoro discontinuo.

Riassumerei così: la politica economica italiana si è sempre caratterizzata, dagli anni ’60 in poi, per essere molto “politica” (nel senso deteriore che assume in Italia il termine) e poco economica; aiuti di stato alle imprese, opere pubbliche, welfare esteso in modo non solo e tanto generoso (la generosità è una virtù) quanto indegno, considerando gli scandali delle baby pensioni (1973: dipendenti pubblici in pensione dopo 14 anni e mezzo di lavoro, le stiamo ancora pagando), dell’abuso del sistema previdenziale (per decenni l’invalidità – generalmente fasulla – è stata tollerata in ampie aree del paese come integrazione al reddito) e delle trovate elettorali. In tempi pre Euro la stampa di moneta, l’alta inflazione, la periodica svalutazione (e debiti ancora gestibili) facevano sembrare tutto lecito ed estremamente furbo, ma con l’Euro le cose sono profondamente cambiate; ora abbiamo regole e abbiamo perso parte della nostra sovranità in termini finanziari e monetari. Diversamente dagli strepiti dei sovranisti, che vorrebbero tornare all’epoca della Lira-carta straccia, io sono ben lieto di queste regole, che impongono la virtù e lo sguardo un po’ più lungo, ma è chiaro che in Italia l’orchestra ha continuato a suonare e il popolo non ha smesso di ballare, non ha voluto smettere. Impensabile raccontare agli italiani che si è in crisi, che c’è un debito, che si rischia il default, perché questo racconto implicherebbe una capacità di risposta strutturale, complicata, di lungo respiro; con sacrifici ampi e mirati ma risolutori. Come ha scritto da poco Ottonieri è impossibile: i sindacati insorgono, la sinistra (e anche la destra) insorge, e quindi anche il governo, in epoca pre elettorale (ovvero sempre, in Italia si è sempre in clima pre elettorale) se ne guarda bene dal puntare il dito sui sacrifici e, anzi, annuncia maxi concorsi e mini pensioni, ma sì, festa per tutti, il cerino (ormai quasi del tutto consumato) viene passato a qualcun altro, l’importante è sfangarla fino a Primavera poi saranno cazzi di chi vincerà le elezioni (probabilmente la destra populista, che risolverà la faccenda a suon di strilli sovranisti e antieuropeisti).

La conclusione è, a mio avviso, tremenda: destra e sinistra indifferentemente, sia in epoca pre-Euro (vigorosamente) sia in epoca Euro (più moderatamente ma senza tentennamenti) hanno continuato a praticare politiche economiche di scarso respiro e politiche previdenziali disastrose. Il nostro welfare è il più caro d’Europa col 54,13% di spesa pubblica. Per capirsi:

l’Italia ha la spesa pensionistica più elevata d’Europa (il 16,8 per cento del Pil, pari a poco meno di 270 miliardi di euro all’anno), mentre è al penultimo posto negli investimenti per l’istruzione (il 4,1 per cento del Pil, che equivale a 65,5 miliardi di euro all’anno). In questo settore solo la Spagna presenta uno score peggiore del nostro (4 per cento del Pil). In ogni caso, la nostra spesa pensionistica è 4 volte superiore a quella scolastica. Nessun altro Paese dell’area dell’euro presenta uno “squilibrio” così evidente. In Ue, ad esempio, le pensioni costano mediamente “solo” 2,6 volte l’istruzione, in Francia 2,7 volte, mentre in Germania 2,5 (CGIA Mestre).

Schermata 2017-09-21 alle 11.39.27Quando diciamo “welfare” non intendiamo sanità, servizi sociali, scuola, aiuti alla maternità e così via ma eccessive facilitazioni pensionistiche e sostegno al reddito. Le sole pensioni rappresentano il 31,5% della spesa pubblica (2015) con una continua crescita negli anni, rappresentando, da sola, il 17,8% del PIL: considerando l’aumento dell’età media, la scarsa natalità e il basso indice di occupazione, le previsioni sono fosche e lasciano aperte solo due possibilità:

  • ridurre la spesa pensionistica aumentando significativamente l’età pensionabile e riducendo l’assegno pensionistico (e poiché non si possono contestare i diritti acquisiti ciò varrà, e pesantemente, per i futuri pensionati); oppure
  • avviare una vera politica industriale e del lavoro, di carattere strutturale, innovativa, capace di attrarre capitali e produrre occupazione; assieme, avviare una seria politica di immigrazione, che senza la demagogia dell’accoglienza indiscriminata sappia importare braccia e cervelli, con occasioni dignitose, formazione professionale, integrazione; sempre assieme: una seria politica pubblica capace di tagliare le innumerevole sacche di spesa improduttiva operando quindi sul debito.

Se, come credo, siamo d’accordo che la strada sia questa seconda, saremo parimenti d’accordo che, al momento, nessuno dei pretendenti alla guida del prossimo governo ha i titoli per lasciarci tranquilli. Non li ha nessuno, di destra o di di sinistra, fra quelli che hanno governato in questi decenni. Nessuno. Se questo vi fa pensare che l’alternativa sia votare per coloro che mai sono stati al governo, ovvero i 5 Stelle, devo con vigore avvertirvi: il loro programma politico, oltre a presentare una serie insopportabile di sciocchezze irrealizzabili, è un programma di espansione della spesa pubblica, specie previdenziale, e di contrasto alla produttività industriale. Oltre a spendere senza criterio, essendo sovranisti anti-europeisti, diffidenti verso l’immigrazione e incompetenti in genere su questioni di politica estera, è facilmente prevedibile che ci troveremmo in grossa difficoltà coi partner europei e con una BCE senza più Draghi. I 5 Stelle sono il male peggiore, sono la cura che uccide definitivamente il malato.

Se, a questo punto, aspettate da me una risposta, devo dirvi che non ce l’ho. Da qui alle elezioni ci sono ancora parecchi mesi e possiamo osservare i comportamenti dei vari competitori, a partire da un’eventuale riforma della legge elettorale (che c’entra moltissimo, perché il proporzionale attuale significa, con assoluta certezza, coalizioni spurie, e quindi compromessi, e quindi maggiore spesa pubblica per galleggiare). Continuando così le cose, ovviamente ciascuno giudicherà chi sia il meno peggio cui dare il proprio voto, con l’avvertenza che qualunque “meno peggio”, specie nell’attuale temperie nazionale, significherà comunque maggiore spesa pubblica, minori risorse per lo sviluppo, giovani ulteriormente penalizzati.

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