Era di maggio, cinquant’anni fa…

Il ’68 è un mito. Una data storica, un simbolo, una bandiera. Il ’68 ha cambiato il mondo. Sono passati cinquant’anni. Cosa è rimasto? Difficile chiederlo ai sessantottini; o sono morti, o sono in pensione, o scrivono libri dove condannano il ’68.

Nel maggio del 1968 Marcel Gauchet, Jean-Pierre Le Goff e Paul Yonnet stavano seminando il caos nella Facoltà delle Belle Arti di Caen. Chi avrebbe allora potuto immaginare che quei tre sarebbero diventati i più lucidi critici del Sessantotto? “Eravamo diventati una banda di terroristi intellettuali” ricorda Jean-Pierre le Goff nella prefazione di Zone de mort, il libro postumo appena uscito di Paul Yonnet. […]

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Parigi, Maggio 1968

Gauchet farà i conti con il ’68 ne La Révolution des droits de l’homme, in cui mette in guardia contro l’estensione all’infinito dei diritti individuali che guidano “la guerra di tutti contro tutti”, mentre Jean-Pierre Le Goff ha appena pubblicato contro il ’68 La France d’hier. Paul Yonnet i conti li aveva già regolati nel suo Voyage au centre du malaise français, in cui parlava dell’antirazzismo come della grande evoluzione della “generazione del 1968” e la trasformazione della società in un “popolo adolescente”. Nel suo libro-testamento, Zone de Mort (Stock), Yonnet racconta il proprio percorso verso l’abisso che va di pari passo con quello di una Francia in fase di disintegrazione.

Al ’68 dedica un libro un altro naufrago disilluso della sinistra, Michel Onfray, 528 pagine appena pubblicate da Grasset sotto il titolo L’autre pensée 68. […] il ’68 è stata una vera rivoluzione. “E’ l’inversione di tutte le figure di autorità: il Padre, il Capo, il Professore, il Poliziotto, il Marito”. (Giulio Meotti sul Foglio).

Nel corposo ultimo romanzo di Paul Auster, 4 3 2 1, un’importante parte centrale è dedicata a quegli anni in America, nei campus universitari, e spaventa per un’America lontana dal nostro immaginario: giovani abbagliati da “premesse sbagliate e argomenti sbagliati che portavano a conclusioni sbagliate”, ma con un’incredibile passione interiore, in lotta contro un establishment ottuso che rispondeva sparando ad altezza d’uomo. E le divisioni insanabili fra bianchi e neri, fra studenti e hard hat, con la guerra del Vietnam di sottofondo… Il ’68 dell’East Cost, di NYC, di Newark, di Attica, le lotte alla Columbia University (che ispirarono il celebre Fragole e Sangue). Qui in Europa, almeno 2010-30926in Italia, l’America era l’imperialismo sanguinario del Vietnam, ma poco abbiamo capito della “guerra interna” che consumava giovani vite. E dell’autoritarismo WASP interpretato da Johnson (un democratico, quello che avviò la “guerra alla povertà”, voglio dire, ancora una volta: mistero della complessità umana!), dell’intollerabile degrado della New York degli anni ’50-’60, degli insanabili conflitti razziali (neppure nelle rivolte studentesche i due gruppi riuscirono a fare fronte comune), della sordità verso la crescente (ma non maggioritaria) protesta contro la guerra, insomma: è nelle pieghe di contraddizioni divenute intollerabili, che in America scoppia un ’68 non dissimile da quello francese (contro De Gaulle, la tecnocratica riforma scolastica di Fouchet…). Poi il mondo. 

In Italia le proteste studentesche erano già realtà da tempo ma le lotte Italiane solo superficialmente possono essere accumunate a quelle americane e francesi. L’origine del movimento fu politica, ma anche creativa (non solo “L’immaginazione al potere” del maggio parigino, ma anche il ’68 della West Coast californiana, i figli dei fiori, gli hippie…); dogmatica, ma anche inclusiva. 

Nessun paese ha avuto la vocazione gruppettara [come l’Italia], ideologica e settaria che il ’68 ha lasciato in eredità all’Italia. Nessun paese ha sviluppato e coltivato un approccio così fazioso alla politica (Lucio Giudiceandrea, commentando il libro di Boato sul ’68, in “Salto” del 13 Marzo 2018).

Quello che io personalmente più ricordo (ma il ricordo è sempre distorto dall’attualità e, anche se ho un’età, all’epoca ero ancora giovincello) è il settarismo dogmatico; ricordo

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Il femminismo

“quelli grandi” passare per le aule per impedire le lezioni ordinando a tutti di partecipare all’assemblea, porte bloccate, non si poteva uscire se non scappando dai finestrini dei gabinetti. Ricordo la mia famiglia – gestiva un cinematografo – che per poter proiettare Berretti verdi, filmaccio propagandistico pro-guerra del Vietnam, dovette accettare il dibattito pubblico, post proiezione, animato dal Collettivo di Informazione Popolare del paese, in cui giovani sprovveduti concionarono il pubblico inneggiando, oltre che a Ho Chi Minh ovviamente, anche a Mao Tse Tung (allora la grafìa era questa) e alla splendida rivoluzione culturale cinese che rendeva uguali gli uomini. Ma sulla tragica cecità della realtà cinese non furono loro i soli sprovveduti.

Il ’68 italiano fu l’esaltazione del pensiero marxista privo di ogni critica, dell’esaltazione pregiudiziale di ogni bruttura comunista nel mondo reinterpretata in un’ottica di distorto egualitarismo: alla fine di ogni manifestazione di quegli anni (fine anni ’60, primi anni ’70) lo slogan liberatorio era

Viva Marx, viva Lenin, Viva Mao-Tse-Tung!

Subito seguito, dai compagni “comunisti marxisti leninisti”, con uguale metrica, e nel silenzio degli altri:

Viva il compagno Giuseppe Stalin!

Ricordo i dibattiti universitari, prima anni ’70; c’era chi apostrofava regolarmente con “Stalin ha detto”, chi indicava, ritualmente, “Mao ha fatto”… Il libretto rosso di Mao vendeva come il pane. Le edizioni complete e le opere scelte di Lenin erano vendute in corposi volumi dalla “libreria universitaria”, meravigliosamente edite a Mosca in perfette traduzioni italiane.

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Morte di Che Guevara (1967)

Eravamo assolutamente, tutti, ciechi come gattini. Impelagati in dibattiti faziosissimi su cosa avesse inteso esattamente Marx, su come interpretare quel brano di Gramsci (i più evoluti), sul nascente femminismo (accettate anche maschi nel collettivo? No? Ok, è giusto così, capisco…), sul corpo delle donne (il problema della prevenzione, della contraccezione, dell’aborto erano grandi problemi, all’epoca). Ricordo la leader di un consultorio femminista, a Firenze, incontrata per caso durante il randagismo di quegli anni, assieme alla mia compagna. Per spiegare cosa e come facevano, si stese sul lettino, si tolse le mutande e si infilò uno speculum per farci vedere non ricordo cosa (come si metteva il diaframma? Non

ricordo), insistendo perché, dopo la mia compagna, le guardassi anch’io nel profondo della vagina, fra gli sghignazzi delle presenti. Il corpo era loro e se lo gestivano loro, una cazzo di rivoluzione copernicana!

Come dice Paolo Pombeni, autore di uno degli innumerevoli libri sul ’68,

La società fu per così dire costretta a rinunciare a una serie di ipocrisie con cui aveva cercato di minimizzare i cambiamenti che erano già in gestazione prima del ’68: pensiamo al ruolo dei giovani come consumatori e dunque come capaci di influenzare la sfera pubblica, ai rapporti tra i sessi, al tramonto del formalismo nel modo di vestirsi, alla omogeneizzazione, almeno parziale, delle culture diffuse, alla fine progressiva di un certo cattolicesimo superficiale come regolatore obbligato delle scadenze di vita. 

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Memphis, manifestazione per l’assassinio di M.L.King, 1968

Non furono mutamenti che si imposero nel giro di un anno, ma certo in progressione nel decennio successivo, peraltro con continue ricadute anche dopo. Significò anche la fine di una società che si organizzava, almeno in parte, per appartenenze sub-culturali (i famosi ‘mondi’ divisi da appositi ‘steccati’). Già con l’esito del referendum sul divorzio nel 1974 questo cambiamento sociale divenne evidente: sulla maggioranza della gente la fruizione del sistema di vita presentato da cinema e televisione aveva più influenza della predicazione dei parroci e della fedeltà al vecchio modo di intendere il mondo. [Del ’68] Resta il fatto, che mi sembra incontestabile, che in quel momento una generazione colse in maniera collettiva, per quanto confusa, che sarebbe cambiato il mondo. Cinquant’anni dopo abbiamo gli strumenti per capire che quella intuizione era esatta: saremmo entrati e siamo tuttora in una grande transizione storica che sta cambiando le coordinate di quella che è stata “la modernità”. Restano così aperte sia le domande che si iniziarono a porre allora (e che oggi possiamo declinare in maniera più elaborata) sia la necessità di darvi risposte che non siano quelle piuttosto rozze che si sono viste in questo cinquantennio, e che vanno dal ‘lasciamoli sfogare, poi tutto si aggiusterà’, al ‘l’importante è gridare che si cambia, il resto verrà da solo di conseguenza’ (intervista di Silvana Mazzocchi su la Repubblica, 12 Aprile 2018).

Ah, sì, ci fu un bello strappo. E mentre altrove (per esempio in America) pian piano venne riassorbito, in Italia abbiamo imboccato una strada ben precisa: quella del frazionismo ideologico a sinistra innanzitutto; ma anche quella della secolarizzazione laica, se ripensiamo al referendum sul divorzio del 1974 e quello sull’aborto dell’81 (la legge, 194, è del ’78). Il culmine del potere sindacale e l’inizio del suo declino (si veda Alberto Baldissera, qui su HR). L’apertura dell’establishment italiano a sinistra (il riformismo del governo Rumor del 1970) ma anche l’eversione nera (Piazza Fontana, Milano,1969; Piazza della Loggia a Brescia, 1974; in mezzo diversi altri attentati). 

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Napalm sul Vietnam

Lo strappo innovatore, rivoluzionario, contestatore o, per lo più, semplicemente liberatore, ebbe i suoi simboli: i capelli lunghi, le gonne corte; i vestiti a fiori, le barbe; i pantaloni a campana, l’amore libero.

Ah, l’amore libero! I falò sulla spiaggia, la chitarra, l’amico cecoslovacco in viaggio studio che rifiutava di dire qualsiasi cosa sull’invasione di Praga e la conseguente repressione; i concerti rock (mica a Milano, ma a Bagnacavallo! Quattro giorni con Léo Ferré, Franco Battiato, Lucio Dalla, Francesco De Gregori, Ron, Antonello Venditti, Giorgio Gaslini, Napoli Centrale, Canzoniere del Lazio, Stormy Six, Alan Sorrenti, Moni Ovadia…) e i servizi d’ordine (sì l’erba, no l’eroina…)… 

Ma anche l’operaismo più feroce, la nascita dei collettivi, poi l’Autonomia Operaia e poi, e poi, e poi verranno gli anni di piombo e l’aria densa di morte del 1977 che, credo abbia segnato la lacerazione finale. 1968-1977. Dopo, in Italia, nulla poté essere come prima, nulla meglio di prima. Il ’68 ci mise un paio di meravigliosi occhiali prismatici sul naso, stereoscopici, lisergici come il rock dell’epoca. Il ’77 (e anni successivi) ce li tolse bruscamente privandoci per sempre di ogni pretesa di purezza, se mai l’avemmo. E il mondo, da lì a pochissimo, sarebbe cambiato radicalmente, già se ne percepiva la mutazione (tecnologie, globalizzazione, la Cina…), e noi in Italia dovevamo lottare per sopravvivere alla nostra guerra interna con le BR. Giusto in tempo per Tangentopoli. Giusto in tempo per Berlusconi, e poi…

Poiché la Storia non è controfattuale, è da qui che siamo partiti ed è da qui che siamo nati. Noi siamo e non siamo, abbiamo e non abbiamo, ciò che a partire dal terremoto del ’68 è capitato di essere, di avere, di fare. E’ andata meglio agli americani? Onestamente non credo: passare da Nixon a Reagan a Bush 1 e 2 a Trump, con un paio di pause giusto per tirare il fiato, passando da una guerra all’altra, onestamente mi pare una sconfitta secca sia per i “comunisti” dell’East Coast sia per i figli dei fiori della West. In Francia (patria mitica del ’68), non è mica andata molto meglio, con una immediata risposta restauratrice delle forze di governo e una ricomposizione sociale determinata dall’agire “rivoluzionario” sostanzialmente borghese:

Lo spirito piccolo-borghese, che già dominava la società, è stato indubbiamente una delle ragioni per le quali l’estrema sinistra francese non divenne «comunismo combattente». Ma in realtà non si capisce ciò che accadde nel maggio ’68 senza rendersi conto che in quelle giornate si manifestarono due tipi diversissimi di aspirazioni. In origine movimento di rivolta contro l’autoritarismo politico, maggio ’68 fu innanzitutto, innegabilmente, protesta contro la politica-spettacolo e il regno della merce, un ritorno allo spirito della Comune, una netta messa sotto accusa dei

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Agosto 1968, i carri armati a Praga

valori borghesi. Tale aspetto non era antipatico, sebbene vi si mescolassero molti riferimenti obsoleti e ingenuità giovanile. Il grande errore è stato credere che, colpendo i valori tradizionali, si potesse lottar meglio contro la logica del capitale. Significava non vedere che quei valori, come i residui delle strutture sociali organiche, erano l’ultimo ostacolo per l’espansione planetaria di tale logica. Il sociologo Jacques Julliard ha osservato giustamente che i militanti del maggio ’68, quando denunciavano i valori tradizionali, «non si accorgevano che tali valori (onore, solidarietà, eroismo) erano quasi alla lettera gli stessi del socialismo, e che sopprimendoli, s’apriva la strada al trionfo dei valori borghesi: individualismo, calcolo razionale, efficacia» […] II sociologo Albert O. Hirschman diceva che la storia alterna periodi di passioni a periodi di interessi. La storia del maggio ’68 è quella d’una passione dissoltasi negli interessi. (Alain de Benoist, Maggio francese? Non è tutto da buttare, “Storia e storici”).

La Storia non è un progresso lineare. Procede a balzi, strappi, curve, pause, ritorni… Grovigli. Sì, il ’68 fu in generale uno strappo, ma ben diverso da Paese a Paese. In Francia ha lasciato un cambiamento nella cultura quotidiana; in Italia l’involuzione sovversiva; in Sud America la guerriglia e il mito guevarista; nell’Est Europa i semi della ribellione al Pcus; in America, invece, il razionalismo capitalistico ha vinto alla grande, semmai, anche qui, con una mentalità meno bigotta, una accentuata sensibilità all’integrazione (ma neppure tanto, e limitatamente alle élite, perché anche qui fu un movimento elitario). Il mondo si è data una scrollata, e un po’ di polvere è scomparsa da lì e si è depositata là. I fermenti culturali hanno attraversato il globo e hanno preparato la fine del secolo breve e l’inizio del millennio dell’omologazione. 

68Siamo pronti per un altro ’68? Siamo ai bordi di un nuovo scrollone che ci lancerà in una nuova utopia, almeno per un anno, un mese…? Non lo credo. I Paesi che hanno vissuto il ’68 – Italia compresa – erano luoghi di contraddizioni e lotte e ideologie e alleanze e aspettative; oggi non vedo nulla di questo. Il ’68 ha lasciato posto alla grigia omologazione dei grillini, che sono il massimo che l’antisistema ha saputo creare; alla tristezza degli analfabeti di ritorno che “lottano” (sono sarcastico) contro il divo da odiare, il cantante da spernacchiare o il politico da “bannare”. Ieri il mondo era grigio e blu, oggi mi pare che il grigio ci abbia sopraffatti (e sì, tornerei indietro).

Risorse:

6 commenti

  • Bello, sincero, onesto. Grazie.

  • Ahhh, che nostalgia di prima mattina!! Anch’io tornerei indietro, pur avendo qualche anno meno di te ho dei ricordi fantastici di quel ’68 e degli anni seguenti ! A parte le lotte politiche che quasi tutti abbiamo vissuto in presa diretta, ricordo con orgoglio di aver dovuto lottare con le unghie perchè mia madre mi facesse passare dai calzettoni al ginocchio ai tanto sospirati e orribili collant color carne (il massimo del sexy, in quegli anni del liceo). È una cazzata, lo so, ma nel piccolo di noi ragazze anche quella era una conquista. Che nostalgia di tutto… Grazie e buon venerdì 4 maggio, Claudio! P.S. Pronto per domani ?? 😉

  • Da estraneo, lontano molto decenni da quegli anni, non sono mai riuscito a capire cosa ci fosse di “comunista” negli ideali 68ini, totalmente incentrati sull’individualismo e sulla libertà pretesa, in ottica molto poco sociale.

    Mi chiedo se questa sia una distorsione dovuta agli occhiali della storia, ma la fine impietosa di molti illustri “compagni” dell’epoca (tipo scrivere per il foglio), mi fa pensare che un po’ di confusione dovesse esserci.

    Il “marxismo” sessantotto, potrebbe non essere altro che una sorta di proto-gentismo. Un ulteriore esempio di omologazione acritica ad ideali ignoti, con come unico fine la soddisfazione dell’ego.

    Cordialità,

    Novat

  • Beh, io non sono morto, sono in pensione (e non vedo cosa mi impedisca di rispondere), non scrivo libri contro il ’68.Tutto molto interessante, su cui in parte concordo. Solo due precisazioni: “Viva Marx, viva Lenin, Viva Mao-Tse-Tung!” non veniva scandito alla “fine” di ogni manifestazione, ma prima, durante e dopo, e non necessariamente veniva seguito subito da “Viva il compagno Giuseppe Stalin!”. Fare dello spirito in questo modo, dicendo cose inesatte, non fa onore al resto dell’articolo, dal quale manca peraltro, per parlarne comunque male, qualsiasi accenno a Trotsky e ai trotzkisti. C’erano anche loro, minoranza nella minoranza, forse settari, sì, forse dogmatici, sicuramente meno numerosi che in altri Paesi, prima tra tutti la Francia. Non importa ricordare che anche alcuni di loro si integrarono ben bene nel sistema appena la marea, o la moda, passò: neanche loro erano perfetti, neanche loro erano infallibili, come non lo sono Hic Rhodus nè il sottoscritto, che spesso lo cita nel suo blog. In goni caso, nuona continuazione.

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