Lessico della Tetra Repubblica: Bamboccioni

Convivono, come sovente, due narrazioni antitetiche sui giovani: la prima li descrive come generazione perduta per le colpe degli adulti; non c’è lavoro, non avranno pensioni, la laurea non gli serve a nulla… La seconda invece li rappresenta come bamboccioni viziati e con poca voglia di lavorare che vivono sulle spalle dei genitori. A seconda del momento, dell’eventuale caso di cronaca o dell’interesse narrativo, una delle due immagini prende momentaneamente il sopravvento.

Anticipiamo subito che, a nostro avviso, le due rappresentazioni sembrano autoescludenti ma non lo sono, e nella realtà sono giuste entrambe: i giovani italiani sono a volte dei bamboccioni fregati dal sistema, sono esclusi dal mercato del lavoro e si rifugiano (non solo perché costretti) in famiglia.

E andiamo coi numeri.

Dopo la lunga crisi, da diversi mesi qualcosa si muove ma, come abbiamo già spiegato, la crescita degli occupati non significa necessariamente lavoro di qualità; il lavoro che cresce secondo i dati Istat è lavoro non qualificato e precario proprio per i giovani. Oltre a rimandare a quell’articolo di Ottonieri, rinvio volentieri a un articolo del Post abbastanza recente perché, oltre a dati e riflessioni utili, aiuta a capire come in realtà sia difficilissimo fare una fotografia sufficiente a fuoco della situazione; per capirci:

  • è certamente in aumento l’occupazione, in tutte le fasce d’età, e in diminuzione la disoccupazione; ma
  • la disoccupazione giovanile in Italia resta fra le più alte d’Europa;
  • nove posti di lavoro su 10 fra novembre ’16 e ’17 (post decontribuzioni del jobs act) sono precari, vale a dire probabilmente a bassa retribuzione;
  • indubbiamente con le riforme di Renzi sono state abolite molte false partite Iva e Co.Co.Pro, ma il calo dei lavoratori autonomi sembra fenomeno ben più ampio della semplice venuta alla luce delle false partite Iva.

Insomma: la materia è così confusa che consente di piegare il giudizio da una parte e dall’altra, anche perché – come spiegò in un’epoca diversa il nostro Paolo Eusebi – la statistica usata in maniera superficiale distorce la verità, e su questo punto rinvio a Claudio Negro sul blog di Pietro Ichino dove, fra l’altro, leggiamo:

Del resto basterebbe prendersi la briga di leggere le tabelle dell’ISTAT fino in fondo per scoprire l’ultima (e benemerita) tabella “Variazioni Tendenziali al Netto della Componente Demografica”, dalla quale si desume che nella fascia 15-34 gli occupati sono aumentati di 1,7% e i disoccupati diminuiti del 3,2% […]. mentre la retribuzione dei neo assunti a tempo indeterminato sia rispetto al 2015 che al 2016 è in crescita (+6,7% sul 2015) diminuisce quella dei contratti a termine (-2,4%). Quanto all’orario, bisogna osservare che il 40% delle nuove assunzioni a tempo indeterminato sono in part time (in calo rispetto al 42% del 2016),  così come lo sono il 39% di quelle a termine (in aumento dal 37% del 2016).[…] Un’osservazione a caldo su questi pochi parametri parrebbe indicare che si consolida un’occupazione meglio retribuita e full time tra i lavoratori a tempo indeterminato, mentre tra i tempi determinati la tendenza è inversa.

Quindi: aumenta il lavoro anche fra i giovani, ma molto probabilmente – per quanto possibile capire dai dati – di scarsa qualità (si veda anche la Nota trimestrale sulle tendenze dell’occupazione -IV trimestre 2017, dalla quale traiamo le prossime figure).

Eppure… abbiamo 345.000 braccianti extracomunitari, non solo stagionali (fonte); 900.000 badanti (stima) per lo più rumene e ucraine (fonte); percentuali altissime (fino al 90% in certe regioni) di pastori e manovali sikh nelle stalle (fonte) e via discorrendo i circa 3 milioni e 400 mila stranieri che lavorano regolarmente (e quindi tacendo gli irregolari che lavorano in nero), ben il 16,6% degli occupati (fonte). Un esercito enorme (che, BTW, incide positivamente e massicciamente al nostre piccolo benessere e a pagare le nostre pensioni) che potrebbe essere ben rimpiazzato dai nostri giovani, non vi pare ovvio? Poiché i giovani fino a 34 anni in cerca di occupazione sono circa 1 milione e 300.000 (fonte), mandiamo via tutti gli stranieri e mettiamo al loro posto tutti i nostri giovani. 

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(fonte)

Funzionerebbe? Ovviamente no, per la semplice ragione che bracciante, badante, stalliere sono lavori poco qualificati e i nostri ragazzi potrebbero avere una qualche ragione a non volerli fare, specie se hanno studiato, semmai sono motivati, brillanti, e di fare lo stalliere non ci pensano proprio. Non è un caso che gli stranieri occupati in Italia abbiano solitamente titoli di studio bassi. 

Schermata 2018-04-15 alle 18.36.33

(fonte)

Il vero problema, sotto questo profilo, è un sistema industriale e più in generale economico arretrato. Secondo l’edizione più recente del Bloomberg Innovation Index, l’Italia è 20^ dopo tutti i principali partner europei, dopo USA, dopo Cina (fonte); e si potrebbe anche dire che siamo fin troppo in alto nella classifica, considerando i bassi investimenti in innovazione e ricerca (in calo – fonte). Il sistema economico italiano, in poche parole, perde pian piano, ma continuamente, terreno nella competitività globale, e i lavori disponibili sono sempre a più a basso valore aggiunto; non vedo perché stupirsi se molti giovani qualificati vanno all’estero e, onestamente, mi infastidisce l’idea di parlare di “fuga” di cervelli, tantopiù se viene da Confindustria: la globalizzazione non può piacerci a intermittenza, e onestamente credo che la possibilità, per un giovane, di fare un Erasmus a Barcellona, un dottorato a Berlino, e infine un lavoro a Londra, non solo non dispiace, ma sembra una meravigliosa opportunità. Ciò che è deprimente non è che i nostri giovani vadano all’estero, ma che i giovani stranieri non abbiano particolari opportunità e interessi in Italia.

Questa altalena di dati mostra oggettivamente una difficoltà, ma in sé non giustifica  l’eventuale bamboccionaggine. Ora, pur avendo chiaramente detto che sì, è vero che i giovani sono penalizzati, affermiamo anche che sì, un po’ bamboccioni sono. 

3 studenti universitari su 4 vivono coi genitori (fonte) ma non è che poi, dopo la laurea, decidono facilmente di andarsene. Stare in casa e usufruire della cucina di mamma è un tratto esclusivamente italiano (fonte) e, di fronte a tanta confortevole comodità, si cerca anche lavoro sotto casa; il 60% dei giovani disoccupati non sono disposti ad allontanarsi per trovare lavoro (percentuale più alta di tutta Europa – fonte). Una cultura familistica, mammista, protettiva, forse ha contribuito, da una parte, a proteggere i giovani in anni difficili e, dall’altro, a far indulgere in uno scarso proattivismo. Sembra quasi che si sia innescato, negli ultimi decenni, un circolo vizioso: scarse prospettive per il futuro dei giovani a causa di un Paese vecchio che non sa dare risposte → protezione familiare → pigrizia e “accomodamento” dei giovani → minore disponibilità alla mobilità, al sacrificio, all’impegno → Paese che non usufruisce del nuovo slancio, del nuovo impegno, delle nuove idee delle sue generazioni più giovani.

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Insomma, il giudizio non può che essere sfaccettato. I giovani hanno mille ragioni meno una, hanno mille giustificazioni meno una… Le condizioni negative ci sono tutte, ma qualche volta diventano anche un alibi.

Se poi volete sapere tutto sull’autotrascendenza  delle giovani generazioni leggete, fresco di stampa, l’ultimo studio dell’Istituto Toniolo, che pare molto più ottimista di noi.

6 commenti

  • Completamente daccordo con la tua analisi.

    E mi permetto di aggiungere che tutto il problema puo’ essere riassunto nella frase “i giovani fino a 34 anni”. Non voglio offendere nessuno, si puo’ essere “giovani” anche a 70: ma a 30 non si e’ (dovrebbe essere) giovani, ma adulti nel pieno della carriera, avere famiglia e figli, stabilita’.
    Questa estensione del concetto di gioventu’ fa comodo a tutti, dagli imprenditori che ha un 28enne fresco di PhD si permettono di fare contratti di tirocino da 600 euro perche’ “giovane e inesperto”, ai giovani che si trovano a vivere una sorta di eterna adolescenza, un po’ forzata e un po’ cercata.

    Poi accendi la tv e senti economisti di sinistra renziana, spiegare che “il problema non e’ la disoccupazione, ma la generazione a cavallo dei trenta che ormai si e’ formata [sottointendendo: che si e’ formata senza seguire le linee guida del governo/confindustria. Un mix di turboliberismo e pianificazione economica da far accapponare la pelle]. Bello che il tuo governo ti consideri IL problema.

    Cordialita’,

    novat

    • verissimo anche questo.
      in italia a 10 anni si è già “grandi”, e poi si resta “ragazzi” fino ai 60.
      sono tutti eterni adolescenti, con le assunzioni di responsabilità che ne derivano…

  • mi sembra un’ottima analisi.
    e lo dico scrivendo da diverse migliaia di chilometri dall’italia.
    mi pare che il punto fondamentale sia proprio il circolo vizioso di cui si parla alla fine.
    ma questo “circolo vizioso” è ormai un problema più grosso di una semplice questione organizzativa.
    è diventato un problema culturale.
    l’italia è l’unico paese del mondo in cui adolescenti discutono di pensione, ed il sogno di ogni neodiplomato è trovare un posto in un nete pubblico.
    l’assistenzialismo, l’idea di dover essere accuditi e di avere uno stipendio che non abbia bisogno di particolari “aggiornamenti”, che una volta ottenuto sia quello per tutto il resto della propria vita, viene molto prima del problema “mamma”, ed è anche colelgato alla struttura del risparmio nazionale, per cui i soldi vanno invariabilmente nell’acquisto di una casa con un mutuo pluridecennale.
    insomma, è una cosa talmente radicata che temo che gli italiani faranno prima ad estinguersi che a cambiare.
    come accadde ai dinosauri.

  • Condivido le riflessioni e gli spunti, e apprezzo la linearità dell’uso di fonti. Il ragionamento finale (con freccette) pone però al suo interno un’altra contraddizione: mentre prima si riconosce che la situazione spinge a un’alta mobilità (trasferimenti all’estero) poi si afferma che la medesima situazione spinge a “minore disponibilità alla mobilità”. In questo caso, a differenza che negli altri passaggi, manca un riferimento a fonti che aiutino a meglio fotografare questo tema trattato più frettolosamente: quanti inoccupati/disoccupati sono disponibili alla mobilità? Come si distribuiscono per titolo di studio, tipologia, isee delle famiglie cui sono a carico? Quale trend?

  • La cloaca di merda che hanno trovato i giovani è qualcosa che continua a sfuggire agli adulti
    Una landa desolata,una società fascio mafiosa da fare venire i brividi
    I ventenni hanno una intelligenza e una sensibilità che spaventa i padroni del vapore
    Mentalità clericale, mafiosa,fascista, grandi fratelli,sorelle,tronisti etccc.
    A questa cloaca i giovani si stanno ribellando, rifiutando spesso contratti e stipendi indegni
    Consiglierei a Bezzicante di concentrarsi sugli adulti ,i giovani sono INNOCENTI, è sono coloro che stanno cambiando la società
    Non si vogliono fare assorbire da un sistema che li vuole come vittime sacrificali per il prossimo giro sulla giostra delle cricche italiche
    Cricche formate da milioni di italiani
    Scuola,lavoro pubblico,e privato,musica, localismo,sagre,media,etccc…
    Tutto nelle mani della società italiana
    Io sto con i giovani ,sempre

    • Qui non si tratta di “stare coi giovani” o di “stare coi 42enni”. In generale ci sforziamo di NON-STARE bensì di analizzare. Onestamente questa ribellione dei giovani non la vedo ma, naturalmente, mi posso sbagliare; devo anche dire che ogni generazione deve maturare questo strappo con la generazione che l’ha preceduta, la mia l’ha fatto nel decennio 1968-1977 sul quale ho Das pochissimo dedicato un post specifico. I risultati sono stati magri.

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